Non ha scritto niente sul suo blog.
E, quindi, ho deciso di fare il maestro di cerimonie e dare il grande annuncio:
Il chimico ha ufficialmente (e stavolta per davvero vero) finito gli esami.
Bravo mostriciattolo!
Non ha scritto niente sul suo blog.
E, quindi, ho deciso di fare il maestro di cerimonie e dare il grande annuncio:
Il chimico ha ufficialmente (e stavolta per davvero vero) finito gli esami.
Bravo mostriciattolo!
C’è qualcosa che tutta l’Italia si ostina a ignorare.
Qualcosa che nessuno vuole sapere.
Una specie di rifiuto collettivo.
E questa cosa è che l’ufficio di collocamento non esiste più.
E’ morto.
Defunto.
Finito.
E non tornerà mai più.
Il libretto di lavoro non lo stampano più.
Come le lire.
E, per quanto, cinquantasei milioni di italiani stiano cercando di sostituirlo con qualsiasi cosa, dal curriculum sulle foglie di lattuga al cip sottocutaneo, il libretto di lavoro non serve più a niente.
Per essere assunti basta dare la carta di identità e il codice fiscale al datore di lavoro che comunica l’assunzione direttamente.
Basta coda al collocamento.
Basta timbri.
Basta revisione annuale.
Basta graduatorie e punteggi.
Quello che si fa al Centro per L’impiego è dare servizi di supporto alla persona che sta cercando lavoro e, anche, fare da agenzia matrimoniale per le imprese e i lavoratori. Senza impegno.
Io questo lo so.
Ma sono l’unica.
Le province lo sanno.
Ma sono le uniche.
Tutti gli altri enti dicono che non è mai cambiato niente.
E allora succede che una casalinga di sessant’anni, che fa la baby-sitter al nipotino, vuole avere lo sconto del biglietto dell’autobus. Così va dagli uffici dei biglietti e l’omino gli dice:
“Iscriviti al collocamento e ti faccio la tessera”
L’infido omino non gli dice che la tessera dei disoccupati è per quelli che lavorano e, piccini, sono rimasti a casa, e, allora, mentre girano per tutta la città a portare i curriculi almeno pagano poco l’autobus.
Le dice iscriviti.
Così la vecchietta arriva da me:
“L’omino dell’autobus mi ha detto che mi devo iscrivere” e io le chiedo:
“Ma lei sta cercando lavoro?” e lei:
“No, perché?”
“Perché si può iscrivere solo chi sta cercando lavoro e è libero da subito”
“Io devo fare il biglietto dell’autobus”
“Non può, signora, se non sta cercando lavoro”
“Ma io sto cercando lavoro”
Ed è questo il punto in cui io, in genere, mi metto in bocca una pasticca di magnesia. Perché il mio candido stomaco non sopporta le ingiustizie e credo che, in cuor suo, speri di riuscire a secernere sufficienti acidi gastrici per liquefare la vecchia prima che passi allo sportello e
Faccia perdere mezz’ora all’impiegato che costa soldi alla collettività
Prenoti un colloquio di orientamento che costa soldi
Si iscriva a un corso di informatica che costa soldi
Si imbarchi in un seminario, che costa soldi
E, naturalmente, paghi la metà il biglietto dell’autobus per andare a trovare il suo nipotino che, per inciso, costa soldi. L’autobus, non il nipotino.
E noi paghiamo.
Perché l’idea di sostenere chi ha perso il lavoro, di scontargli le medicine e i trasporti e magari, poraccio, l’affitto, è sacrosanta.
Ma chi ci difende dai disoccupati cronici?
Perché questa è un’ottima idea. Ma perché nessuno lo sa? Perché gli altri enti si comportano esattamente come se nulla fosse cambiato?
E io mi ostino, mattina dopo mattina, vecchietta dopo vecchietta a spiegare che se loro non pagano pagano i loro figli e i loro nipoti. Che il colloquio, il corso che faranno loro sarà quello che non potrà fare un disoccupato vero.
Come i mulini a vento
Come la formichina al collo dell’elefante
Come un dito nella diga
Io e il mio apparato digerente
Qualcosa è cambiato.
Te ne accorgi dalle piccole cose di pessimo auspicio.
Ci sono una serie di indicatori che, all’inizio passano inosservati, casualità. Poi, piano piano, cominci a individuare un disegno di cause.
Se vai a letto tardi e il giorno dopo sei stonata anche se prendi una caraffa di caffè, ma se lo prendi troppo tardi, nel pomeriggio, poi non dormi.
