E poi, a dispetto di tutto, anche questa settimana è finita…
5,Novembre,2009
In questo momento la cosa che più mi rallegrerebbe sarebbe finire dentro un catalogo dell’ ikea e starci due settimane. Vorrei un bellissima casa pulita e piena di luce, la vorrei con tutte le finiture chiare, e la vorrei con qualcuno che mi porta la colazione a letto, sotto il piumone.
E invece sono in ufficio, la mia casa è il solito delirio peloso, esco la mattina alle sette meno un quarto, e fa ancora buio; quando ritorno è notte. Si può leggere il futuro nelle macchie di calcare dei sanitari, oggi la gatta mi ha distrutto la sveglia, buttandola giù dal soppalco, il mio piumone è in lavanderia e quando penso a Marlon mi sento morbida e conciliante come la salma di Lenin.
Ho freddo e stanotte c’è stato un attentato nella mia lavatrice che ha tinto ogni cosa di blu.
Il mio apparato digerente si sta contorcendo: ieri ho fatto l’errore fatale di prendere un antinfiammatorio perchè mi sono fatta male a un ginocchio, a allenamento: non dovevo farlo. Lascio dietro di me bustine vuote di gaviscon ma è inutile. Continua a farmi male, il ginocchio e anche lo stomaco.
Allora mi dico che c’è il sole, perdìo, c’è il sole anche se fa freddo e mi tocca stare chiusa in questo posto. Potessi prenderei un caffè, ma è fuori discussione.
E allora non mi resta che pensare che se sopravvivo a questo periodo faticoso, a questa settimana di distacco dalla nalista, di chiarimenti con le persone a cui voglio bene, se sopravvivo all’influenza suina, che mi sta attaccata alle caviglie come l’elastico dell’aerobica, se a scuola prima o poi si decidono a darmi dei soldini, visto che siamo a novembre e non ho ancora visto mezzo centesimo e se riesco a non farmi uccidere come Carmen, che è sempre la mia incognita più ingombrante, allora ho intenzione di premiarmi.
E sogno i vapori delle terme, sogno un pomeriggio intensivo dall’estetista, sogno una lampada abbronzante che mi faccia venire in mente i giorni belli in cui giravo in canotta, sogno vestiti nuovi di quelli che non vedi l’ora che venga venerdì sera, sogno un po’ di cinema, vorrei sopravvivere all’allenamento, oggi pomeriggio, e vorrei non farmi troppo male. Vorrei che ci fosse abbastanza gente e poche macchine per non essere convocata alla trasferta di domenica. Vorrei un massaggio serio alla schiena. Vorrei una doccia calda, subito. Crema idratante, completino nuovo e un maglione enorme e morbido. In alternativa una tisana e una sciarpa.
E un libro bello, e la gatta sulla pancia, coperta e divano.
4,Novembre,2009
Adesso vado a casa.
Dormo un pochino.
E poi mi lavo i capelli.
Oggi la cooperativa mi ha minacciata, mi ha detto che non devo più arrivare tardi, mai più, neanche se ho sonno, neanche se sono stanca, neanche se l’amt fa i capricci. Domani mi toccherà svegliarmi ancora di più all’alba.
Ho bisogno di un pochino di tempo per pensare bene alle cose che ho scritto ieri. E poi mi fa male un ginocchio. E poi ho fatto una passeggiata e le chiacchiere con il mio maestro. E poi fa freddo e metterò in lavatrice il mio cappotto.
Ed è subito inverno, e vorrei andare una giornata alle terme. E devo fare la spesa e forse mi ci vorrebbe un antinfiammatorio per questo ginocchio malandato, ma poi mi fa male lo stomaco. E non mi è mai passato il raffreddore, e ho una sensazione come se ci fosse qualcosa fuori posto, ma non riesco a inquadrarla bene, ci pensavo ieri, tornando a casa da allenamento, quando mi è caduto sulla testa un canto degli alpini: era martedì e stavo passando, senza pensarci, sotto la sala prove del coro del mio ex. Ho salutato le finestre e sono scappata via, chiedendomi come diavolo facessi a sopportarlo. Ma non avevo voglia di guardarmi indietro, non particolarmente, comunque, non più di quello che io abbia già fatto, comunque. E così mi sono premiata facendomi avvolgere dal caldo speziato di un chebabbaro, e ho considerato l’importanza che hanno i chebabbari nella vita di una ragazza che vive da sola: per quattro euri ti danno mezzo pollo con l’insalata, ti offrono un posto caldo dove far tappa prima di andare a casa, e sono straordinariamente galanti. Non è una presenza da poco.
