Domenica.
Da qualche mese c’era un sogno ricorrente che visitava la manciata di ore di sonno che il lavoro al collocamento mi concede: sognavo di cambiare casa. Ma non posso cambiare casa, ho anche guardato qualche annuncio, tutto costa sempre troppo. Così ho deciso di rifare la mia. Voglio svuotarla, ripitturarla, pulirla e poi cambiare posto a tutti i mobili. Oggi ho cominciato a svuotare il portabiancheria, sto facendo le mille lavatrici che ho rimandato per settimane, ho passato l’aspirapolvere e ho riempito la lavastoviglie. Domani vado a prendere gli scatoloni e comincio a inscatolare i libri. Poi smonterò le mensole e i mobili.
Ma il bello di questa domenica non sono le pulizie, e vorrei vedere. Il bello di questa domenica è che mi sono ritrovata a fare le pulizie con lo stereo a volume-lite-condominiale, a canticchiare, a ballicchiare passando l’apirapolvere.
E non me lo ricordo neanche quando è stata l’ultima volta. Il bello di questa domenica è la gioia contagiosa e la voglia di raccontarla.
5,Luglio,2009
Metti una sera qualsiasi in centro storico. 3,Luglio,2009
Per la sua storia e la sua conformazione l’antico ghetto dove abito è nascosto e insieme protetto e insieme chiuso da una serie di stretti passaggi obbligati.
Venendo da lomellini, per esempio, ce ne sono tre: il vicolo dei bidoni pieni di topi, il vicolo delle impalcature e degli scarafaggi e il vicolo dei fumatori di crack. Io prendo sempre quello dei fumatori di crack, non rischio di pestarli. Venendo da Via del Campo ce ne sono quattro: il vicolo amiu, dove non passa nessuno, perchè c’è troppa spazzatura anche per quelli che sono abituati a Calcutta, il vicolo del macellaio che è quello che uso sempre, e non presenta particolari insidie, tranne, ogni tanto, trovarsi in mezzo a una partita di pallastrada, quello della Colonna Infame, dietro la fontana, e Crocebianca, che ti risputa direttamente alla nunziata. L’ultimo varco è quello che taglia da Santa Sabina a via del Campo. La sera gli edili marocchini si riuniscono lì a fare le chiacchiere, bere e prendere il fresco. Di solito ridono un sacco, canticchiano e leggono cose. Quando passo, mi salutano e mi chiedono del cane, tutto bene?
Io cammino veloce, dritta. C’è questa cosa scritta nel dna delle femmine che se devi passare di sera, in un vicolo buio, davanti a venti maschi, anche se sai che sono gentili, anche se sai che li conosci, che sono i tuoi vicini di casa, comunque non ti fermi, non saluti, a meno che non ti salutino loro: buongiorno signorina, tutto bene? Bene, grazie!
Così ieri passavo bella spedita, li saluto, mi salutano. Nel frattempo stava arrivando la Genni, imponente sui tacchi a spillo, con un baby-doll trasparente che lasciava intravedere la biancheria intima, da urlo, parrucca bionda-biondissima e rossetto. Una visione.
Ci incrociamo poco prima dell’inizio della passerella, una specie di miss-italia in versione centro storico, e io penso che è troppo poco vestita. Rallento, se le dicono qualcosa li insulto. Quantomeno le dò una mano. Quantomeno ci sono.
I suoi sei metri di gambe passano all’altezza dei loro nasi, si alza un brusio.
Se le dicono qualcosa li insulto.
Il brusio si fa più insiestente.
Li insulto, se le dicono qualcosa, li insulto.
Poi, sopra al brusio si alza una voce:
“Grande Genni…Forza Napoli!”
Sono circondata da persone meravigliose.
1,Luglio,2009
Centinaia di migliaia di insegnanti precari e molto incazzati che aspettano fuori dalla porta.
E’ il giorno più brutto dell’anno.
Pensatemi, un pochino, mentre cerco di sopravvivere…
La primavera. 30,Giugno,2009
E quindi stamattina.
Stamattina quando avevo sonno, quando mi sono preparata alla velocità della luce, ho perso l’autobus, ho travolto una vecchia, sono arrivata tardi, ho ringhiato al mio Compagno di Banco per la temperatura del condizionatore, stamattina con mille utenti davanti, e lo stomaco dolorante perchè mi sono dimenticata di prendere le medicine, stamattina con i panni stesi sotto il temporale, e questo scirocco che fa ruggire il mal tempo e fa venire una nostalgia di fine agosto. Ecco, proprio stamattina, che è una di quelle in cui meno ci si aspettano le sorprese, stamattina l’ho sentita dinuovo.
La mia ispirazione che mi riempie il polmoni, il cuore che batte lento come la piena di un fiume, e una storia che viene a bussare. Una storia che viene a bussarmi alla porta, gli ho aperto così contenta che l’ho messa a sedere, l’ho abbuffata di colazione, l’ho coccolata come fossi stata la sua vecchia zia, che non vedeva da tanto tempo. E’ arrivata come un’idea, come tante altre, quando ci rifletto su un attimo per capire che sono le mie. Poi stamattina me la sono ritrovata in tasca, l’ho guardata e mi sono perdutamente innamorata di lei.