Se calcoli il tempo di digestione quando mangi qualcosa e sai che i peperoni ti resteranno sulla coscienza, che non potrai perdonarti il fritto, che rimarrai tutta la notte a lamentarti sul vino versato.
Se raccogli le cose per terra un po’ meno volentieri.
Se non riesci più a nascondere le ore piccole intorno agli occhi.
Ecco, quello è il momento di correre ai ripari.
Come se avessi perso il ritratto di Dorian Gray, ho scoperto che ho “La Sciatica”, come diceva mia nonna. Zoppico e faccio le facce brutte quando mi alzo dalla sedia, come faceva mia nonna.
Allora io ho pensato che quello che faccio per me adesso è quello che, poi, a sessant’anni, sarò contenta di aver fatto.
E che devo fare una conta dei miei vizi e vedere quelli che mi piacciono di più e quanto. Perché io fumo perché adoro farlo, mangio schifezze perché sono la mia passione, bevo in maniera, spesso, smodata e dormo poco.
Allora, mentre penso a limitare i piaceri, ho deciso di trovare un medico compiacente a cui posso raccontare le mie vicissitudini psicanalitiche e i loro risvolti sulla mia salute e, con lui, fare un piano.
Venerdì ne vado a vedere uno.
Ma se non mi piace continuerò a cercare, perché lo voglio proprio perfetto per me. Lo voglio che mi spieghi tutti i sintomi dell’ictus e dell’infarto in modo da tranquillizzare anche i miei momenti di ipocondria.
Perché il mio dottore della mutua è bravo. Ma per ogni cosa ha una medicina e, se non ci sono medicine, bisogna dimagrire e smettere di fumare, che passa tutto.
E, invece, io non ci credo più…
(Continua…)
"Ma perchè dici questa cosa che non ti sono grato. Io ti sono grato, io ti sono gratissimo.
L’altro giorno ti ho
anche
detto
grazie!"
Per spiegare l’inspiegabile il demonio è elegante e non impegna.
L’avevo un po’ perso di vista, l’inferno, affascinata da itinerari danteschi e città e personaggi che quasi quasi non mi dispiacerebbe neanche.
E se Dio è veramente il Dio dei Pastori Tedeschi allora dico che sicuro sicuro brucerò per l’eternità.
Ma non brucerò vicino a Ruini. E se questo Dio mi mancherà per l’eternità tanto meglio, perché è un Dio che ha una strada sola. E allora ci saranno Hamed e Rachida a farmi compagnia, ma, finalmente, Hamed la smetterà di rimproverarmi, mangiatrice di maiale, perché rinunciare al vino e al prosciutto non l’avrà salvato. E ci saranno tutti i miei amici, anche quelli che sono partiti cattolici e poi si sono persi. E per colpa mia ci sarà anche il Chimico, che ha scoperto piaceri a cui non può più rinunciare. La disobbedienza, tanto per cominciare. Ci saranno i bestemmiatori incalliti, ci saranno i lussuriosi, i golosi e tutti gli omosessuali praticanti del mondo. Ci saranno tutti i miei vicini di casa, nessuno escluso, neanche la vecchietta dell’ultimo piano, che non sa perdonare l’inquilino di fronte che le mette i vasi di fiori sulla cisterna, le foglie sporcano. Ci andremo con i bambini non battezzati, con i buddisti, con gli indù e con quelli di scientòlogi, nostro malgrado.
E non ditemi che, visto così, non sembra una bella idea.
Ma se c’è un teologo, in ascolto. Un Inquisitore di nero vestito, acquattato a prender indirizzi sulla rete, per quando verrà il gran giorno e, finalmente, si ri-accenderanno i barbecue e la dottrina e la Santa Fede, se c’è quel teologo, allora io su questa cosa qui di Demoni e di Angeli Caduti vorrei saperne di più.
Vorrei sapere, perché non me lo ricordo, com’è che Lucifero è caduto prima che inventassero le mele. Vorrei sapere cosa c’entra l’esorcista con la tentazione. Vorrei che qualcuno avesse scritto qualcosa di interessante sul desiderio che si trasforma in orrore.
Perché non so se ci avete fatto caso, ma di queste cose si parla poco e male. Come se fossero sempre un po’ un mistero. Qualcosa che si dice e non si dice, come qualcosa di cui sia sempre un po’ morboso interessarsi.
Ma sarebbe il caso di interessarsi, tanto, così, per fare dei programmi.
…
E guardate cos’ho trovato, tanto che cercavo un’immagine:
![]()
Come un tiro aggiustato mi sommuove ogni opera, ogni grido e anche lo spiro salino che straripa dai moli e fa l’oscura primavera di Sottoripa.