Vado a casa a resettarmi il cervello.
L’avvelenata 3,Novembre,2009
E poi, ieri sera, ho spento il telefono e mi sono nascosta. Sono andata in uno dei miei posti segreti preferiti e ho provato a mettere un po’ di distanza.
E lì, nascosta e protetta, ho pensato che ho bisogno di dormire e di mangiare. E ho bisogno di stare un po’ zitta e capire che cosa mi sta succedendo. Ho bisogno di una settimana per prepararmi a lunedì prossimo, quando dovrò salutare la mia analista e continuare da sola, come una bambina grande, e mi viene da piangere già adesso. Ho pensato che non devo abusare di me solo per il fatto che sono solida, che posso essere solida quanto voglio ma se corro con un sasso nella scarpa mi faccio male uguale.
Soprattutto sono stanca di masticare insofferenza. E’ un po’ l’avvelenata questo post qui, ve lo dico. E magari mi servirà per mettere a posto qualche pensiero.
Sto tentando un bilancio dell’ultimo anno, anche perchè nell’ultimo anno ho fatto un bilancio degli ultimi tre e allora sono rimasta indietro. Eppure è passato questo ultimo anno, velocissimo è passato, con tutta la tristezza dei momenti brutti, con la confusione di quelli belli, con tutte le persone che mi hanno salvato la vita. E’ passato, disordinato e di corsa, è passato senza fiato, è passato sudato e di prepotenza. Ora che ci penso è ovvio che poi io mi sia messa a giocare a rugby, è quello che ho fatto tutto l’anno scorso, solo che non lo sapevo.
Adesso, dalla prossima settimana la mia analista non ci sarà più e allora io ho pensato che devo stare un po’ più attenta a me, devo tutelarmi un pochino. Non posso permettermi di tenermi i sassolini nelle scarpe per mesi prima di trovare il coraggio di dire alle persone che mi hanno deluso, o mi hanno fatto male. E devo smetterla, una volta per tutte, di prendermi cura a oltranza di chi non si cura di me. Ho smesso di farlo in amore, da tempo. Adesso vediamo se riesco a smettere di farlo in amicizia. Quindi, d’ora in poi, non aspettatevi che la mia porta sia aperta sempre e comunque, non aspettatevi che io legga le vostre cose, se sembra pesarvi così tanto dovermi dare un parere sulle mie, non aspettatevi che io vi ascolti a oltranza mentre snocciolate le vostre menate artistiche, se non vi siete mai disturbati a chiedermi qualcosa sulle mie, non pensate di potermi ancora chiedere aiuto a realizzare progetti a cui non sarei stata invitata. Io ho chiuso la mia personalissima fase del gioco di squadra a oltranza.
Oppure l’ho aperta, a seconda dei punti di vista, ma in campo e in maniera organizzata.
lunedì: fango e femminismo. 2,Novembre,2009

Ho mandato un messaggio conciliante a Marlon, prima di aprire l’ufficio, stamattina. Dicevo che abbiamo tutto il tempo di discutere e anche dicevo che, al di là di tutto, lui mi piace, come persona.
Ovviamente non si è preso il disturbo di rispondermi.
Ovviamente mi piace sempre meno, come persona, al di là di tutto.
Oggi è lunedì e io sto già morendo di sonno, non è un buon presupposto per una settimana che sarà la mia ultima settimana in analisi, preludio della mia ultima seduta. Una settimana in cui devo confezionarmi un piano di studi, due allenamenti, una partita in un paesino nebbioso e nevoso al confine con la Svizzera, una serie di lezioni, di cui una di statistica che devo ri-studiare da capo, entro le cinque di oggi pomeriggio. Una settimana in cui ho tanto da pensare, bilanci da fare, vorrei avere un momento per mettermi a posto casa e considerare cose. Cose sull’ultimo anno, intendo.
Com’è passato veloce l’ultimo anno, intendo, ma non è questa la questione. Non oggi, almeno.
Ieri ho giocato la mia prima partita di rugby.
Beh, giocato è una parola grossa, in realtà non mi sono neanche messa la divisa. Diciamo che ho partecipato alla mia prima partita di rugby.
