La storia di E.

“E trovo dappertutto la poesia, anche nell’atrio a casa mia, tra odor di chiuso e di brioches”

Di topoline e altre dolcezze 20,Novembre,2009

Venerdì.
Oggi pomeriggio farò lezione dalle due alle sette, non-stop.
Ci sono due ore con l’Orchetto. Quest’anno non va benissimo e non riusciamo a capire se ha già deciso di farsi bocciare oppure non ha capito che l’ultimo anno funziona diversamente da tutti gli altri, e che non andrà a dare l’esame in un diplomificio. Poi c’è un’ora con l’allievo che una volta in un compito in classe ha scritto: Shakespeare aveva tre figli, Romeo e Giulietta. E non aggiungo altro. L’ultima ora e mezza è con la Bestia di Satana, uno studente nuovo, sui trentacinque, che potrebbe essere un membro della setta del libro di Ammaniti. Questo studente è tremendamente seduttivo, ci tiene a fare bella figura, ci tiene a quello che che sa e vuole farmi vedere tutti i suoi giocattoli. Il genere incantatore da contenere.
E poi, alla fine di tutto, c’è la cena degli insegnanti.
In questa settimana fitta di lezioni da recuperare e di progetti da pensare e di piani di studi da scrivere e capire, io e l’Hombre abbiamo preso a incontrarci sugli autobus, ci amiamo alle fermate come adolescenti e consumiamo il nostro tempo insieme al cospetto di vecchie con le borse della spesa. Me lo godo questo uomo intelligente e innamorato. 
Al tempo degli affidi educativi, una volta la mamma di una bambina autistica mi aveva raccontato che ci avevano messo un sacco di tempo ad accettare il fatto che la figlia avesse problemi così gravi anche perchè era la prima. Quando è nato suo fratello erano molto preoccupati, lo tenevano d’occhio in continuazione e guardandolo crescere, e guardando i modi e i tempi di crescita di un bambino sano hanno visto quanta differenza ci fosse rispetto allo sviluppo di sua sorella.
A me sta succedendo la stessa cosa. Lui che viene da una cultura in cui gli uomini e le donne non stanno in squadra insieme, ma non ha difficoltà a passarmi la palla, impariamo uno dall’altra, mi riempie la vita di musica e l’altro giorno mi diceva di avere pazienza, che è lento, che ci mette tempo a capire, e quindi di cercare di non aver fretta, che gli dispiace, ma tutto quello che può promettere è di non fare errori. Per me è già tanto.
E, potrà sembrare strano, ma lui una fidanzata non l’ha mai avuta, qualcuno con cui andare al cinema e leggere i libri, fare le passeggiate, discutere della seconda guerra mondiale, qualcuno da invitare a cena e capire se può funzionare, capirlo con la testa e sentirlo con la pancia, se può funzionare.
Allora, in tutto questo, io ho elaborato una teoria e cioè che è inutile avere paura, perchè c’è qualcosa che non va nella storia della Rateta e quello che non va è che tutti gli uomini hanno la voce dolce, se ti piacciono, e non puoi sapere prima se sono gatti oppure che razza di animale sono. Così il problema non è accorgersene prima, ma saper mollare la presa subito, quando si è in tempo. Non abituarsi a sopportare, sapere di avere il coraggio e il cuore per essere capaci di dire: l’uomo giusto non si comporta male con me. Perchè è vero che gli uomini tendono a non avere competenze relazionali sorprendenti, ma è anche vero che hanno il senso del minimo sindacale. E se un uomo non ha il senso del minimo sindacale noi non lo vogliamo. Non ci capiterà mai più di avere la presunzione di essere capaci di educarli.
E’ una specie di rivoluzione copernicana, si sposta l’asse della fiducia dagli altri a sè stessi. Io non devo avere fiducia nella persona che mi sta vicino, devo piuttosto avere fiducia in me, e quel rispetto di me che mi fa arrivare solo fino a un certo punto, il punto della valigia sul letto, come la grande storia della musica ci insegna.

 

19,Novembre,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 3:02 pm

Ho passato la giornata a cercare di capire come compilare il piano di studi dell’università e sono quasi convinta che ho sbagliato tutto: mi sa che dovevo iscrivermi a storia.
Sono un genio.

 