Io la scrivo.
Scusatemi già, se sarò un po’ assente. Manca da troppo tempo per non darle la precedenza su tutto.
29,Giugno,2009
Ed è così che finalmente ricomincio a respirare con tutti e due i polmoni.
L’Orchetto è stato promosso, nonostante il brivido finale. Adesso sono tranquilla, adesso è cominciata l’estate.
Prima, però, devo tenere fede al voto che ho fatto mentre arrivavano le notizie brutte. Devo farmi aiutare a disegnare su una tavoletta, un ex-voto, voglio colorarla con le tempere. Il soggetto sarà un piccolo orco sorridente con la pagella in mano. E poi devo portarla alla Madonna della Guardia.
Tra l’altro c’è un’osteria deliziosissima lì vicino.
Che cosa ne dite, tipo la prossima domenica, tipo gita pomeridiana in cui, per forza di cose, viene integrato il mio pellegrinaggio, e poi cena in quel posto buono?
Voi non lo potete sapere quanto ma quanto mi sento bene.
La Casa agli Antipodi 26,Giugno,2009

C’è che è perfettamente inutile che io non mangi pomodori.
Cioè, la vedo l’utilità di non mangiare cioccolato, di non bere la cocacola, con i fantasmi dei sindacalisti guatemaltechi che ci sono grati e la smettono di farci gli scherzi, la notte.
Ma i pomodori sono una tortura inutile. La mia gastrite è una gastrite nervosa e questa settimana mi sembra di vivere in un pomodoro gigante, come se il mio stomaco stesse macerando nell’aceto. Non sopporto gli odori e dormo con i cinghiali accoccolati sulla pancia.
Così ieri mi sono fatta un regalo, ieri ho chiuso il compiùtero dell’ufficio, ho salutato, ho ringraziato, ho sistemato la cana, ho fatto un inchino e, tra gli applausi, sono scomparsa dietro le quinte e mi sono fatta ospitare per un pomeriggio intero sui monti. Posto che l’Ospite in questione è un uomo estremamente fuori dal comune, non potevo aspettarmi che vivesse in una casa qualsiasi, poteva vivere solamente nel Luogo agli Antipodi del Vicolo. Agli Antipodi ci sono i gatti che se la gironzolano per la campagna, ci sono strani, enormi piccioni, che non volano e vivono in gabbia. Niente pantegane, niente scaccaracci, ma le rane e le cicale. Agli Antipodi c’è buio e c’è silenzio. Ma fa ancora freddo e umido e, dove il Vicolo sa di mare, di sale e di immondizia, di persone e di cucine, di fornai e spazzini con gli idranti, gli Antipodi sanno di muschio e di erba, di bosco, di pioggia sulla terra e sull’asfalto di quella stradina dove, tornando, alla notte, ho trovato una sorpresa bellissima. Ho trovato le lucciole. Tantissime, come quando ero piccola e le guardavo accendere i campi di grano a Scrivellano. Fanno un po’ paura nelle pozze di buio del bosco, di notte. E ci si chiedeva come faccio a vivere tranquillissima in centro storico e aver paura dei boschi. Metti che c’è un cinghiale, cosa faccio? Quello che fai con chiunque: se glielo chiedi gentile lui se ne va.
Così quest’Ospite, mi ha lasciato cucinare a patto di scriversi per filo e per segno tutte le mie regole alimentari, le mie mille, incredibili regole, per le prossime volte. Per le prossime volte in cui mi scollerà, me e il mio stomaco dolorante, dalla vita faticosa di tutti i giorni e ci prenderemo una vacanza.
In fondo due vite agli antipodi si incontrano in vacanza, lasciando a casa tutto.
Resta solo da capire com’è che alterniamo sogni incredibili, ogni volta che ci vediamo, i miei lividi, i suoi topi nel frigorifero. Due inconsci che a contatto si comportano come la bambina dell’esorcita. Chissà se è un avviso o è una difesa. Estàremo a vèdere.
Quello che so per certo è che affronto questi due giorni duri con la pelle contenta. Se proprio non possiamo avere una vita più facile, tantovale renderla così tanto bella.
25,Giugno,2009
Undici e cinquantasei.
Oggi siamo senza capi e i miei colleghi stanno avvisando tutti di non venire al centro, domani. Hanno raccolto due euri a testa per fare un mega-sistema al superenalotto. Domani saremo ricchi, vinciamo qualcosa come dieci milioni a testa. Il Disintegrato gira per l’ufficio dicendo che se lo compra e ci fa dentro un chebabbaro.
Ma la tesi più interessante è quella del Collega Rumoroso e Puzzone che dice di non essere convinto dell’onestà del gioco. Intanto una volta è uscita una serie con 21, 31 e 51. Capisci, una serie di numeri tutti uguali. E’ matematicamente impossibile.
Io penso che domani siamo ancora tutti qui. Tutti noi che abbiamo giocato: il mio Compagno di Banco e il Disintegrato Dellilva, L’Odiosa Collega Sandoriana e Quella sua compagna di stanza che scopri che non c’è solo a fine mattinata, il Collettivo Hic Sunt Leones, L’Orientatore Stalinista, I Gemelli Diversi che vanno sempre a mangiare insieme e quando li vedi da lontano sembrano uno la radice quadrata dell’altro, L’Adorabile Segretaria, Le Ragazze della Pausa Pranzo. Una volta tanto abbiamo fatto qualcosa tutti insieme, ci siamo costruiti un sogno per farci compagnia di pomeriggio.
