La Comune-ty è in fermento.
Si continua a parlare delle primarie e della disgraziata possibilità che non sia il Poeta a vincere ma La Signora Diessina.
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Riporto i link per uno storico della discussione:
Il senso : http://lastreganocciola.blogspot.com/
La sinistra non è una questione di squadra: http://diversamentequilibrata.blog.kataweb.it/la_storia_di_e/2007/01/la_sinistra_non.html#comments
Sinistra e’ starci dentro: http://continentaldivide.blog.kataweb.it/chiamami_aquila/2007/01/sinistra_e_star.html#comments
Serie argomentazioni: http://ilblogdellanessie.blogspot.com/
Giorno verrà, per il puffo mietitore: http://lastreganocciola.blogspot.com/
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C’è da dire che il resto dell’alanarchica mi ha lasciata sola, persa nella progettazione di week-end romani romantici oppure impegnata in serate orgiastiche a base di autoreggenti colorate e tiramisù.
Ma io aspetto, ah, se aspetto che vengano a darmi man forte.
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Allora il primo punto da mettere in chiaro è che non andare a votare non significa tirarsi fuori da un dibattito politico. E non significa scendere dall’Aventino zitta zitta per protesta.
Non sono una di quelli dell’ora di silenzio per la pace, che chi tace acconsente.
E, come, purtroppo, tutti sanno, fin troppo bene io, non sto mai zitta.
Io gradirei moltissimo, da parte del resto della comune, impegnato nella discussione, di prendermi sul serio. Perché la decisione di non votare per me è sofferta, molto.
Io non sono lo scrutatore non votante.
E non mi interessa particolarmente lo shopping della Vincenzi durante quel doloroso (soprattutto per motivi personali) sciopero generale.
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Io dico che in questo paese c’è una sinistra che fa schifo.
E fin qui sfido chiunque a obiettare.
Date un’occhiata al dibattito sui pacs. E’ indecente.
Siamo di fatto uno stato che per varare una legge deve chiedere il permesso a uno stato straniero.
Ma mica uno stato straniero normale, una monarchia teocratica.
Ce n’è abbastanza da chiedere la cittadinanza svizzera, se non avessi qualche problema con la conformazione del territorio.
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Succede che noi di sinistra stiamo votando dal novantaquattro, almeno, sempre la stessa gente.
Quelli che hanno fatto, tanto per rimanere nel mio campo, una riforma del lavoro che neanche i salumieri della lega. Sono quelli che hanno aperto agli interinali e altre amenità su cui non mi dilungo, se volete vi scrivo un post a richiesta.
E, sempre per rimanere nel mio ambito, chi l’ha inventata la Ssis?
E la smetto, che poi finisce che divento noiosa citando la legge sul conflitto di interessi…Quale legge sul conflitto di interessi?
Siamo d’accordo quando dico che abbiamo dei vertici da cambiare?
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Bene.
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Io un giorno, a Mantova, sono andata a sentire un dibattito molto bello, sull’architettura e la letteratura. C’era uno scrittore napoletano di cui, forse, si ricorda il nome la Sire, che diceva questa cosa interessante, che l’Italia, al di là dell’amnistia, non è riuscita a cavarsi mai fuori completamente, dal fascismo, perché anche il linguaggio dell’architettura è rimasto simile.
Che i monumenti ai caduti della resistenza non hanno un linguaggio di forme e materiali diverso da quelli precedenti, eccetto uno, che citava e non mi ricordo.
Così ci ho pensato e questa cosa del linguaggio mi è girata per la testa un bel po’.
E ho pensato che si applica ai materiali e alle forme ma anche alle parole.
Io non ho visto un linguaggio così tanto diverso, nella mia frequentazione di partigiani. Nelle lettere, nei discorsi. Il contenuto era diverso diversissimo. Ma le parole erano le stesse, la Patria, l’Italia, L’Onore. La Madre, la Dura Battaglia.
E la Nessi, io la vedo già, che arriccia il naso e si mette già più dritta sulla sedia, Ema, i Partigiani non si toccano.
Nessi, io lo so da che parte sto, non ti preoccupare, dammi un po’ di fiducia e continua a leggere.
I Partigiani hanno fatto le scuole nel ventennio e hanno usato esattamente le parole che hanno imparato. E con le parole che hanno imparato hanno detto cose diverse.