La vita nuova 18,Novembre,2009

E così oggi è il primo giorno di tutto il resto della mia vita.
Quando sono stata a Roma, il mese scorso, ho ritrovato mio cugino. Ci eravamo conosciuti da ragazzini e subito ci siamo persi, ma andavamo d’accordo, ci assomigliavamo. Poi la mia vita è diventata difficile, la sua non lo so, non siamo riusciti a parlare abbastanza per saperlo.
Ritrovarci è stato strano, ci siamo guardati e si è riallacciato tutto esattamente dove l’abbiamo perduto (come smarrire un anello in un prato), io l’ho guardato e gli ho detto “Sono vent’anni che non ci vediamo”, e lui mi ha risposto “Diciannove, cugina”.
E io avrei voluto dirgli “Felice di non averli divisi con te”, felice che tu te li sia persi, felice di ritrovarti ora che sto bene.
Ho pensato che è stato alla fine delle scuole medie che le cose per me si sono complicate. Così, ragazzina, mi sono ritrovata a far funzionare una vita che mi scappava da tutte le parti, problemi troppo complicati per i miei quattordici anni, il liceo da cominciare, la mia diversità che sembrava congenita, gli anni della mia adolescenza devastata, la malattia, le scelte tutte sbagliate, i peggiori uomini possibili, i miei diciannove anni vissuti in macchina, nutrendomi di pesoforma, ma anche i viaggi e le avventure, e poi ancora eccessi e poi ancora sfighe e poi Guido che mi raccoglie come il gattino della pubblicità della barilla, In tutto fa vent’anni, anzi, diciannove.
E in questi diciannove anni, mentre facevo le tre del mattino sui libri di greco, piangendo perchè non capivo un tubo, mentre spacciavo marijuana autoprodotta per pagarmi l’università, mentre mettevo su casa, mentre passavo attraverso a mille incredibili relazioni, ho pensato solo che dovevo tenere duro, che dovevo solo vivere, chiudere i boccaporti e aspettare che arrivasse il momento di riconciliarmi con me stessa. E ho sempre pensato che l’avrei fatto in analisi, che non importava quanto male sentivo, che potevo metterlo via tutto stropicciato, tutto quel male, per portare le mie chiappe, appena avessi potuto, sulla comoda poltroncina di un’analista, e a quel punto ci avrei pensato e non sarei stata sola.
Diciannove anni, di cui gli ultimi quattro in analisi.
E adesso c’è tutto il resto della mia vita. E sento di avere delle responsabilità verso la mia vita, sento di doverla trattare bene, di doverla vivere in maniera cosciente, minuto dopo minuto, nell’ascolto, come dice la Strega in maniera bellissima. E sento di voler essere felice, perchè me lo sono meritato, e sento di non voler più avere paura, perchè magari mi possono capitare cose orrendamente dolorose, ma non ho più quattordici anni, e saranno nel corso naturale della mia vita.
Quindi ieri ho tagliato il cordone ombelicale con questa Nalista meravigliosa che mi ha presa per mano e mi ha insegnato (e mi sento di usare la parola insegnato in senso assoluto). Abbiamo bevuto il thè insieme, abbiamo fumato in studio la sigaretta che avevamo deciso ci saremo concesse, ci siamo abbracciate tantissimo e ci siamo augurate buon viaggio.
Mi riservo di tirare fuori e guardare il suo sorriso ogni volta che mi sentirò sola.
E così è cominciato tutto il resto della mia vita, brindandolo insieme all’Hombre e al suo coinquilino, mentre mi raccontavano di musei etnografici di Guayaquil e di come gli indios essiccano le teste, ascoltando canzoni, tutta un’intera gamma, da quelle più trash che miracolosamente condivide con la mia incredibile infanzia, a quelle bellissime, passando per i Guns n’roses e Joan Baez. Chiacchierare, ascoltare musica e raccontasi cose, una bottiglia di gewurztraminer cileno e una di rosso piacentino, io ho portato quello cileno, l’Hombre quello piacentino, e non ci eravamo messi d’accordo.
Mi ci sono voluti diciannove anni per arrivarci, ma questo lungo ciclo della mia vita si è chiuso.
Non resta che annusare l’aria e godermi la strada.

 