Io, di mio, continuo a pensare che lascio tutto a mio fratello, che mi bastano i soldini per prendermi un anno sabbatico, cambiare casa e smettere di lavorare qui.
E non è neanche poco.
Il falò di San Giovanni 23,Giugno,2009

La verità è che dopo un post come quello di ieri sera, così livido, così personale, così come se mi fossi trovata a dover confessare che tengo i pidocchi, è un po’ difficile ricominciare a scrivere. E scrivere la mia vita com’è, con tante cose dentro. La verità è che in questo momento la mia vita è ancora allontanamento da.
Assecondo il vento, come diceva la Strega, e cerco di arrivare a un punto in cui non ci sarà più terra, non ci sarà più porto, ma solo viaggio.
E così, adesso farò un bell’elenco delle cose che brucerò nel falò di San Giovanni, stanotte. Perchè a Genova c’è questa usanza, di accendere grossi grossi falò, al solstizio d’estate, dove si bruciano tutte le cose vecchie, e anche i bigliettini con quello che vogliamo mandar via dalla nostra vita.
Come prima cosa io metterei il Governo-Nano-Malefico. Anche a mio rischio e pericolo, perchè fatico a immaginare cosa potrebbe succedere.
Me la rischio: Nano Malefico al rogo.
Poi metterei le allergie della mia Cana. Così non mi sveglia più di notte.
Quindi, visto che siamo in tema di salute, scriverò anche la mia circolazione tutta ammaccata e la gastrite che questo nuovo medico di famiglia sta cercando di curare in un modo che definirei caparbio, eroico e commovente. Brucerò nel falò il disordine che regna nel mio vicolo e, a proposito di questo, tengo dei piani che racconterò. Brucerò l’insicurezza, quando ho paura di non essere capace di fare le cose. Brucerò la forfora, le doppie punte e la cellulite, non perchè io abbia la forfora nè le doppie punte (e se fossi un’attrice io qui ci metterei una bella pausa dal tempo comico esilarante) ma perchè sono predatori naturali, e non si sa mai.
Brucerei tutti i condizionatori, perchè in ufficio vivo con i piedi gelati. Ci metterei, nel falò, il maschilismo strisciante. Ce lo metterei, ma poi ho pensato che brucio fascisti e cattolici in una botta sola e quindi, a quel punto, quel poco di maschilismo che rimane è nostro e possiamo sopportarlo.
Nel falò, poi, butterei una bella percentuale di colleghi dell’ufficio. Ma fisicamente, mica scritti sul bigliettino.
Gli scarafaggi, anche se adesso sono diventata coraggiosa, le cavallette, e visto che sono una persona carina, anche i topi e le lumache, così lasciano stare le mie amiche. Poi le lenti a contatto quando mi fanno piangere, le unghie che si sfaldano, lo smalto che si scheggia tutto e i pali del soppalco che mi danno i calci nel buio e mi fanno male. La spazzatura che non è capace a buttarsi via da sola, l’uomo che mi lancia sempre i mozziconi di Marlboro Light sul davanzale. Quando pensi di avere il latte nel frigo e invece è andato a male. Quando aspetti e aspetti e poi non succede mai al momento giusto, quando la gatta mi ruba la carta igienica dallo scaffale del bagno e mumifica tutta la casa. Quando la cucina è invasa dai moscerini e, contemporaneamente, la credenza dalle farfalline della farina. Quando, alla fine, la farina vola via. Quando ti serve, of course.
E quando uscirò dall’ufficio dimenticandomi di trascrivere la lista su un foglietto.
Diktat 22,Giugno,2009
E adesso basta.
Adesso ci devi lasciar stare.
Lascia fuori la tua merda dalla mia vita, lascia fuori la tua sporcizia, lascia fuori le tue bugie. lascia fuori i tuoi problemi, lascia fuori la tua vita tutta storta, lascia fuori la tua aggressività.
Lasciala fuori dalla mia vita.
Ma soprattutto lascia fuori Guido. Perchè non ha tempo, non ha voglia e non ha le energie per poter ascoltare anche le tue cazzate. Guido non è un canale di comunicazione tra di noi, per il semplice motivo che non c’è nessun canale di comunicazione tra di noi. Ho letto il messaggio stupidamente aggressivo che gli hai mandato.
Nessuno può permettersi di essere così arrogante con me, figuriamoci con lui.
Sono una cagna che difende i suoi cuccioli, non sottovalutare la mia rabbia e non sottovalutare la fatica che ho fatto, in questi mesi, per ripulire la mia vita dalla schifezza che ci hai lasciato dentro.
Stai lontano da noi perchè io non ti voglio parlare, non voglio sapere niente di te. Per me sei morto.
Tu sei nulla. Nulla, se non un passato da medicare, con calma, cura e dedizione. Non hai nessun titolo per tormentare me, nè, tantomeno, le persone che mi sono care. Sparisci. perchè non c’è posto per te.
Non c’è posto dal momento in cui te ne sei andato con infamia e con vergogna.