E’ vero che quello del rugby è un mondo che può rimanerti nel cuore tutta la vita, ho visto ragazze schizzate di fango dalla testa ai piedi sorridersi radiose e poi prendersi a spallate fuoriosamente, ho visto una bionda col culo basso correre veloce e potente come una locomotiva, ho visto la stanchezza e il sudore, ho visto l’allenatore a bordo campo e ho capito che cos’è una bestemmia muta, ho visto me stessa, a mia volta, a bordo campo, saltellare e emozionarmi, ho visto il freddo e l’autunno. Ma soprattutto ho visto il terzo tempo, ho visto uno sciame di donne dai quindici ai trentacinque anni che uscivano dallo spogliatoio contente e cominciavano a bere birra e mangiare pasta al pesto tutte insieme. E mi sono guardata intorno, mangiando pasta al pesto, ma non bevendo ancora birra, perchè non mi sento pronta, e ho pensato che tutto questo vivere sia meravigliosamente sano.
Al ritorno a casa ero stanca e infreddolita ma c’era Marlon in cucina che stava provando a confezionare una vera cena dell’equatore, con tanto di banane fritte.
Marlon è un uomo meraviglioso da avere vicino: Marlon ti fa sentire una principessa, ti addormenta cullandoti e raccontandoti storie, Marlon cucina per te, Marlon è capace di essere un profugo comunista cileno quando esce con i tuoi amici, Marlon a letto è un meraviglioso, coinvolgente maschio latino, Marlon è capace di portarti fuori il cane, passare l’aspirapolvere mentre dormi e aggiustarti il computer, Marlon ha un buon odore e ci si potrebbe passare la giornata a arrotolarsi i suoi riccioli sulla punta delle dita, Marlon sa farti sentire l’esatto centro del suo cuore quando ti guarda, con i suoi occhi da indio e non ti dice nulla. Marlon è perfetto.
Peccato che ieri la sua ex-fidanzata tedesca continuasse a mandargli sms.
Marlon è perfetto, Marlon non è un traditore, Marlon se gli arriva un sms dalla sua ex mi chiede consiglio su come rispondere.
E a me questa donna ha fatto una pena, una pena che pur con la doccia calda, il terzo tempo, la cena dell’equatore e il profumo della crema idratante, io guardavo Marlon e mi sentivo triste. La sentivo sotto il naso come quando tagli la cipolla la disperazione di questa donna tedesca che ci si è messa la vita in gioco con il mio amante latino, bicipite tatuato e grembiule. E’ facile innamorarsi di un uomo così.
E pensavo: menomale che non sono tedesca, menomale che ne ho viste così tante, menomale che mi sono ricordata di mettere il cuore in cassaforte, menomale che ho una vita tutta ripiena di cose belle, menomale che quest’uomo non è l’unica deriva della mia fantasia. Perchè quella donna di lavoro fa l’ingegnere. E io ho presente l’impatto devastante che ho io sulla vita degli ingegneri, io che sono un vampiro che ha imparato le buone maniere, lui dev’essere micidiale. Lui che è un vampiro e non sa di essere un vampiro.
E sarebbe andato tutto bene, sarebbe stata una serata tranquilla, un po’ meno sognante, forse, un po’ meno sospesa e galleggiante, se Marlon non avesse deciso di giocasi tutte le sue carte, fino in fondo. Perchè Marlon è ingordo, Marlon mi vuole tutta per sè, non può sopportare neanche l’idea che ci sia qualche altro uomo nella mia vita, oppure che ci potrebbe essere: sopporta a malapena che ci sia stato.
Fosse stato un altro non avrei speso una parola sull’argomento. Ma ho un debole per lui, non ci posso fare niente, e quindi ho provato a spiegargli. Ma tu spiega a un maschio latino accecato dalla gelosia e dalla sua educazione al possesso della donna, che un’avventura in più o un’avventura in meno, per me, non fa differenza, è una promessa di fedeltà che fa la differenza, perchè ne deve valere la pena, perchè ci sono cose che sono preziose: la dedizione è preziosa e a me non basta che un uomo cerchi di essere perfetto per un mese. Perchè io ho trent’anni e faccio una serie di strani mestieri, ma non l’ingegnere e lo so a memoria dove finisce il corteggiamento e dove comincia la vita reale.
E so anche che Marlon non è costante, Marlon è un centometrista, e, se vuole una cosa, la sottintende, poi la propone, poi la chiede, poi insiste e poi minaccia di andarsene. E so anche che, nel momento in cui pensa di provare a giocare quell’ultima carta dell’andar via, sente una vocina da qualche parte che gli dice “ti chiamo un taxi”? Perchè Marlon impara presto e è capace di valutare i rapporti di forza.
E’ lunedì e Marlon è tremendamente arrabbiato con me.
Io ho sonno e sono un po’ delusa.