Otto novembre 17,Novembre,2009

Oggi è il gran giorno.
L’ultimo.
Oggi pomeriggio, se riesco a tenere sotto controllo il mio inconscio e a non finire sotto una macchina, se riesco a non fargli mettere le mani sulla genda, così che non mi imbrogli l’orario e se posso evitare che convinca la mia memoria a dimenticare dov’è lo studio, riuscirò ad affrontare l’ultima puntata della mia analisi.
Quattro anni dopo, di cui tre raccontati qui sopra.
E se il mio inconscio, la settimana scorsa, non si fosse preso la suina, avrei finito l’analisi in una data significativa: quattro anni dopo averla cominciata, il giorno in cui mio fratello ha compiuto trent’anni, e il giorno in cui il mio ex-fidanzato se n’è andato.
In realtà sarebbe stato l’otto novembre, ma era domenica, e poi la precisione non è il mio forte. Da tempo mi sono abituata a vivere all’incirca.
Quest’anno l’otto novembre era domenica, dunque, e io mi trovavo in un paesino nell’altissima lombardia, pioveva, si gelava e c’erano monti coperti di neve, tutto intorno. Io saltellavo a bordo campo, pensando che quando faremo la resistenza io non avrò più paura di niente, neanche dell’inverno del quarantatrè e che il rugby, fra le altre cose, mi serve a quello, a trovarmi in situazioni inusuali, come scolarmi di pioggia d’inverno e scoprire che non succede niente. A parte che il giorno dopo avevo trentanove di febbre. Ma non sono morta, non sono congelata e non mi sono sciolta sotto l’acqua. Quando faremo la resistenza io lo saprò.
E poi, quel giorno, ho giocato la mia prima partita. Non è andata malissimo, non ho azzoppato nessuna compagna e non sono stata utile. Solo potevo evitare di sputare nel fango il paradenti, l’unica volta che mi è arrivata la palla, perdendola clamorosamente.
Ma correre con il paradenti è difficilissimo, come insegna la vita, in ogni ciorcostanza possibile.
Così ho giocato in mezzo al fango, e poi ho fatto una doccia appena tiepida, perchè il dio degli spogliatoi è un dio malvagio, poi ho mangiato e sbevazzato con le compagne di squadra al terzo tempo e anche ci è scappata una canna con la ridarola incorporata.
Una giornata bellissima.
Al ritorno, all’autogrill, mi ha telefonato mia madre: ti sei ricordata di fare gli auguri a tuo fratello?
E così ho realizzato che quel giorno di fango e di freddo e di risate era nientepopodimenochè l’otto-fatidico-novembre.
Mi sono guardata intorno: prosciutti, bibite, insegne al neon, ciddì di Gigi d’Alessio, e ho pensato che se me l’avessero fatto vedere l’anno scorso non ci avrei creduto.
La verità su quello che è successo l’anno scorso è che un giorno stavo guardando la posta sul mio computer quando ho cominciato a trovare cose che non capivo. C’erano foto di donne, la maggior parte erano del tipo che amiamo chiamare Bimbe Minkia, volgarotte e scollate. Io le guardavo e continuavo a chiedere al mio fidanzato che, intanto, stava facendo altre cose: chi sono queste donne?
Ne conoscevo una sola, una era una mia amica.
Così lui ha cominciato a fare quello che faceva di solito: ammissioni parziali. Sono mie ex amanti, davo un occhiata ogni tanto al loro maispeis.
E io non lo sapevo che cos’era il maispeis.
Ma c’era di più, a un certo punto sono venuti fuori, come a svuotare una cantina, gli indirizzi di posta elettronica segreti, le chiacchierate con messenger mentre io ero al lavoro, le foto che scattava di nascosto alla nostra vicina di casa, le lettere d’amore che spediva alle sue fidanzatine dei tempi delle vacanze al lago, i suoi flirt in rete, il sesso virtuale, le sue ragazze che leggevano il mio blog.
E, infine, la relazione con la sua collega di lavoro.
Ci sarà stato anche di più e di meglio, ma a me è bastato per chiedergli di radunare la sua roba e andarsene.
Così ho preso un taxi e sono andata nell’unico posto dove ci si può riparare da uno tzunami che ti sta ripulendo la vita: sono scappata in braccio alla comune-ty.
Non doveva esserci nessuno, a casa della Strega, e invece, piano piano, siamo arrivati tutti. Volevamo starle vicino, avevamo appena saputo che era malata. E così è servito, è servito tutto. E servita, questa storia assurda, a non sprofondare nella tristezza e nella paura e nella preoccupazione per lei. Alla fine è stata la cosa più importante che ha fatto per noi quest’uomo, ci ha aiutato a pensare ad altro quando la paura sarebbe stata troppa. Questa è l’unica cosa che ha fatto per me quell’uomo: ha scelto il momento giusto per andarsene.
E così è passato un anno, quattro mesi per disfarmi definitivamente di lui. E il resto per godermi la vita che mi sono regalata, gli uomini che sono arrivati dopo, le avventure, le meraviglie, le mattine, i pomeriggi e le sere di una vita che non avrei chiesto e che mi sono trovata a vivere. L’ho misurata, in questi mesi, con cucchiaini da caffè.
E nel frattempo la Strega è riuscita prima a rimanere viva e poi a stare meglio e poi anche a narcotizzare quella malattia che aveva. E non abbiamo ancora festeggiato abbastanza, schiavi delle superstizioni, non ci fidiamo. E invece dovremmo essere quelli che festeggiano tutti i giorni.
Così io ho pensato questa cosa qui, comune-ty.
E’ passato un anno da scampati, da quella sera in cui io sono arrivata con le mie incredibili notizie. Potremmo farla questa cosa qui di terapia di gruppo in cui ognuno racconta com’è stata la sua sera dell’otto novembre e com’è stato tutto quest’anno e anche come sta adesso.
Come forma di terapia, per ammettere che abbiamo avuto paura, come iniezione di autostima, perchè ne siamo usciti con gli applausi, come chiacchiera comune-taria, perchè è un sacco di tempo che non ci parliamo come comunità.
Io sono anche disposta a ospitare sul mio blog l’intervento del Puntoggì che ha chiuso casa sua.
Cosa ne dite?

 

16,Novembre,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 11:52 am

Ho talmente tante cose da scrivere che non so da che parte cominciare.
Sono stata malata la settimana scorsa, complici i bilanci della mia vita, il mio inconscio che non se la sentiva di affrontare l’ultimo incontro con la Nalista, la stanchezza e il freddo della partita di rugby.
Trentanove di febbre, domenica sera.
E’ seguita una settimana in cui non ho fatto niente. E quando dico niente intendo niente tranne farmi coccolare dai passanti.
Domani ancora lavoro sul piano di studi.
E poi scrivo il post che mi gira in testa da un po’.

 

6,Novembre,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 11:36 am

E poi, a dispetto di tutto, anche questa settimana è finita…

 