Le mie mattine senza il compiùtero sono più o meno come essere costretta a guardare un film di Wim Wenders, senza poter dormire.
Chiacchiero con i miei colleghi e, da quando sono così socievole, anche loro aspettano con ansia che il compiùtero ritorni.
Ci sono sei ‘cosi’ (loro dicono Condensatori) che si sono bruciati, per quello non si accende più e non dà più nessun segno di vita.
Ieri mi annoiavo a morte e ho pensato che era il caso di fare un restyling dei bigliettini dell’elimina-code.
E l’eliminacode fascista e traditore ha smesso di dare i numeri.
Centro bloccato, sportelli bloccati.
Io che sudo cercando di seguire le istruzioni che ho scovato in un cassetto in segreteria.
Ma si programma con un linguaggio stranissimo, maledetto.
E penso che dovrò andare dal mio Clintoniano direttore a costituirmi, a confessare che ho rotto la macchina dei numeri.
C’è la decapitazione per chi fa queste cose.
Poi un mio collega di cui dico quasi sempre male mi ha salvato la vita.
Questa è una settimana corta.
Giovedì parto per roma e con un po’ di buona fortuna starò fuori tutto il week-end.
E allora vivacchio, tra una chiacchiera, uno spuntino, un’utente tzè-tzè.
E sto pensando anche a un post-continuazione-di-quello-sul-sosia-di-lucio-battisti.
Ma non qui e non ora.
Che è tornato il mio compagno di banco e gli devo lasciare il piccì.
Uffa.
Stessa scena.
Ma, questa volta, decido che non mi mimetizzerò fra i caschi di banane.
E allora lo saluto “Ciao!”.
Sguardo perso nel vuoto, come di uno che sia stato salutato da una tipa carina, con le tette grosse.
Odio dover spiegare chi sono.
“Liceo Classico Treccì”
Vuoto.
“Mi davi ripetizioni di latino…”
Avevo già in tasca la via d’uscita: “Scusami, ti ho scambiato per Lucio Battisti”.
E invece si illumina.
Ma che bello, ma come stai bene, ma quanto tempo.
E la fatidica domanda.
“Cosa fai di bello ora?”
Panico.
Panico.
Respira.
Sorridi.
“Compro i mandarini…”
E tu?
“Faccio il cardiologo al Galliera”.
Eccetera
Eccetera.
E realizzo che non posso più avere una vita sociale finché non trovo una risposta a quella cazzo di domanda.
Rispondere “Mi sono laureata”, a trent’anni, mi sembra stupido.
Faccio teatro? Non avrei il coraggio di dirlo neanche fossi Strehler. Insegno a scuola? Il mercoledì sera?
Lavoro all’ufficio di collocamento…Uno squallore.
Bevo, mi drogo e rincorro piccioni.
Faccio cose, vedo gente.
Sono quelle situazioni in cui una donna finisce a fare un figlio per disperazione…

E, invece, poi succede che il mio compagno di banco copiato e incollato dall’ilva di Cornigliano, guarda la chiave e dice che basta limarla.
Limarla.
E tutto si aggiusta.
Anche il mio umore.
(Se volete saperne di più sulla foto bellissima chliccate qui:
http://www.liguria.cgil.it/Ufficiostampa2005/congresso/mostrafotogr.htm
E anche qui:
http://www.liguria.cgil.it/Ufficiostampa2005/congresso/foto%20mostra/index.htm)
Succede un incidente alle mie chiavi di casa.
Cadono per terra.
Diciamo dall’alto.
Diciamo dalle mani di un Chimico in preda a una crisi di nervi.
E la mia iper-tecnologica serratura non le vuole più.
Sono scheggiate, sbeccate, forse si sono storte.
E la mia serratura snob una chiave incidentata non la vuole.
(Flash back)
Succede che quella porta l’ho sempre odiata. Da quando mio padre aveva deciso che per una donna sola ci vuole una porta massiccia, blindata, alta come l’entrata della Reggia di Caserta.
Oltre, naturalmente, al cane e alle finestre anti-sfondamento. Cuore di papà.
Per difendere la mia personcina e i miei preziosi averi, che attualmente constano in:
- Un videoregistratore dell’ante-guerra.
- Una tivvù che mi ha regalato il Puntoggì perché a lui non serviva.
- Un lettore divuddì che è resuscitato da due settimane.
- Un barattolo delle acciughe con dentro gli spicci.
- Lo stereo che mi hanno regalato per la promozione della terza media.