Se io avessi combinato il casino che hai combinato tu non ci dormirei la notte, figuriamoci mandare messaggi sul cellulare di persone che non vogliono avere più niente a che fare con me. E’ già stato abbastanza fastidioso per me dover ascoltare il racconto della scenetta da Maddalena Pentita che hai recitato quando sei andato a riprenderti i tuoi stracci da Guido.
Ricordati bene che io non voglio sentir parlare di te mai più. Ricordati che io non ti perdonerò mai per quello che hai fatto, ricordati di quello che hai detto, di quello che hai scritto, ricordati delle scene da pazzo che hai fatto, ricordati di quello di cui hai approfittato e vergognati, perchè non c’è nient’altro da fare tranne vergognarti e stare lontano da me.
E’ la mia lenta costruzione che sto cercando di difendere. Non sottovalutarlo. E’ la mia Rocca di Gibilterra.
Ho buttato via tre anni della mia vita, un giorno dopo l’altro, una bugia dopo l’altra, un tradimento dopo l’altro. Sono mille e novantacinque giorni. Più il tempo di scrivere questo post, più il tempo di farmi passare la rabbia sorda che mi ha preso la gola leggendo quegli stupidi, aggressivi messaggi.
Sei un uomo al quale è stata perdonata qualsiasi nefandezza, ed è per questo che sei cresciuto senza coscienza e senza pudore, e senza sentimenti, e senza una vera capacità di empatia. Sei un mostro e lo dico con la consapevolezza di mille e novantacinque giorni gomito a gomito con te.
Stai lontano da me, stai lontano da Guido. Non abbiamo niente da dirci, niente da sapere uno dell’altra.
Per il segno che c’e’ rimasto
non ripeterci quanto ti spiace
non ci chiedere piu’ come e’ andata
tanto lo sai che e’ una storia sbagliata
tanto lo sai che e’ una storia sbagliata.
E mi scuso con i miei lettori per aver dovuto leggere l’ennesimo capitolo di questa storia che ha, francamente, annoiato anche me. Specialmente con il mio lettore più nuovo. Non avrei voluto che questo fosse il tuo primo post.
Rimedierò domani.
Promesso.
Tanto, dopotutto, non c’è nessun torero!
20,Giugno,2009

Ci sono momenti nella vita di una donna che vale la pena di immortalare con una foto. Il mio momento è un concerto sotto la pioggia, davanti alla polleria di fossatello. Tre canzoni:
Amore che vieni, amore che vai.
Maledetta primavera.
Se mi lasci non vale.
Me-ra-vi-gliou-so!
20,Giugno,2009
E un’altra volta è notte e scrivo, ma il motivo lo so: ho recuperato tutte le ore di sonno che erano rimaste in arretrato e stasera ho preso un caffè, dopo la cena della cooperativa. Una miscela micidiale per una civetta.
E’ un attimo fare le cinque davantio al piccì.
Un gruppo di ragazzi chiacchiera in una lingia sconosciuta, piena di aspirate, sotto la mia finestra e la gatta mi guarda con immensi occhi verdi, tale e quale il mostro shakespeariano che è sparito per sempre dalla mia casa.
La cana si finge un tappeto sul pavimento, sperando di sfuggire al caldo e io faccio la conta dei miei organi interni.
Indubbiamente ci sono tutti.
Alla radio cantano the age of aquarius. This is the dawning of the age of Aquarius, the age of Aquarius, Aquarius! Aquarius!
Ci sono un po’ di cose che fanno il girotondo nella mia pancia, insieme alla cena. C’è uno sconfinamento di territori che non mi piace. C’è l’Orchetto che rischia di essere bocciato, c’è la legge che regola gli equilibri dell’Istituto Ultima Spiaggia che mi sfugge, certe volte, c’è l’uomo imbarazzato, con la bocca tutta sporca di panna che mi ha avvicinata questa sera, c’è Carmen che viene uccisa dal doganiere, c’è Violetta, che ha sacrificato la sua vita a un Alfredo per cui non valeva la pena, c’è Cho Cho San che aspetta il fil di fumo, c’è l’odore più bello del mondo che ritorna con la nave, probabilmente lo stesso giorno in cui il suo complementare parte con un’altra nave. C’è la rabbia, checchè l’AmicaPaola dica che è un dono, c’è la leggerezza del mio diaframma, c’è questo scirocco appiccicoso, c’è l’ennesimo seggio da allestire, c’è l’estate che bussa alla porta del mio vicolo. C’è il futuro che viene a darci fiato. E ci sono le cose che tornano: le cose che fanno sì che io sia proprio io. La mia essenza che affiora piano piano. Un cane spaventato che arriva ogni tanto a vedere se gli lascio una ciotola piena.
Sono giorni di corsa. Sono giorni di bilanci veloci: che lavoro hai fatto quest’inverno? Buono, se penso a com’è cominciato. Ottimo, se l’Orchetto non ha combinato un enorme casino, buono, se riesco a mettere ordine, buono se riesco a respirare in superficie e non mi faccio travolgere. Non è facile. Ma le cose facili non sono della mia vita.
E così è un’altra volta notte e scrivo, per il caffè, per il bioritmo civettuolo, per la stilettata piccina che mi sono presa al cuore stanotte e che sto cercando di medicare.