5,Novembre,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 3:18 pm

In questo momento la cosa che più mi rallegrerebbe sarebbe finire dentro un catalogo dell’ ikea e starci due settimane. Vorrei un bellissima casa pulita e piena di luce, la vorrei con tutte le finiture chiare, e la vorrei con qualcuno che mi porta la colazione a letto, sotto il piumone.
E invece sono in ufficio, la mia casa è il solito delirio peloso, esco la mattina alle sette meno un quarto, e fa ancora buio; quando ritorno è notte. Si può leggere il futuro nelle macchie di calcare dei sanitari, oggi la gatta mi ha distrutto la sveglia, buttandola giù dal soppalco, il mio piumone è in lavanderia e quando penso a Marlon mi sento morbida e conciliante come la salma di Lenin.
Ho freddo e stanotte c’è stato un attentato nella mia lavatrice che ha tinto ogni cosa di blu.
Il mio apparato digerente si sta contorcendo: ieri ho fatto l’errore fatale di prendere un antinfiammatorio perchè mi sono fatta male a un ginocchio, a allenamento: non dovevo farlo. Lascio dietro di me bustine vuote di gaviscon ma è inutile. Continua a farmi male, il ginocchio e anche lo stomaco.
Allora mi dico che c’è il sole, perdìo, c’è il sole anche se fa freddo e mi tocca stare chiusa in questo posto. Potessi prenderei un caffè, ma è fuori discussione.
E allora non mi resta che pensare che se sopravvivo a questo periodo faticoso, a questa settimana di distacco dalla nalista, di chiarimenti con le persone a cui voglio bene, se sopravvivo all’influenza suina, che mi sta attaccata alle caviglie come l’elastico dell’aerobica, se a scuola prima o poi si decidono a darmi dei soldini, visto che siamo a novembre e non ho ancora visto mezzo centesimo e se riesco a non farmi uccidere come Carmen, che è sempre la mia incognita più ingombrante, allora ho intenzione di premiarmi.
E sogno i vapori delle terme, sogno un pomeriggio intensivo dall’estetista, sogno una lampada abbronzante che mi faccia venire in mente i giorni belli in cui giravo in canotta, sogno vestiti nuovi di quelli che non vedi l’ora che venga venerdì sera, sogno un po’ di cinema, vorrei sopravvivere all’allenamento, oggi pomeriggio, e vorrei non farmi troppo male. Vorrei che ci fosse abbastanza gente e poche macchine per non essere convocata alla trasferta di domenica. Vorrei un massaggio serio alla schiena. Vorrei una doccia calda, subito.  Crema idratante, completino nuovo e un maglione enorme e morbido. In alternativa una tisana e una sciarpa.
E un libro bello, e la gatta sulla pancia, coperta e divano.

 

4,Novembre,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 12:00 pm

Adesso vado a casa.
Dormo un pochino.
E poi mi lavo i capelli.

Oggi la cooperativa mi ha minacciata, mi ha detto che non devo più arrivare tardi, mai più, neanche se ho sonno, neanche se sono stanca, neanche se l’amt fa i capricci. Domani mi toccherà svegliarmi ancora di più all’alba.
Ho bisogno di un pochino di tempo per pensare bene alle cose che ho scritto ieri. E poi mi fa male un ginocchio. E poi ho fatto una passeggiata e le chiacchiere con il mio maestro. E poi fa freddo e metterò in lavatrice il mio cappotto.
Ed è subito inverno, e vorrei andare una giornata alle terme. E devo fare la spesa e forse mi ci vorrebbe un antinfiammatorio per questo ginocchio malandato, ma poi mi fa male lo stomaco. E non mi è mai passato il raffreddore, e ho una sensazione come se ci fosse qualcosa fuori posto, ma non riesco a inquadrarla bene, ci pensavo ieri, tornando a casa da allenamento, quando mi è caduto sulla testa un canto degli alpini: era martedì e stavo passando, senza pensarci, sotto la sala prove del coro del mio ex. Ho salutato le finestre e sono scappata via, chiedendomi come diavolo facessi a sopportarlo. Ma non avevo voglia di guardarmi indietro, non particolarmente, comunque, non più di quello che io abbia già fatto, comunque. E così mi sono premiata facendomi avvolgere dal caldo speziato di un chebabbaro, e ho considerato l’importanza che hanno i chebabbari nella vita di una ragazza che vive da sola: per quattro euri ti danno mezzo pollo con l’insalata, ti offrono un posto caldo dove far tappa prima di andare a casa, e sono straordinariamente galanti. Non è una presenza da poco.
Vado a casa a resettarmi il cervello.

 

L’avvelenata 3,Novembre,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 3:27 pm

E poi, ieri sera, ho spento il telefono e mi sono nascosta. Sono andata in uno dei miei posti segreti preferiti e ho provato a mettere un po’ di distanza.
E lì, nascosta e protetta, ho pensato che ho bisogno di dormire e di mangiare. E ho bisogno di stare un po’ zitta e capire che cosa mi sta succedendo. Ho bisogno di una settimana per prepararmi a lunedì prossimo, quando dovrò salutare la mia analista e continuare da sola, come una bambina grande, e mi viene da piangere già adesso. Ho pensato che non devo abusare di me solo per il fatto che sono solida, che posso essere solida quanto voglio ma se corro con un sasso nella scarpa mi faccio male uguale.
Soprattutto sono stanca di masticare insofferenza. E’ un po’ l’avvelenata questo post qui, ve lo dico. E magari mi servirà per mettere a posto qualche pensiero.
Sto tentando un bilancio dell’ultimo anno, anche perchè nell’ultimo anno ho fatto un bilancio degli ultimi tre e allora sono rimasta indietro. Eppure è passato questo ultimo anno, velocissimo è passato, con tutta la tristezza dei momenti brutti, con la confusione di quelli belli, con tutte le persone che mi hanno salvato la vita. E’ passato, disordinato e di corsa, è passato senza fiato, è passato sudato e di prepotenza. Ora che ci penso è ovvio che poi io mi sia messa a giocare a rugby, è quello che ho fatto tutto l’anno scorso, solo che non lo sapevo.
Adesso, dalla prossima settimana la mia analista non ci sarà più e allora io ho pensato che devo stare un po’ più attenta a me, devo tutelarmi un pochino. Non posso permettermi di tenermi i sassolini nelle scarpe per mesi prima di trovare il coraggio di dire alle persone che mi hanno deluso, o mi hanno fatto male. E devo smetterla, una volta per tutte, di prendermi cura a oltranza di chi non si cura di me. Ho smesso di farlo in amore, da tempo. Adesso vediamo se riesco a smettere di farlo in amicizia. Quindi, d’ora in poi, non aspettatevi che la mia porta sia aperta sempre e comunque, non aspettatevi che io legga le vostre cose, se sembra pesarvi così tanto dovermi dare un parere sulle mie, non aspettatevi che io vi ascolti a oltranza mentre snocciolate le vostre menate artistiche, se non vi siete mai disturbati a chiedermi qualcosa sulle mie, non pensate di potermi ancora chiedere aiuto a realizzare progetti a cui non sarei stata invitata. Io ho chiuso la mia personalissima fase del gioco di squadra a oltranza.
Oppure l’ho aperta, a seconda dei punti di vista, ma in campo e in maniera organizzata.