Speravo che se la cavasse meglio.
Il problema è che sono circondata da uomini che non sono capaci a diventare adulti e non riesco a capire se sono io che me li cerco così, per qualche ragione che non saprei dire, oppure se è un problema sociale o generazionale.
Ma io lo so che con la fatica che ho fatto a diventare adulta non ho nessuna intenzione di legare la mia vita a qualcuno che adulto non diventerà mai e di cui mi dovrò sempre occupare. Io voglio un rapporto alla pari.
Ieri pomeriggio sono tornata a casa in macchina con l’allenatore. Quell’uomo non è un gran conversatore e avrei preferito stare zitta a guardare il paesaggio dal finestrino, ma era stanco e ho dovuto forzarmi un pochino e aiutarlo a stare sveglio.
A un certo punto gli dico: appena torno a casa devo buttare qualsiasi cosa in lavatrice, sono tutta piena di fango. E lui si gira, mi guarda stupito e mi fa: ma dopo la partita devi ancora fare la lavatrice, poverina?
L’unica cosa che riesco a rispondere è: eh?
E mi viene in mente che quell’uomo ha passato direttamente il borsone dalle mani di sua mamma a quelle di sua moglie, in maniera così naturale e spudorata che sembra incredibile che ci siano esseri umani che fanno tutto da soli: partite e lavatrici.
Guardati dall’uomo che sa cucinare, ti lascera’ la cucina piena di
pentole unte. (Erica Jong)
Evabbè… 29,Ottobre,2009
(Ragazzina aggressiva, sul genere: non voglio pagare l’autobus, facoltà con obbligo di frequenza)
“Signora, io studio all’università proprio per non finire a fare un lavoro come il suo…”
27,Ottobre,2009

Ho un raffreddore orrendo.
Ho un raffreddore così tanto orrendo che ho la pelle tutta irritata e verde, perchè le sfighe non vengono mai sole, ma sempre e sempre in contemporanea alle mestruazioni.
Così me la giro per l’ufficio, verde, irritata e mestruata, con il fazzoletto premuto contro il naso che cola e maledico Marlon, l’untore, che ha avuto anche il coraggio di ironizzare: è la vendetta india, ti restituisco quello che avete fatto al mio popolo. Soffro al posto di Sebastián de Belalcázar e non sono neanche spagnola.
Ma stasera andrò comunque ad allenamento, non sarà un raffreddore, perquanto noioso, a fermarmi.
26,Ottobre,2009
“Ci occuperemo gli uni degli altri e dormiremo tutti ammassati”.
(Trailer prima di vedere Tarantino)
Rugby 23,Ottobre,2009

Ho corso fino a sputare i polmoni per terra. Il respiro fa un rumore sinistro quando è un bel po’ che hai il fiatone: fischia e rantola.
Ho corso nelle pozzanghere e nel fango, riducendomi i pantaloni una schifezza.
Poi ho corso con un pallone in mano e un’altra ragazza attaccata addosso. Poi sono stata atterrata dall’allenatore.
Poi ci siamo sdraiati sull’erba bagnata, abbiamo fatto ginnastica, e ho scoperto che i miei addominali, ottimi per la palestra, non mi schiodano da terra e che non sono capace di fare le flessioni.
E mi sono riempita le gambe di lividi e mi fanno male le ginocchia.
Ma sdraiata sull’erba, col k-way e il culo fradicio, a un certo punto, ho annusato l’aria: erba, terra umida e canfora. Non ho mai sentito un accordo di odori più buono. Nella mia vita niente di così fresco, di così allegro, niente di così verde e vitale come quell’odore.
Sono assolutamente, totalmente e istancabilmente innamorata di questo sport.
22,Ottobre,2009

La vita è lunga e fa molti giri.
E quindi ti può capitare che un giorno sei in ufficio, ti giri per vedere chi sta entrando, e ti trovi davanti un Pasticcere Trotzkista che non vedi da cinque anni.
Cinque anni fa avevamo avuto una storia molto breve e molto instabile da cui avevo ricavato una commedia e una settimana di paranoia in cui ero sicura che sarei finita accoltellata come Carmen.
E adesso eccolo lì, il pasticcere Trozkista dinuovo davanti alla mia scrivania, ancora molto bello, ancora molto tatuato: noto con un brivido di piacere la macchia di colore che esce dal polsino della felpa. E’ sempre lui.