Ma una è quello che decide di essere. E io voglio essere quella che non fa male, Rocky. Voglio essere quella che non sono più affari suoi. Quella che è scesa, arrivederci e grazie, ancora un inchino, un applauso e poi il sipario.
La mia vita è un’altra cosa.
Quella che sento stasera è una noiosa abitudine. Un braccio tagliato che ancora prude. Tutto qui.
La mia vita è altrove.
Così lascio qui il mio prurito e me ne vado a dormire, ben prima delle cinque.
Domani c’è il mio seggio che mi aspetta, c’è un uomo che mi aspetta per essere salutato, ci sono le chiacchiere con la mia Segretaria, c’è il Puntoggì con cui fare colazione, una vacanza bellissima da cominciare a progettare molto seriamente, c’è una vita colorata e inaspettata da far trottare sotto e il sole e la notte.
Ci sta tutto in questa mia vita. Ci sta anche la poca rabbia che sento ancora.
Presto sarà passata anche quella.
Sei mesi dopo… 18,Giugno,2009
Ferro 12,9
E’ il mio record assoluto degli ultimi tre anni…Che quell’uomo mi succhiasse il sangue la notte?!?!
Tutta la verità su com’è andata stamattina 17,Giugno,2009
Arrivo con un’ora di ritardo tonda a fare la dichiarazione dei redditi. Guardo l’orologio del sindacato: è plausibile che io abbia capito male al telefono. Ci provo.
Mi danno il numero lo stesso, ma una stronza di settantanni mi passa avanti, senza pietà, senza vergogna. Bestemmio in maniera discreta ma non ho il coraggio di discutere. Ho la testa altrove e avrei voluto portarla dal parrucchiere, la mia testa. Faccio parte di quella categoria di donne, che, va detto, di solito hanno l’aggravante di essere bionde, che si sente più sicure di sè stesse, con la piega fatta bene.
Ma c’è uno scirocco grigio e appiccicoso, oggi. E avevo la dichiarazione dei redditi da fare.
Così siedo incarognita, aspettando il mio turno e, intanto, mi ripasso la parte. Sto andando a conoscere un’associazione con cui sbavo per collaborare. E sto andando a conoscerla nella persona di un maschio bellissimo, il che mi mette tremendamente in imbarazzo. Da qui il bisogno di averci la mano santa della parrucchiera a tranquillizzarmi.
Viene il mio turno e scopro che quest’anno lo stato mi regala un sacco di soldi. Esco alla velocità della luce e lo chiamo sul cellulare:
“Ciao, ci siamo sentiti l’altro giorno, pensavo di passare in ufficio per parlare un po’ dell’associazione, ti disturbo? Hai da fare?”
Vuoto dall’altra parte del ricevitore. Poi una voce molto compassata e molto formale, di quei bassi sforzati da segretari inesperti mi dice:
“Va bene, avrei una riunione, più tardi, ma se arrivi subito…”
“Dove hai detto che è la sede?”
E mi dice il nome di una via conosciutissima, il classico nome di via conosciutissima che non so dov’è. La parte levantina-fighetta della città.
“Cosa faccio, prendo il venti?” (Via col venti…)
Continua a rispondermi con sufficienza, come un impiegato delle poste.
E io lo odio.
Perchè va detto che io non è che non lo conosco quest’uomo. Lui non sa chi sono io. Ma è passato spesso per il mio ufficio stanco, impaurito e maltrattato, nonchè confortato dalla mia accogliente accoglienza.
Non ha imparato niente, evabbè.
Porto la cana a casa, con suo pesante disappunto, e mi butto su un venti affollato. Chiedo all’autista dove devo scendere. Il capolinea, graziaddìò.
L’autista non disdegna la mia scollatura, fasciata in una maglietta azzurra che non metto mai. E mi chiedo se ho sbagliato tutto. Ma ormai è troppo tardi, così, al capolinea mi accendo una sigaretta e mi faccio indicare la strada. Procedo di vetrina in vetrina, in una via crucis di immagini riflesse dove mi controllo i capelli, la faccia, il trucco sbavato, la maglietta troppo scollata, i pantaloni ornati di pelo di cane. A ogni vetrina ingollo gocce di fiori di bach e mi ripeto che ce la posso fare.
Il risultato è che alle dieci e mezzo del mattino, quando suono il campanello, puzzo di grappa come un vecchio alcolizzato. Cominciamo bene.
Entro in questo palazzo, architettura fascista. Grigio, un palazzo da film dell’orrore.
Mi viene ad aprire la porta una ragazza, stile punkabbestia. Mi guarda serissima, dall’alto dei suoi vent’anni decorati da una serie di piercing e mi chiede come mi chiamo, se ho un appuntamento, perchè voglio parlare con l’Uomo Più Bello del Mondo. Chi siete? Cosa volete? Un fiorino. Si comporta come se fosse la segretaria del Rotary e mi dà ostinatamente del lei.
La convinco ad andarmelo a chiamare, smongolando e supplicando, a dire il vero.
Scompare dietro una porta intimandomi di sedermi.
Quando si apre la porta le mie ovaie fanno un guizzo.
A cuiccia, cristosanto.