 

lunedì: fango e femminismo. 2,Novembre,2009

Ho mandato un messaggio conciliante a Marlon, prima di aprire l’ufficio, stamattina. Dicevo che abbiamo tutto il tempo di discutere e anche dicevo che, al di là di tutto,  lui mi piace, come persona.
Ovviamente non si è preso il disturbo di rispondermi.
Ovviamente mi piace sempre meno, come persona, al di là di tutto.
Oggi è lunedì e io sto già morendo di sonno, non è un buon presupposto per una settimana che sarà la mia ultima settimana in analisi, preludio della mia ultima seduta. Una settimana in cui devo confezionarmi un piano di studi, due allenamenti, una partita in un paesino nebbioso e nevoso al confine con la Svizzera, una serie di lezioni, di cui una di statistica che devo ri-studiare da capo, entro le cinque di oggi pomeriggio. Una settimana in cui ho tanto da pensare, bilanci da fare, vorrei avere un momento per mettermi a posto casa e considerare cose. Cose sull’ultimo anno, intendo.
Com’è passato veloce l’ultimo anno, intendo, ma non è questa la questione. Non oggi, almeno.
Ieri ho giocato la mia prima partita di rugby.
Beh, giocato è una parola grossa, in realtà non mi sono neanche messa la divisa. Diciamo che ho partecipato alla mia prima partita di rugby.
E’ vero che quello del rugby è un mondo che può rimanerti nel cuore tutta la vita, ho visto ragazze schizzate di fango dalla testa ai piedi sorridersi radiose e poi prendersi a spallate fuoriosamente, ho visto una bionda col culo basso correre veloce e potente come una locomotiva, ho visto la stanchezza e il sudore, ho visto l’allenatore a bordo campo e ho capito che cos’è una bestemmia muta, ho visto me stessa, a mia volta, a bordo campo,  saltellare e emozionarmi, ho visto il freddo e l’autunno. Ma soprattutto ho visto il terzo tempo, ho visto uno sciame di donne dai quindici ai trentacinque anni che uscivano dallo spogliatoio contente e cominciavano a bere birra e mangiare pasta al pesto tutte insieme. E mi sono guardata intorno, mangiando pasta al pesto, ma non bevendo ancora birra, perchè non mi sento pronta, e ho pensato che tutto questo vivere sia meravigliosamente sano.
Al ritorno a casa ero stanca e infreddolita ma c’era Marlon in cucina che stava provando a confezionare una vera cena dell’equatore, con tanto di banane fritte.
Marlon è un uomo meraviglioso da avere vicino: Marlon ti fa sentire una principessa, ti addormenta cullandoti e raccontandoti storie, Marlon cucina per te, Marlon è capace di essere un profugo comunista cileno quando esce con i tuoi amici, Marlon a letto è un meraviglioso, coinvolgente maschio latino, Marlon è capace di portarti fuori il cane, passare l’aspirapolvere mentre dormi e aggiustarti il computer, Marlon ha un buon odore e ci si potrebbe passare la giornata a arrotolarsi i suoi riccioli sulla punta delle dita, Marlon sa farti sentire l’esatto centro del suo cuore quando ti guarda, con i suoi occhi da indio e non ti dice nulla. Marlon è perfetto.
Peccato che ieri la sua ex-fidanzata tedesca continuasse a mandargli sms.
Marlon è perfetto, Marlon non è un traditore, Marlon se gli arriva un sms dalla sua ex mi chiede consiglio su come rispondere.
E a me questa donna ha fatto una pena, una pena che pur con la doccia calda, il terzo tempo, la cena dell’equatore e il profumo della crema idratante, io guardavo Marlon e mi sentivo triste. La sentivo sotto il naso come quando tagli la cipolla la disperazione di questa donna tedesca che ci si è messa la vita in gioco con il mio amante latino, bicipite tatuato e grembiule. E’ facile innamorarsi di un uomo così.
E pensavo: menomale che non sono tedesca, menomale che ne ho viste così tante, menomale che mi sono ricordata di mettere il cuore in cassaforte, menomale che ho una vita tutta ripiena di cose belle, menomale che quest’uomo non è l’unica deriva della mia fantasia. Perchè quella donna di lavoro fa l’ingegnere. E io ho presente l’impatto devastante che ho io sulla vita degli ingegneri, io che sono un vampiro che ha imparato le buone maniere, lui dev’essere micidiale. Lui che è un vampiro e non sa di essere un vampiro.
E sarebbe andato tutto bene, sarebbe stata una serata tranquilla, un po’ meno sognante, forse, un po’ meno sospesa e galleggiante, se Marlon non avesse deciso di giocasi tutte le sue carte, fino in fondo. Perchè Marlon è ingordo, Marlon mi vuole tutta per sè, non può sopportare neanche l’idea che ci sia qualche altro uomo nella mia vita, oppure che ci potrebbe essere: sopporta a malapena che ci sia stato.
Fosse stato un altro non avrei speso una parola sull’argomento. Ma ho un debole per lui, non ci posso fare niente, e quindi ho provato a spiegargli. Ma tu spiega a un maschio latino accecato dalla gelosia e dalla sua educazione al possesso della donna, che un’avventura in più o un’avventura in meno, per me, non fa differenza, è una promessa di fedeltà che fa la differenza, perchè ne deve valere la pena, perchè ci sono cose che sono preziose: la dedizione è preziosa e a me non basta che un uomo cerchi di essere perfetto per un mese. Perchè io ho trent’anni e faccio una serie di strani mestieri, ma non l’ingegnere e lo so a memoria dove finisce il corteggiamento e dove comincia la vita reale.
E so anche che Marlon non è costante, Marlon è un centometrista, e, se vuole una cosa, la sottintende, poi la propone, poi la chiede, poi insiste e poi minaccia di andarsene. E so anche che, nel momento in cui pensa di provare a giocare quell’ultima carta dell’andar via, sente una vocina da qualche parte che gli dice “ti chiamo un taxi”? Perchè Marlon impara presto e è capace di valutare i rapporti di forza.
E’ lunedì e Marlon è tremendamente arrabbiato con me.
Io ho sonno e sono un po’ delusa.
Speravo che se la cavasse meglio.
Il problema è che sono circondata da uomini che non sono capaci a diventare adulti e non riesco a capire se sono io che me li cerco così, per qualche ragione che non saprei dire, oppure se è un problema sociale o generazionale.
Ma io lo so che con la fatica che ho fatto a diventare adulta non ho nessuna intenzione di legare la mia vita a qualcuno che adulto non diventerà mai e di cui mi dovrò sempre occupare. Io voglio un rapporto alla pari.
Ieri pomeriggio sono tornata a casa in macchina con l’allenatore. Quell’uomo non è un gran conversatore e avrei preferito stare zitta a guardare il paesaggio dal finestrino, ma era stanco e ho dovuto forzarmi un pochino e aiutarlo a stare sveglio.
A un certo punto gli dico: appena torno a casa devo buttare qualsiasi cosa in lavatrice, sono tutta piena di fango. E lui si gira, mi guarda stupito e mi fa: ma dopo la partita devi ancora fare la lavatrice, poverina?
L’unica cosa che riesco a rispondere è: eh?
E mi viene in mente che quell’uomo ha passato direttamente il borsone dalle mani di sua mamma a quelle di sua moglie, in maniera così naturale e spudorata che sembra incredibile che ci siano esseri umani che fanno tutto da soli: partite e lavatrici.