Ma io ho fatto le Scienze dell’Educazione.
E sempre dico che è una facoltà che non serve a niente.
E poi, sempre più spesso, mi accorgo che una parte consistente della mia formazione, viene da lì.
In un esame di una qualche psicologia io devo aver imparato che il linguaggio è un pezzo importante dell’organizzazione delle idee.
Quindi prima si cambiano le idee.
E poi si cambia il modo di dirle.
Si cambiano le parole.
Si cambiano i monumenti, i materiali, le facciate delle case.
Perché la gente non deve avere dubbi che qualcosa è cambiato.
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E ho anche una spiegazione marxista di tutto ciò, che cambia la struttura e cambia con la struttura tutta la sovrastruttura.
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Scusa, Streganocciola, lo so che queste cose tu le hai già sentite negli anni settanta.
E so che poi, negli anni ottanta ci sei rimasta male.
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Ma io ho trent’anni, quasi quasi.
E penso di avere il sacrosanto diritto di pensare e provare:
a. A considerarmi una classe sociale nuova di zecca.
b. A decidere che cosa intendo per classe sociale (E i miei prestiti dal marxismo sono un altro post a parte)
c. A provarci a usare un linguaggio nuovo.
In sostanza ho diritto anch’io a fare la rivoluzione.
E che nessuno provi a dirmi che la rivoluzione l’ha persa anche per me.
Hanno già detto.
E non ha funzionato.
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Quindi io penso che è più facile cambiare le cose quando al governo ci siamo noi, che quando al governo ci sono loro troppe manganellate.
Noi un po’ meno.
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Ma penso che per cambiarle sul serio, e qui rispondo al Chimico, non dobbiamo usare le loro parole.
Dobbiamo portare idee nuove con linguaggi e modi nuovi.
Perché la sinistra giovanile non mi piace.
Per un sacco di motivi personali (Grazie Nessi, ormai ti ho interiorizzata).
Ma anche perché è la dirigenza che replica sé stessa. Senza possibilità di cambiamento.
E quello è anche il motivo per cui alle riunioni, anche dei dissidenti, anche di quelli che se ne vanno dal Partito perché non vogliono quello democratico e sono più vicini a rifonda, io finisco per invocare una cintura esplosiva.
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E, in definitiva, questo è il motivo per cui sto cercando di non andare a votare.
Perché con il voto, di fatto, si legittima uno stato di cose.
Uno stato di cose che nei limiti di Sanguineti io posso sopportare.
Dalla Vincenzi in poi no.
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E’ la questione della Linea.
E io sono sicura che, piano piano, viene fuori la linea e anche l’ideologia.
Che fa venire la pelle d’oca all’amica Matematica. Ma solo perché, col tempo, la gente, nel linguaggio comune, si è dimenticata cos’è.
E io penso che adesso la situazione sia, giustamente, in embrione.
Ma che ci stiamo lavorando sopra.
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Io ci lavoro sopra nelle discussioni della comune.
E nelle discussioni con chiunque mi finisca tra le grinfie.
Non sottovalutatemi, anche Socrate faceva così.
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Ci lavoro sopra impastando.
Perché l’uomo è quello che mangia. E perché ho scoperto che la cucina è un buon “argomento-piede-di-porco” per arrivare alla testa delle persone.
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Ci lavoro sopra documentandomi.
Domandando.
E quando ho afferrato pensandoci sempre su.
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Ci lavoro sopra cercando di non abituarmi all’idea che, comunque, funziona così.
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E ci lavoro sopra decidendo, e non senza sofferenza, che credo di essere l’unica anarchica al mondo che non ha mai saltato un’elezione, un referendum, nulla, e in più fa la presidente di seggio, (decidendo non senza sofferenza) di non andare a votare. Perché io ho smesso di dividere il mondo in destra e sinistra.
Il mondo si divide tra chi vuole la tav e chi non vuole il tav. Ma anche il terzo valico. Ma anche tutte le schifezze che alla fine si sono costruite, tra chi ha voluto che la Fiumara fosse un centro commerciale all’ammeregana, e chi pensa che debbano esistere anche spazi dove passare il tempo senza comprare niente.
Tra chi vende porcherie e chi non le vende. Perché è presto per non comprarle.
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E mi scuso con Saramago pur’io, ma la gomma, dai, la teniamo per i post d’ammòre e poesia.