Ci sediamo, io lui e una scrivania, diversa dal solito, la sua.
Comincia a parlare e monologa per circa una mezzoretta. Questo show mi da il tempo di notare che ha dei denti bellissimi, con i canini lunghi. E’ bruno e, perdìo, abbronzato, di quell’abbronzatura dorata da centro estivo che ti arriva diretta al cuore e ha degli occhi caldi e castani che cercano la platea. Sa di essere bello, indubbiamente.
Parla un sacco di sè stesso, dei suoi progetti, del fatto che andrà a lavorare in un qualche paese dell’est in un progetto umanitario. Parla della squadra di calcio di bambini che dovrà lasciare e dice che il pallone è bellissimo e piace a tutti, senza darmi modo di replicare. A me fa schifo, vorrei dire.
Fa anche quello che non aveva fatto caso che la fataturchina che gli ha dato una mano nei momenti di panico burocratico in ufficio sono io. Ah sì? Lavori lì?
Faccia da culo, penso.
Quando ha finito io sento di avere acquisito una serie di certezze.
La prima è che fisicamente è un otto pieno, ma che ha la maglietta troppo accollata per capire se è anche peloso, il che gli farebbe guadagnare persino un voto intero.
La seconda è che è single.
La terza è che non ci andrei a letto insieme a costo di presentarmi al campo tutta l’estate con il ghiaccio nelle mutande.
La quarta è che se voleva vedermi per conoscermi, prima di portarmi al campo, dio sa quanto è la persona sbagliata per fare da filtro. Potrei essere un digos, una nazista dell’hillinois o anche un marziano. Non mi ha chiesto niente di me.
Però mi piace enormemente quello che fa quest’associazione, e il fatto di dover lavorare gomito a gomito con lui solo tre mesi mi riempie di gioia.
Così usciamo, fianco a fianco, perchè lui, con il sorriso di un bambino che mi fa vedere il suo big jim, mi dice che deve andare a fare una riunione al bar. Sai, qui non c’è posto.
Fianco a fianco lo misuro più agilmente: sopra il metro e ottanta.
Quest’uomo fisicamente è uno spettacolo.
Dall’ombelico in giù mi ha conquistata.
Dall’ombelico in su non vedo l’ora di cominciare.
Voltato l’angolo brindo scolandomi l’ultimo sorso di fiori di bach. E’ andata bene.
E’ stato difficilissimo ma me la sono cavata. Mi accendo la trentacinquesima sigaretta della mattina, per festeggiare, e mi butto sull’autobus sbagliato. Ma va bene così. Ho un sacco di tempo, in questi giorni di semi-vacanza.
Qualcosa sta fiorendo dalle macerie di quest’inverno cupo.
15,Giugno,2009
Ieri sera mi sono rotta un ditino del piede, il pondulo, in particolare.
L’ho lanciato inavvertitamente, con tutto il peso della gamba, contro il palo del soppalco. Quindi mi sono presa il piede tra le mani e ho cominciato a cantare una litania spaventosa e incomprensibile. Qualcuno ha pensato anche a una possessione demoniaca.
Stamattina non riesco ad appoggiarlo. Zoppico e bestemmio, bestemmio e zoppico che neanche il Capitano Achab.
Freudiani maliziosi di mia conoscenza direbbero che il mio inconscio dovrebbe stare un po’ meno a contatto con inconsci che si lamentano di avere il Neuroma di Morton.
Stasera, uscita dalla Nalista, mi sa, mi tocca il prontosoccorso. Ma posso anche fare le ore piccole…Da domani fino a martedì prossimo non metterò piede qui in ufficio. I riposi peggio assortiti della storia del lavoro in Italia nel dopoguerra. Una settimana di ferie che non mi serve a niente, visto che di pomeriggio sono piena di lezioni e nel week-end non posso andare via che ci sono i seggi.
Servirà a recuperar sonno arretrato.
E magari a scrivere qualcosa di bello e sensato come questo articolo della Strega.
12,Giugno,2009

Se c’è una cosa che sto cercando di insegnare all’Orchetto è a non uccidere i compagni, occhei. E anche non diventare un nazista, ma neanche un conformista e tutte queste cose qui. Ma se c’è un’altra cosa che sto cercando di insegnargli è che non ci si può trattare troppo male, neanche quando ci sembra di essere fatti di gomma, che torna sempre tutto a posto. Che l’autolesionismo è una pessima idea nell’immediato, evabbè, ma è un’idea ancora peggiore sul lungo periodo.
Io sono molto fortunata, sotto certi aspetti, non mi ammalo mai. Ho un sistema immunitario micidiale. Ho le ossa solide e i muscoli che rispondono sempre bene. Se mangio abbastanza carne ho gli esami del sangue perfetti e sono l’unica donna della mia famiglia con la tiroide in bolla.
Io, se non avessi avuto l’adolescenza che ho avuto, probabilmente esploderei di salute come una contadina crucca.
E invece ho variamente provato a suicidarmi per alcuni anni che vanno circa dai quattordici fino ai venticinque e adesso mi trovo a dover mettere pezze. Noiose pezze.