Guardati dall’uomo che sa cucinare, ti lascera’ la cucina piena di
pentole unte.  (Erica Jong)

 

Evabbè… 29,Ottobre,2009

(Ragazzina aggressiva, sul genere: non voglio pagare l’autobus, facoltà con obbligo di frequenza)

“Signora, io studio all’università proprio per non finire a fare un lavoro come il suo…”

 

Auguri Nessi!!!! 28,Ottobre,2009

 

27,Ottobre,2009

Ho un raffreddore orrendo.
Ho un raffreddore così tanto orrendo che ho la pelle tutta irritata e verde, perchè le sfighe non vengono mai sole, ma sempre e sempre in contemporanea alle mestruazioni.
Così me la giro per l’ufficio, verde, irritata e mestruata, con il fazzoletto premuto contro il naso che cola e maledico Marlon, l’untore, che ha avuto anche il coraggio di ironizzare: è la vendetta india, ti restituisco quello che avete fatto al mio popolo. Soffro al posto di Sebastián de Belalcázar e non sono neanche spagnola.
Ma stasera andrò comunque ad allenamento, non sarà un raffreddore, perquanto noioso, a fermarmi.

 

26,Ottobre,2009

Archiviato in: Strampalate recensioni — diversamentequilibrata @ 9:53 am

“Ci occuperemo gli uni degli altri e dormiremo tutti ammassati”.

(Trailer prima di vedere Tarantino)

 

Rugby 23,Ottobre,2009

Ho corso fino a sputare i polmoni per terra. Il respiro fa un rumore sinistro quando è un bel po’ che hai il fiatone: fischia e rantola.
Ho corso nelle pozzanghere e nel fango, riducendomi i pantaloni una schifezza.
Poi ho corso con un pallone in mano e un’altra ragazza attaccata addosso. Poi sono stata atterrata dall’allenatore.
Poi ci siamo sdraiati sull’erba bagnata, abbiamo fatto ginnastica, e ho scoperto che i miei addominali, ottimi per la palestra, non mi schiodano da terra e che non sono capace di fare le flessioni.
E mi sono riempita le gambe di lividi e mi fanno male le ginocchia.
Ma sdraiata sull’erba, col k-way e il culo fradicio, a un certo punto, ho annusato l’aria: erba, terra umida e canfora. Non ho mai sentito un accordo di odori più buono. Nella mia vita niente di così fresco, di così allegro, niente di così verde e vitale come quell’odore.
Sono assolutamente, totalmente e istancabilmente innamorata di questo sport.