Gli sorrido, ci salutiamo da vecchi amici. Mi spiega che è stato in analisi, che nel periodo in cui ci siamo conosciuti ha fatto il botto, che è finito in una comunità di recupero e adesso fa il contadino. E poi mi guarda respira e fa: “Abbiamo fatto un casino, eh, io e te, quando ci siamo conosciuti…”.
Io lo tranquillizzo, gli dico che va meglio, che ho lavorato tanto su di me, anche io. Gli do qualche consiglio sul lavoro, gli trovo da fare un colloquio in fretta e lo mando allo sportello.
Nel frattempo parlo con un ragazzino latinoamericano simpatico che vuole fare un’iscrizione.
Quando il Pasticcere torna mi chiede un foglio e una penna, si siede davanti a me e scrive:
“Io non so perchè ti comporti così bene nei miei confronti”
Io, a quel punto, prendo la penna e rispondo:
“Perchè un conto sono le persone, un conto sono i casini che fanno incontrandosi: noi siamo due belle persone con un’interazione pessima”
“Ecco perchè provo un bel sentimento nei tuoi confronti e l’ho sempre avuto, non mento, non ne sono capace mi farebbe piacere…anche solo un caffè se ti fa piacere 34*§&$92*§”.
Io piego il foglietto, lo ripongo sotto la tastiera e gli dico solo: “Ti chiamo!”
Lui mi sorride e io mi sciolgo: ha gli incisivi accavallati. E se ne va lasciando dietro di sè una scia di ormoni in festa.
Si avvicina il ragazzino che stava planando intorno alla scrivania già da un po’. Si siede, mi sorride e vedo nei suoi occhi qualcosa di tremendamente familiare: il taglio indio degli occhi del mio improbabile fidanzato macho latino. Gli sorrido di rimando, lui respira, un po’ imbarazzato e mi chiede:
“Ma tu sei la fidanzata di Marlon?”
A me passa davanti agli occhi tutta la scena del Pasticcere, ma anche tutti i discorsi delle ultime ventiquattrore sulle coppie aperte, i mostri dagli occhi verdi e i sentimenti di possesso, mi passa anche per la testa che forse tutta la comunità latino americana mi spia e anche l’idea che sto diventando paranoica, soprattutto quella, e soprattutto la certezza che questa stupidaggine mi candiderà alla prossima edizione del Premio Smarrone della Comune-ty Awards.
Ingoio il rospo e rispondo solo:
“Fidanzata è una parola grossa…”
C’è da oggi in libreria 21,Ottobre,2009
Vi segnalo questo libro qui
E c’è anche il book-trailer, tanto per farvi un’idea.
Io l’ho letto in anteprima, perchè ho l’onore di essere amica dell’autrice, ci siamo conosciute proprio qui sul blog.
Ci sono dentro un sacco di cose, in questo libro, e non ve ne anticipo neanche una. Leggetelo e poi ne parliamo!
Tutt’oc. 20,Ottobre,2009
C’è stato un lungo periodo della mia vita in cui sono stata fatalmente attratta da uomini d’età. Poi mi è passata, vuoi l’analisi, vuoi che sono diventata grande e a trent’anni non c’è più gusto.
C’è una parte di me che si chiama Lolita e si è messa d’accordo con tutte le altre, adesso fa parte del gioco di squadra.
In questo periodo, da qualche anno, finisco per essere fatalmente attratta da uomini con un lato oscuro che neanche Voldemort e tutti i Mangiamorte che fanno il girotondo. Uomini che non crescono, uomini Peter Pan che promettono di comportarsi da bravi bambini per portarti a rammendare calzini e a raccontare fiabe all’Isolachenoncè.
C’è una parte di me che si chiama Wendy e cerca sempre di giocare attaccante, senza passare la palla.
Fortuna che Peter è un bambino e non è mai capace a usare il computer, o fortuna che, magari, mi porto dietro il karma delle immagini rivelatrici.
Fatto sta che oggi pomeriggio Wendy si è sorbita una lunga ramanzina negli spogliatoi, sotto gli occhi divertiti delle sue compagne di squadra.
E tutte le cose sono tornate alla loro giusta dimensione.
Ancora un lunedì di zucchero, finirà per venirvi il diabete. 19,Ottobre,2009
Lunedì mattina.