- E Caterina, il mio compiùtero portatile.
Nessuno metterà mai le sue ignobili mani di ladro su tutto questo bendiddio.
In compenso, questa estate, ho dovuto chiamare i pompieri, per entrare in casa. E siamo stati fortunati, che ho lasciato la finestra aperta, se no avremmo dovuto, non so, abbattere il muro della scala.
Poi ho dovuto cambiare la chiave.
Poi ho dovuto cambiare di nuovo il nottolino.
E adesso sono da capo.
Stavo pensando di vendere a qualche ricettatore tivvù, videoregistratore e divuddì per comprarmi l’ennesima chiave.
E’ il prezzo della sicurezza.

Nonostante il sole.
E la primavera.
E l’albero davanti all’ufficio che ha buttato fuori tutto un corredo di fori rosa e foglioline rosse.
Nonostante la giacca leggera.
E le prime fragole dai fruttivendoli.
E la promessa di spiaggia che si respira di domenica.
Io sono depressa.
Ma proprio così, depressa da neurotrasmettitori-figli-di-puttana che mi abbottano. Depressa col mal di testa, depressa con la letargia. Depressa che mi vengono le idee di fare le cose e poi mi giro dall’altra parte e continuo a sonnecchiare. Depressa.
Allora io oggi ho deciso di rendervi partecipe di queste mie sfighe. Nel caso ci sia ancora qualcuno della comune-ty che non è alla canna del gas.
Come prima cosa sono convinta che morirò giovane. Ma non come quando ero adolescente che mi immaginavo clone di Jimmorrison. Morirò di quelle morti improvvise che fanno venire i brividini quando si raccontano.
Aveva sempre mal di testa poi un giorno è morta.
Ma di che cosa?
(bisbiglio) Non si sa.
E, devo dire, che, effettivamente, ho sempre mal di testa. E mal di collo e mal di schiena. Ma soprattutto mal di stomaco. Il mio stomaco è un pendolo che oscilla dalla fame alla nausea, passando per bruciori che, a volte, ho il dubbio di essermi mangiata la Torcia Umana.
Ho i capelli secchi. La pelle secca e devo cambiare lo spazzolino da denti, che sembra uno scopettino per il cesso. Ho perso la matita nera per gli occhi.
In compenso la cana ha la solita crisi allergica e ieri ho cominciato a darle il cortisone. Ma sono alla fine del blister, manca una sola pastiglia. I bookmakers inglesi mi danno dieci a uno dalla farmacia Pescetto, domani sera intorno a mezzanotte.
Il ced ha bloccato ogni comunicazione con l’esterno. Msn non funziona, la chat di gìmail non funziona. Non funziona neanche skype. E continuo a non leggere i commenti a Blogger.
Come se non bastasse mi sono tenuta la pipì fino alle undicemmezza perché hanno chiuso l’acqua per venti minuti, dalle otto del mattino.
I miei colleghi mi tengono compagnia con una discussione veramente interessante su Vallettopoli che suona, più o meno così: sono tutte delle bagasce.
Aspettano di andare a prendersi la pizza e anche io aspetto che vadano a prendersi la pizza.
E poi mi sento in colpa, che ieri il Chimico era felice e io ho fatto un sacco di musi. E oggi i grafici colorati lo hanno fatto incazzare di nuovo. E a me mi sembra di avergli rovinato una bella giornata con i miei bronci. Che poi sono i bronci del calcolo dei soldini di Peter-Pan. Due soldini della spesa, quattro soldini per il mutuo e io mai che mi trovo in tasca i soldini dello sciopping, ma anche di un sacco di cose carine che mi tocca fare di meno o non fare.
E io lo so. Lo so che sono la vergogna di tutti i pps del mondo, ma non sono capace di sacrificarmi senza lamentarmi. Sacrificarmi sì, ma spaccando l’anima a tutti. Mi spiace.
E non ce n’ho più voglia di fare il teatro come lo stiamo facendo, con un bastone infilato su per il culo.
Ho voglia di fare qualcos’altro. In fin dei conti Luzzati non disegnava le tazze del latte oro?
Ho voglia di qualcosa di carino dove la parola Stabile voglia dire solo che non ci facciamo male sul palco.
Voglio fare qualcosa di bello la sera perché Genova mi sta annoiando a morte, in questo periodo.
E ho fatto l’ennesima stupidaggine, ho tenuto una venditrice di elettrodomestici inutili mezz’ora sul telefono del Chimico perché c’è l’autoricarica ma adesso non so più come liberarmene.