 

22,Ottobre,2009

La vita è lunga e fa molti giri.
E quindi ti può capitare che un giorno sei in ufficio, ti giri per vedere chi sta entrando, e ti trovi davanti un Pasticcere Trotzkista che non vedi da cinque anni.
Cinque anni fa avevamo avuto una storia molto breve e molto instabile da cui avevo ricavato una commedia e una settimana di paranoia in cui ero sicura che sarei finita accoltellata come Carmen.
E adesso eccolo lì, il pasticcere Trozkista dinuovo davanti alla mia scrivania, ancora molto bello, ancora molto tatuato: noto con un brivido di piacere la macchia di colore che esce dal polsino della felpa. E’ sempre lui.
Gli sorrido, ci salutiamo da vecchi amici. Mi spiega che è stato in analisi, che nel periodo in cui ci siamo conosciuti ha fatto il botto, che è finito in una comunità di recupero e adesso fa il contadino. E poi mi guarda respira e fa: “Abbiamo fatto un casino, eh, io e te, quando ci siamo conosciuti…”.
Io lo tranquillizzo, gli dico che va meglio, che ho lavorato tanto su di me, anche io. Gli do qualche consiglio sul lavoro, gli trovo da fare un colloquio in fretta e lo mando allo sportello.
Nel frattempo parlo con un ragazzino latinoamericano simpatico che vuole fare un’iscrizione.
Quando il Pasticcere torna mi chiede un foglio e una penna, si siede davanti a me e scrive:
“Io non so perchè ti comporti così bene nei miei confronti”
Io, a quel punto, prendo la penna e rispondo:
“Perchè un conto sono le persone, un conto sono i casini che fanno incontrandosi: noi siamo due belle persone con un’interazione pessima”
“Ecco perchè provo un bel sentimento nei tuoi confronti e l’ho sempre avuto, non mento, non ne sono capace mi farebbe piacere…anche solo un caffè se ti fa piacere 34*§&$92*§”.
Io piego il foglietto, lo ripongo sotto la tastiera e gli dico solo: “Ti chiamo!”
Lui mi sorride e io mi sciolgo: ha gli incisivi accavallati. E se ne va lasciando dietro di sè una scia di ormoni in festa.
Si avvicina il ragazzino che stava planando intorno alla scrivania già da un po’. Si siede, mi sorride e vedo nei suoi occhi qualcosa di tremendamente familiare: il taglio indio degli occhi del mio improbabile fidanzato macho latino. Gli sorrido di rimando, lui respira, un po’ imbarazzato e mi chiede:
“Ma tu sei la fidanzata di Marlon?”
A me passa davanti agli occhi tutta la scena del Pasticcere, ma anche tutti i discorsi delle ultime ventiquattrore sulle coppie aperte, i mostri dagli occhi verdi e i sentimenti di possesso, mi passa anche per la testa che forse tutta la comunità latino americana mi spia e anche l’idea che sto diventando paranoica, soprattutto quella, e soprattutto la certezza che questa stupidaggine mi candiderà alla prossima edizione del Premio Smarrone della Comune-ty Awards.
Ingoio il rospo e rispondo solo:
“Fidanzata è una parola grossa…”

 

C’è da oggi in libreria 21,Ottobre,2009

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E c’è anche il book-trailer, tanto per farvi un’idea.

Io l’ho letto in anteprima, perchè ho l’onore di essere amica dell’autrice, ci siamo conosciute proprio qui sul blog.
Ci sono dentro un sacco di cose, in questo libro, e non ve ne anticipo neanche una. Leggetelo e poi ne parliamo!

 

Tutt’oc. 20,Ottobre,2009

C’è stato un lungo periodo della mia vita in cui sono stata fatalmente attratta da uomini d’età. Poi mi è passata, vuoi l’analisi, vuoi che sono diventata grande e a trent’anni non c’è più gusto.
C’è una parte di me che si chiama Lolita e si è messa d’accordo con tutte le altre, adesso fa parte del gioco di squadra.
In questo periodo, da qualche anno, finisco per essere fatalmente attratta da uomini con un lato oscuro che neanche Voldemort e tutti i Mangiamorte che fanno il girotondo. Uomini che non crescono, uomini Peter Pan che promettono di comportarsi da bravi bambini per portarti a rammendare calzini e a raccontare fiabe all’Isolachenoncè.
C’è una parte di me che si chiama Wendy e cerca sempre di giocare attaccante, senza passare la palla.
Fortuna che Peter è un bambino e non è mai capace a usare il computer, o fortuna che, magari, mi porto dietro il karma delle immagini rivelatrici.
Fatto sta che oggi pomeriggio Wendy si è sorbita una lunga ramanzina negli spogliatoi, sotto gli occhi divertiti delle sue compagne di squadra.
E tutte le cose sono tornate alla loro giusta dimensione.