Mi sento emersa dopo un week-end lunghissimo, venerdì, sabato e domenica. Sono stata a Roma per la manifestazione antirazzista, ma prima sono stata da mia zia, ma prima sono stata accompagnata al treno in una scena che era tremendamente Casablanca, ma prima ho salutato tutti gli amici, ma dopo ho cominciato a capire, ad annusare, che c’era qualcosa, qualcosa di nuovo, ma ci sono voluti ancora due giorni e dopo ci sono arrivata che quella cosa nuova è un ciclo della mia vita, cristosanto, vent’anni, un’era della mia vita che si è chiusa, del resto, non è un caso che io il nove di novembre finisco l’analisi: finisco l’analisi!, non è un evento da tutti i giorni, mi dicevo, al buio, sul treno, cullata dalle luci del paesaggio, dal sedile morbido e dal respiro sfinito di Marlon. Un week-end lunghissimo, dicevo, luminoso e freddo di tramontana e poi grigio di scirocco, e poi ancora caldo, a maniche corte, a San Pietro, a guardare i pellegrini e pensare che quello sì era un momento perfetto. E le chiacchiere, di politica fino a tardi, con mia zia e i miei cugini ritrovati, e gli amici siciliani in manifestazione, e quanto sono stata baciata io questo week-end credo di aver battuto il record. Ovunque c’era qualcuno da abbracciare, da ritrovare.
Sono felice. E non dovrei stare qui a scrivere il blog, ho i test per la mia Classe Bella da pensare, i conti da fare, devo telefonare a scuola, spostare l’appuntamento al patronato, devo scrivermi i compiti della settimana. Ma ho questo languore, questa gioia che mi si è appiccicata addosso come una caramella frizzolina, una gioia che fuori è dolce e dentro ti pizzica le papille gustative.
Una donna che è sopravvissuta 14,Ottobre,2009

C’è chi lascia una valigia a Berlino.
C’è chi lascia uno zainetto in treno…
Io ho lasciato un polmone allo stadio Carlini. E, tanto per capirci, per chi non è di Genova, questo stadio Carlini.
Io non pensavo di arrivarci sul serio a fare allenamento, ma è un periodo, questo, da equilibri precari, così sto attenta a fare sempre tutti i compiti, in modo che niente, dentro di me, impazzisca d’ansia quando è il momento della fantasia e delle gite e dei week-end in cui non so mai quando ricompaio.
Quindi ieri sono andata a parlare con il Professore Gentile, che non si ricordava come mai mi aveva chiesto di tornare a parlare con lui, mi ha dato qualche dritta e il nome di un’altra insegnante che dovrebbe aiutarmi con il piano di studi, poi mi ha rilasciata in tempo per buttarmi sul diciotto col borsone e arrivare in orario.
Lo spogliatoio, rispetto a quello di una palestra, anche di una palestra disastrata come la mia, è impressionante: non c’è uno specchio, non c’è il phon e le docce sono una stanza, senza tende, senza muri, come quelle dei maschi.
Allora io arrivo in questo spogliatoio sconosciuto e mi cambio insieme alle altre ragazze che si presentano, sono carine, sono allegre. Poi chiudiamo la porta e andiamo verso il campo.
E qui mi succede una cosa incredibile, una cosa bellissima: ma voi ci avete mai provato a entrare in uno stadio passando per gli spogliatoi? E’ micidiale, ti si appiccica all’immaginazione e non te la togli più questa sensazione di spazio e di respiro e di luce che ti investe alla prima occhiata. E’ bellissimo il campo visto dall’uscita degli spogliatoi, non vedi l’ora di cominciare a correre.
L’allenatore è un signore sulla sessantina, ha l’aria di qualcuno che va a pescare d’estate e per funghi d’autunno. E’ un signore carino, con una fisicità da spallate, neanche un occhio lungo, un uomo di quelli che potrebbero avere i sottotitoli e non vergognarsene. Mi piace. E poi quando fai bene le cose ti dice brava, quando le fai male ti dice vabbè. Le compagne vanno, effettivamente dai diciotto-liceali ai boh, ma io credo di essere la più vecchia.
Rantolo, dopo pochi minuti di corsa ho il fiatone, dopo pochi minuti di fiatone mi fischiano i polmoni e mi fanno male. Le gambe, bene o male reggono. Il fiato è corto, cheddico corto, il fiato è da Malato di cuore, di De Andrè: guardavo le compagne e mi chiedevo come diavolo fanno a riprendere fiato.
Il resto dello stadio è tutto occupato dalle squadre maschili, peccato non riuscire a respirare, peccato che il sudore mi stia colando sugli occhi e sul trucco, peccato che l’importante sia solo non stramazzare al suolo, non inciamparsi sulla palla e capire come cazzo è che a un certo punto devi fermarti e tornare indietro. Peccato, potrebbe essere un bello spettacolo se non fossi impegnata a prendere a spallate una diciottenne con i codini.