Così ieri sono stata dalla Ginecologa del Barrio Alto, che, per inciso, costa come una cena di pesce per due persone. Ma è brava, si spiega, ti visita e non le squilla il telefono duecento volte mentre tu sei lì davanti che spieghi cose che sono anche un po’ difficili.
Per farla breve, la Ginecologa del Barrio Alto conferma che ho problemi di circolazione, a cui devo porre rimedio, perdìo. E poi che le mestruazioni non mi vengono più perchè il mio utero, poverino, fa fatica a produrre endometrio, anche perchè prendo la pillola dal millenovecentonovantaquattro, praticamente senza interruzioni.
Quindi questa dottoressa, che ha l’aria di saperne un sacco, mi guarda e mi dice: in un’altra situazione le direi di cacciare via la pillola, che a trentadue anni sarà anche il caso di fare un figlio. Ma nella sua situazione… (pausa).
E io mi sarei messa a piangere. Non so perchè, ma quella frase mi ha buttato addosso tutto il significato di una vita che non funziona mai come dovrebbe, sempre troppo fuori dai binari, anche quando provo a farcela rientare a calci, nei binari. La mia vita dove non c’è mai niente di regalato. Mi è caduta addosso la mia precarietà sentimentale con le radici lunghe, le porcate mangiate in strada nelle ore sbagliate, le passeggiate in solitaria con la cana. Mi è caduto addosso tutto il rimpianto che l’unica storia d’amore su cui abbia puntato qualcosa nella mia vita non abbia funzionato neanche un po’. E, ve lo giuro, ad avercelo avuto anche solo nella stessa città, ma anche solo nella stessa provincia l’avrei mandato all’ospedale dinuovo. Percheccazzo non te ne sei andato quando l’hai capito che una fottuta famiglia non la volevi? Perchè non hai avuto le palle di smetterla di succhiarmi la vita e andartene? Invece di farmi annusare un momento in cui sarei potuta tornare a casa dalla ginecologa e parlare in pace, serenamente, dell’idea di lasciare spazio a un momento fertile nella mia vita? Stronzo.
Perchè è questo il problema: lasciare spazio a un momento fertile nella mia vita. Lasciare al caso.
Voi adesso mi direte: esistono i preservativi. E io vi rispondo: ma voi vi fidate dei preservativi? Per me usare il preservativo è lasciare al caso.
E poi c’è la spirale, non è che non gliel’ho chiesto. Ma non si può. Visitandomi ha detto che sarebbe molto difficile mettela, che ho l’utero piccino e che sarebbe anche un po’ doloroso. E poi che si rischiano delle infezioni che possono portare all’infertilità.
Eh, no.
Preferisco rischiarmela ad avere un figlio nel momento più sbagliato del mondo, piuttosto che rischiare di non poterne avere mai.
E così la morale è che devo sospendere la pillola per sei mesi.
Non c’è fretta, dice. Quando voglio, con calma.
Ieri mi sarei impiccata. Prendere la pillola per me non è mai stata solamente una questione anticoncezionale. E’ sempre stata una difesa, dal mio passato doloroso, prima di tutto, e poi anche dal mio biorologio. Adesso ci devo fare i conti seri, perchè non mi faccia lo sgambetto, perchè riusciamo a prendere i tempi e i modi giusti. Il mio biorologio vuole dodici figli a tutti i costi e io l’ho sempre tenuto fermo con una medicina.
Mi dò un mese di tempo, perchè voglio fare un bel lavoro con la Nalista. Voglio essere ben preparata. Parlare con lei della possibilità di usare, insieme al preservativo, uno di quegli sciocchi metodi da cattolici, tanto per saltare i giorni molto pericolosi.
Mi vedo già: scusa caro, aspetta un attimo che prima mi devo osservare il muco.
In compenso, migliorando la circolazione, dice la Ginecologa Del Barrio Alto, ti migliorerà un casino anche la cellulite.
Vaffanculo, stavo per risponderle.
Così, oggi comincia questa fase della mia vita di coccola per la mia circolazione, di nuoto e di altre dolcezze. E comincia la fase di dialogo col biorologio, anzi, continua la fase di dialogo col biorologio, ma nell’ordine di idee di slacciarlo dal guinzaglio, sperando che non morda.
Sarà un’estate complicata.
Totalmente geniale! 10,Giugno,2009
“Compagno Zuppa, Compagno Zuppa, è bellissimo sentirti, stasera c’è il seminario, pensavo che fossi scomparso, pensavo che ti avessero rapito gli alieni!!!”
“Bambina, stai tranquilla… Sono io che rapisco gli alieni!”
9,Giugno,2009

Oggi sono in ufficio e sono allegra.
Non chiedetemi perchè, che non c’è un cazzo da ridere, lo so. Sono in ufficio e dovrei essere a riposo, ma non c’è nessuno che mi sostituisca perchè è morto il papà della mia collega, e quindi sono qui. In compenso ci sono su repubblikit tutti i risultati delle elezioni, e non c’è un cazzo da ridere. E poi ho un sonno porco e non posso prendere caffè, perchè mi sono trovata un nuovo medico di famiglia. E’ scrupolosissimo, mi ha anche visitata. Ma però mi ha cambiato la medicina per lo stomaco e mi ha imposto due settimane di ramadan, niente caffè, niente pomodori, niente brodo di carne, niente bibite gasate, manco la cocacola, porco schifo, niente aceto e niente agrumi. Non c’è un cazzo da ridere. Tantopiù che dalle cinquemmezza alle settemmezza ho lezione con l’Allieva Noiosa che si segna le ripetizioni sul calendarietto tascabile dei francescani. Prenderei seriamente in considerazioneun tiro di coca, per la prima volta nella mia vita. Ma mi costerebbe più di quello che mi pagano per due ore di lezione. Molto di più, temo. E poi non saprei dove trovarla. Mi impasticcherò di guaranà. Non c’è, no, un cazzo da ridere.