E non ho voglia di fare le lavatrici.
E non ho voglia di ritirare il bucato.
E la cassetta della Gattamelata sta per esplodere nella più clamorosa bomba puzzolente della storia del Carnevale di Via del Campo.
Metteteci che gli unici jeans che non si sono distrutti sono quelli che mi stanno antipatici. E che qualcuno che non nomino mi aveva promesso che saremmo andati a Prato a fare una gita nel più enorme e lussurioso negozio di abbigliamento usato dell’universo, ma non era vero.
Potrei calcolare le vostre possibilità di sopravvivere alla settimana…ma non vi piacerebbe.
Sono un po’
Tipo quando guardi dal finestrino del treno per due ore.
Non avrei scritto cose, ma la Nessi si preoccupa quando posto ritratti di Dalì.
C’era una volta uno spettacolo teatrale bellissimo, per un solo spettatore. Ti prendevano, t’incappucciavano e ti facevano sentire e toccare e respirare Amleto. Tutto al buio, senza vedere niente. E, alla fine della tragedia, di toglievano il cappuccio davanti a uno specchio.
Così, come specchiarsi a sorpresa.
Negli occhiali della Mondaini, ma soprattutto nei nostri messaggi della sera, nelle foto di casa mia, nel mio capo rilassato, nelle attenzioni del Chimico e come mi ha stretta, prima di dormire, nella solidarietà maschile che non chiede spiegazioni e non fa domande, neanche quando mi trova con gli occhi lucidi. Nel profumo buono della mia amica con i capelli lunghi, che mi mancava. E in quel commento casuale della Donna di Bergamo. Somigli di più alla persona che hai dentro.
Adesso provo a metabolizzare.
Poi si vedrà.
Leggo questa meravigliosa notizia e riporto.
Una ricerca scientifica codifica le precise proporzioni fisiche per uomo e donna ideali.
Riassumo:
I ricercatori dell’università di Danzica hanno elaborato un modello matematico che spiega le proporzioni ideali della bellezza.
Per esempio: L’uomo perfetto, poi, ha le gambe lunghe circa quanto il busto ed è alto e slanciato: ma il suo "segreto" è proprio il rapporto uno a uno fra gambe e busto, che lo fa apparire più muscoloso.
E uno si chiede: ma come saranno arrivati a questa brillante conclusione?
Semplice, studiando i risultati dei concorsi di bellezza.
Se è vero che peso, altezza e fianchi sono un buon punto di partenza per definire ciò che troviamo fisicamente attraente, non riescono però a spiegare l’abisso fra una bellezza "nella norma" e quella "super", da miss. E per l’uomo? Anche qui il ragionamento è lo stesso, ma a fare la differenza sono in questo caso il rapporto fra vita e fianchi e vita e petto.
In pratica i ricercatori di Danzica dicono che tra una bellezza normale e una bellezza-modella-super-gnocca la differenza sta nelle proporzioni fra le diverse parti del corpo.
E allora a me viene in mente che potrei tentare la carriera accademica in Polonia, in barba al Chimico e all’amicaKi, che un modello matematico sui bicipiti sudati di Russell Crowe mi sa che riesco a farlo anche io.
Sono le conclusioni che mi inquietano un po’.
Tale Leszek Pkrywka, che ha coordinato la ricerca, dice: "L’attrattività del corpo di una donna è uno dei fattori fondamentali per la scelta di un compagno. E chiedersi che cosa rende il corpo attraente dal punto di vista fisico significa rispondere a domande fondamentali per la psicologia evolutiva".
E allora io penso che Aristotele e tutta la logica in blocco, nelle università polacche, non sia mai arrivato. A scuola (e certo la mia scuola era il liceo classico di gentiliana memoria) mi avevano insegnato che bisognava partire da premesse vere per arrivare a una vera conclusione.
E, onestamente, io non penso che i risultati dei concorsi di bellezza possano essere premesse accettabili perché influenzati da una serie di variabili che non sono state tenute in considerazione, variabili anche non trascurabili come il giro di soldi che sta dietro al fatto di proporre un modello di donna assolutamente irraggiungibile alle comuni mortali.
Ma l’esempio si capisce meglio così:
Io sono l’università di Cracovia e faccio una ricerca per vedere quali sono le caratteristiche di personalità che rendono una donna appetibile.
Per fare questo parto dallo studio della vita delle Sante, delle Beate e di quelle che sicuro sicuro vanno in paradiso da Maria Goretti a Chiara Lubich.
Scommettiamo che finisce che la donna ideale rimane vergine tutta la vita?