Ma mi piace, mi piace un sacco questo nuovo sport. Ho voglia di continuare e, chissà, magari un giorno capirò le regole. Per adesso mi sembra come la prima lezione di greco antico, impari a memoria in attesa di capirci qualcosa.
Ritorno nello spogliatoio e mi faccio la doccia insieme alle altre, proprio una doccia da maschi che dura poco, nel senso che ci sono i turni: ti bagni, poi ti togli dalla doccia per insaponarti per lasciare il posto a una compagna, e poi ti risciacqui di corsa mentre lei si sta insaponando. Mi guardano strana mentre mi metto la crema idratante. E’ proprio molto diverso dalla mia palestra.
Così esco contenta, con i capelli umidi, il trucco sparpagliato per tutta la faccia, felice e dolorante. E non ho ancora toccato una sigaretta.
Lunedì di zucchero. 12,Ottobre,2009
E mi ritrovo nel lunedì caramellato che segue un week-end pieno di cose belle. La prima uscita pubblica dell’Amicapaola come Autrice, le chiacchiere sotto i tuoni, la mia estemporanea gita a Santa Margherita, a recuperare le chiavi di casa, i miei parenti piacentini. E poi Marlon, la sua incredibile storia, le nostre ore leggere. Passare la notte sdraiati sul divano ad ascoltare musica, fare le chiecchiere e leggere Pavese e accorgersi che sono le sette dal fatto che sta venendo chiaro, e avevamo talmente tante cose da raccontarci e da mostrarci e da ascoltare insieme, che non avevamo ancora fatto l’amore. La domenica della semina, il clima bello a casa Cioccolatte, gli amici.
Sono felice, oggi. Mi sto coccolando.
E’ un autunno caldo anche in questo senso.
Stanotte ho sognato che ero a scuola e una professoressa ci faceva fare un compito in classe su un libro bello, di qualche genio tipo Virginia Woolf, qualcosa di imperdibile. Ogni capitolo del libro era un dialogo dell’autrice con un personaggio, e parlava di femminismo, di scrittura femminile, tipo una stanza tutta per sè, ma non era quello.
Allora c’era questo compito in classe a crocette, ma io non pensavo che fosse così dettagliato, io sapevo di cosa si trattava e avevo dato un’occhiata all’introduzione, ma non l’avevo studiato bene.
C’era di buono che potevamo consultare il libro, quindi ho provato a chiedere alla professoressa, che era carina e simpatica come la mia analista, quanto tempo avessimo a disposizione. Lei mi rispondeva che mancavano solo venticinque minuti alla consegna e io realizzavo che non ce l’avrei mai fatta, che tanto valeva consegnare subito in bianco con grande scazzo.
La Paola, invece, che era la mia compagna di banco, sapeva tutte le risposte.
Vi ho aggiornati, ma non vado oltre: devo finire di pensare al mio bislacco piano di studi, domani ho appuntamento con il professore gentile con cui avevo parlato questa estate. E poi devo riguardarmi le dieci pagine che ho scritto e su cui ieri sera mi sono addormentata.
Sono giornate dolci e difficili e piene e colorate e felici, queste in cui si rassettano gli equilibri.
8,Ottobre,2009

Dunque entro nel dibattito politico che ha infiammato i blog della Comune-ty in questi giorni.
Ci entro comoda e privilegiata, perchè penultima, e ci entro di buon umore. Lo si diceva su facciabuco stamattina che la Costituzione è l’eredità più bellissima che ci potessero lasciare e che i padri costituenti dopo che ci hanno salvato il culo durante la guerra, sono stati così meravigliosamente previdenti che ci stanno salvando il culo anche oggi, io adoro quest’idea: se la Costituzione era un maschio, così noioso, così formale, così protettivo, io me lo sposavo sicuro.
Anyway, si discuteva della manifestazione a Roma, quella sulla libertà di stampa che io ho rischiato di far saltare per la seconda volta spernacchiando un alpino.
Io penso così, penso che è stata una manifestazione per la libertà di stampa organizzata dal sindacato dei giornalisti. E penso che noi ci siamo andati per due ordini di motivi: il primo è che a noi ci piace un casino la libertà di stampa e il secondo è che c’abbiamo una voglia di autunno caldo che, ad averci un mese di ferie, io me ne stavo a Roma direttamente.
Ma una manifestazione organizzata da una categoria è, per forza di cose, una questione trasversale. Quindi è ovvio che fosse una manifestazione piena, anche, di facce da culo, in una percentuale rappresentativa di questo paese, cioè tante.