Anche perchè mia madre è sempre in sciopero. Il cane è tutto sulle mie spalle e su quelle sante del Puntoggì. Oggi uscirà tardissimo. Ma io tengo una giornata di ventiquattr’ore e nessuno mi ha ancora regalato il giratempo. A meno che il Puntoggì non sia il mio giratempo e io il suo.
Ed è solo martedì. Non ci sarebbe un cazzo da ridere, eppure sono allegra.
Perchè ieri sera abbiamo riso fino alle lacrime e sono fioccati mesaggi cretini a oltranza tra il mio molo e Vico Dolcezza. Perchè la vita è lunga, se la vivi giorno per giorno, e fa un sacco di sorprese, e nasconde affinità impensabili.
E poi sì. Sicuramente perchè sto andando verso il più clamoroso periodo di frizzi e lazzi e prese per il culo che la Comune-ty abbia mai visto…
E smettetela di ghignare, non c’è un cazzo da ridere!
Ancora Baluastri della Democrazia. 5,Giugno,2009

Ci immaginerete in un’aula di scuola pubblica. Io, la mia segretaria e quattro sconosciuti. Magari due riusciamo ad azzopparli. E quindi io, la mia segretaria, il Compagno Bassa Manovalanza e qualche altro amico tirato su nel corridoio. Lo saprete che ci sarà un momento in cui ungeremo tutti i verbali con la focaccia portata dai rappresentanti di lista. Qualche giorno fa abbiamo scoperto che il nostro rappresentante del Piddì è passato a Sinistra e Libertà. Gli abbiamo fatto un sacco di feste.
Ma io ve l’ho detto che voto sinistra e libertà? Perchè ha ragione la Compagna Amber, perchè Agnoletto io non lo voto. E perchè sono andata al comizio e ho sentito mille cose di sinistra, un comizio che non ne sentivo da tempo. E poi, ovviamente, mi sono innamorata Claudio Fava.
E quindi ci immaginerete uscire dalla cabina senza le orecchie basse, perchè stavolta non ci è toccato votare cose che voi umani non potete neanche immaginare. Sapete che c’è un’ora in cui comincerà la processione del caffè al secondo piano. E poi ci sarà la cena pizza o kebab. A meno che qualche animapìa…
E nel frattempo, anche un po’ per noia e disperazione, avremo familiarizzato con gli sbirri, che giureranno di votare Piddì, che è l’unica alternativa vagamente sinistra e credibile per uno sbirro, e faranno i carini. Ma noi no. Non ci si concede no agli sbirri: è una regola di vita.
Poi arriverà la processione degli amici a fare le chiacchiere. La Nessi farà le chiacchiere e io alzerò gli occhi ogni tanto, perchè finchè non ho finito i verbali io non sono tranquilla. E io gli dirò facciamo lo spoglio normale e lei dirà ma se non c’è il rappresentante di forza italia facciamo i mucchietti e io le dirò facciamo lo spoglio normale con i mucchietti e lei mi dirà ma se non c’è il rappresentante della lega e io le dirò mai il registro rosso con la matita blu e il registro blu con la matita rossa chi li fa? E ci perderemo a fantasticare di bruciare l’urna, tanto i rappresentanti dell’Impero del Male ci saranno eccome. Quandomai.
Cominceremo lo scrutinio alle dieci di sera, stanchi e imbottiti di caffeina. Verso l’una io comincerò a fumare anche dentro l’aula, all’una e quattro minuti uscirà fuori lo scrutatore con l’asma. La Nessi farà la spola con la finestra per vedere gli exit-pol sul cellulare e comincerà a smadonnare, mandando in panico tutto il seggio. Il rappresentante di alleanza nazionale dirà che l’hanno chiamato per un’operazione d’urgenza, a cuore aperto, all’ospedale, perchè fa l’idraulico ma è un malato di mente e a noi ha raccontato che è un cardiochirurgo, giuro.
Il rappresentante di Rifondazione sarà un po’ dispiaciuto che non votiamo per lui, perchè glielo diciamo sempre nell’orecchio che cosa votiamo, ma ci sorriderà con il solito sorriso bello. Un sorriso di ottant’anni spesi bene. Arriveranno i vigili a prendere i primi sacchetti e poi chiameremo il taxi, non prima di aver minacciato di morte tutto l’ufficio del comune, che, come al solito, non ce lo vorrà mandare.
Saranno due giorni duri. E belli e brutti e incasinati, e pieni di cose. Saranno due giorni di sonno e di mal di schiena. Di chiacchiere di giochi, di letture pubbliche dell’Ottimo Manuale.
Altri due giorni da Baluastri della Democrazia.