 

Ancora un lunedì di zucchero, finirà per venirvi il diabete. 19,Ottobre,2009

Lunedì mattina.
Mi sento emersa dopo un week-end lunghissimo, venerdì, sabato e domenica. Sono stata a Roma per la manifestazione antirazzista, ma prima sono stata da mia zia, ma prima sono stata accompagnata al treno in una scena che era tremendamente Casablanca, ma prima ho salutato tutti gli amici, ma dopo ho cominciato a capire, ad annusare, che c’era qualcosa, qualcosa di nuovo, ma ci sono voluti ancora due giorni e dopo ci sono arrivata che quella cosa nuova è un ciclo della mia vita, cristosanto, vent’anni, un’era della mia vita che si è chiusa, del resto, non è un caso che io il nove di novembre finisco l’analisi: finisco l’analisi!, non è un evento da tutti i giorni, mi dicevo, al buio, sul treno, cullata dalle luci del paesaggio, dal sedile morbido e dal respiro sfinito di Marlon. Un week-end lunghissimo, dicevo, luminoso e freddo di tramontana e poi grigio di scirocco, e poi ancora caldo, a maniche corte, a San Pietro, a guardare i pellegrini e pensare che quello sì era un momento perfetto. E le chiacchiere, di politica fino a tardi, con mia zia e i miei cugini ritrovati, e gli amici siciliani in manifestazione, e quanto sono stata baciata io questo week-end credo di aver battuto il record. Ovunque c’era qualcuno da abbracciare, da ritrovare.
Sono felice. E non dovrei stare qui a scrivere il blog, ho i test per la mia Classe Bella da pensare, i conti da fare, devo telefonare a scuola, spostare l’appuntamento al patronato, devo scrivermi i compiti della settimana. Ma ho questo languore, questa gioia che mi si è appiccicata addosso come una caramella frizzolina, una gioia che fuori è dolce e dentro ti pizzica le papille gustative.

 

Una donna che è sopravvissuta 14,Ottobre,2009

C’è chi lascia una valigia a Berlino.
C’è chi lascia uno zainetto in treno…
Io ho lasciato un polmone allo stadio Carlini. E, tanto per capirci, per chi non è di Genova, questo stadio Carlini.
Io non pensavo di arrivarci sul serio a fare allenamento, ma è un periodo, questo, da equilibri precari, così sto attenta a fare sempre tutti i compiti, in modo che niente, dentro di me, impazzisca d’ansia quando è il momento della fantasia e delle gite e dei week-end in cui non so mai quando ricompaio.
Quindi ieri sono andata a parlare con il Professore Gentile, che non si ricordava come mai mi aveva chiesto di tornare a parlare con lui, mi ha dato qualche dritta e il nome di un’altra insegnante che dovrebbe aiutarmi con il piano di studi, poi mi ha rilasciata in tempo per buttarmi sul diciotto col borsone e arrivare in orario.
Lo spogliatoio, rispetto a quello di una palestra, anche di una palestra disastrata come la mia, è impressionante: non c’è uno specchio, non c’è il phon e le docce sono una stanza, senza tende, senza muri, come quelle dei maschi.
Allora io arrivo in questo spogliatoio sconosciuto e mi cambio insieme alle altre ragazze che si presentano, sono carine, sono allegre. Poi chiudiamo la porta e andiamo verso il campo.
E qui mi succede una cosa incredibile, una cosa bellissima: ma voi ci avete mai provato a entrare in uno stadio passando per gli spogliatoi? E’ micidiale, ti si appiccica all’immaginazione e non te la togli più questa sensazione di spazio e di respiro e di luce che ti investe alla prima occhiata. E’ bellissimo il campo visto dall’uscita degli spogliatoi, non vedi l’ora di cominciare a correre.
L’allenatore è un signore sulla sessantina, ha l’aria di qualcuno che va a pescare d’estate e per funghi d’autunno. E’ un signore carino, con una fisicità da spallate, neanche un occhio lungo, un uomo di quelli che potrebbero avere i sottotitoli e non vergognarsene. Mi piace. E poi quando fai bene le cose ti dice brava, quando le fai male ti dice vabbè. Le compagne vanno, effettivamente dai diciotto-liceali ai boh, ma io credo di essere la più vecchia.
Rantolo, dopo pochi minuti di corsa ho il fiatone, dopo pochi minuti di fiatone mi fischiano i polmoni e mi fanno male. Le gambe, bene o male reggono. Il fiato è corto, cheddico corto, il fiato è da Malato di cuore, di De Andrè: guardavo le compagne e mi chiedevo come diavolo fanno a riprendere fiato.
Il resto dello stadio è tutto occupato dalle squadre maschili, peccato non riuscire a respirare, peccato che il sudore mi stia colando sugli occhi e sul trucco, peccato che l’importante sia solo non stramazzare al suolo, non inciamparsi sulla palla e capire come cazzo è che a un certo punto devi fermarti e tornare indietro.  Peccato, potrebbe essere un bello spettacolo se non fossi impegnata a prendere a spallate una diciottenne con i codini.
Ma mi piace, mi piace un sacco questo nuovo sport. Ho voglia di continuare e, chissà, magari un giorno capirò le regole. Per adesso mi sembra come la prima lezione di greco antico, impari a memoria in attesa di capirci qualcosa.
Ritorno nello spogliatoio e mi faccio la doccia insieme alle altre, proprio una doccia da maschi che dura poco, nel senso che ci sono i turni: ti bagni, poi ti togli dalla doccia per insaponarti per lasciare il posto a una compagna, e poi ti risciacqui di corsa mentre lei si sta insaponando. Mi guardano strana mentre mi metto la crema idratante. E’ proprio molto diverso dalla mia palestra.
Così esco contenta, con i capelli umidi, il trucco sparpagliato per tutta la faccia, felice e dolorante. E non ho ancora toccato una sigaretta.