Io sono stata fortunata perchè qualcosa dentro di me, che credo sia il mio leggendario istinto di sopravvivenza, mi ha guidata istintivamente ad accoccolarmi sotto lo stand del Manifesto e rimanere lì. Mi sono annoiata a morte, ho passato il tempo a torturare chi c’era facendo foto assurde e dopo un po’ non riuscivo più a star ferma. Ma almeno non ero circondata di orribili democratici e di individui che non avevano niente di meglio da fare che applaudire uno stupido pupazzo rosso.
C’è anche da dire che io non ho particolari aspettative riguardo ai giornalisti di questo paese: mio papà fa l’elettricista. Certo, se mai ci fosse stata una manifestazione dei metalmeccanici con gli stessi toni, ecco, forse non mi sarei accontentata di un posticino all’ombra del Manifesto.
Ma non penso che la Nessi sia stata tremendamente snob. Penso che abbia espresso nel modo antipatico di cui è capace solo lei quando è stanca e amareggata, un’amarezza che abbiamo tutti, l’amarezza di non ritrovarsi i compagni intorno nel momento in cui dei compagni ci sarebbe bisogno, l’amarezza di essere pochi e non sai dove sono finiti quelli che non ci sono.
Io e la Nessi ai tempi della nostra gioventù mortale abbiamo fatto manifestazioni gomito a gomito con i leghisti, per la Val Susa, tanto per dirne una, ma c’era un clima diverso. C’era il clima di quelli che stanno lottando, di quelli che prima facciamo e poi vediamo chi sta da quale parte. Anche questo è mancato alla manifestazione della stampa. Era tremendamente parlata, c’era un sacco di gente che si parlava, soporiferamente, addosso.
Nella mia classe classe carina dei ragazzini del pomeriggio c’è quello che viene dal liceo classico e che alza la mano per prendere la parola. L’altro giorno, durante un dibattito sulla democrazia ad Atene, ci ha detto che fa politica. Io l’ho squadrato un po’ e gli ho chiesto: ma quale partito?
E lui “Io sono democratico”.
E io, lo giuro, di getto, stavo per rispondergli “Anche io, caro, tutti siamo democratici. Ma tu di che partito sei?”
E poi ho realizzato che democratico è un partito, e quel ragazzino di diciassette anni, con la camica e la riga di lato è veramente iscritto al Piddì.
Un giovane democratico nella mia classe. Avrei avuto voglia di prenderlo in giro come facevamo con quelli del Pìdiesse quando avevamo la loro età. Avrei voluto tirargli le palline di carta, ah, sfigato, avrei voluto fargli lo sgambetto quando è uscito dall’aula, alla fine dell’ora. Ma non si può.
Non tanto perchè sono la sua insegnante e non ho diciassette anni, ma perchè, anche in una classe carina, uno che fa politica è una mosca bianca e te lo devi tenere caro. Ti trascina avanti tutti gli altri. Accende la discussione in maniera corretta e ha imparato a parlare.
E’ un giovane, fottuto, democratico, ma è prezioso, è prezioso per tutti gli altri.
E quindi cerco di non fargli i dispetti.
E’ la stessa cosa della manifestazione. L’hanno organizzata e siamo lì, tutti insieme, a parlare della libertà di stampa.
Ci tocca a tutti insieme, come se eravamo in classe.
E deve c’entrare anche col fatto che mi è capitato di leggere una questione privata e non chiedetemi com’è che non l’avevo mai letto: è bellissimo.
E lì si vede bene la differenza tra partigiano e partigiano, i nostri che facevano la fame e i badogliani invece no. E poi la guerra è finita e c’è stata l’Italia da fare, che noi l’avremmo fatta anche meglio di così, secondo me. Ma qualcosa di buono c’è uscito: la Costituzione, di cui sopra, che ancora oggi ci salva il culo.
E allora io penso che se loro fossero un po’ più come noi sarebbe meglio. Ma non sono come noi, sono orribili, orribili democratici.
Ma ci tocca costruire qualcosa insieme.
Anche stavolta.
Articolo successivo 7,Ottobre,2009

Volevo dare il mio contributo al dibattito politico della Comune.
E invece nel mio ufficio si delira, in questi giorni, e, così, ciccia, niente dibattito.
Solo una cosa, che terrei a rimarcare: “Neeeeeeeeeeeessi!!!! ERA ENZO BIAGI!!!”
Prrrrrrrrrrrr!!!!



