Isabelle Allende ha scritto un romanzo che si chiama “Il piano infinito”, che parla della vita di suo marito che, naturalmente, non era Allende Lui, metti che a qualcuno venisse il dubbio, e non era un rivoluzionario ucciso, non ha cambiato la storia. E’ un signore americano, interessante solo se lo si guarda da vicino.
E lei ha fatto così, ci ha raccontato ciò che di magico e bello e strano e sorprendente ha visto al microscopio.
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Tempo fa parlavo con la Strega Nocciola. Si parlava della gelosia di un noto membro della Comune-ty.
Gelosia che io trovavo quasi tenera e che lei ha descritto con una serie di aggettivi che non riporto per il fatto che ognuno, in questo momento, sta facendo un esame di coscienza e sono sicura che tutti, forse escludendo il Puntoggì, sono sicuri di essere stati l’oggetto della discussione.
Dico tutti, tranne il Puntoggì perché io e lui abbiamo vissuto insieme per tre anni e mai ha alzato un sopracciglio per questioni di possesso. Ma è l’unico maschio al mondo.
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Il mio fidanzato, al microscopio, ha vissuto una vita che io faccio fatica a capire.
L’altra invece sì, la capisco.
Era un bravo ragazzino cattolico, a casa. Tutto fidanzata, mamma, parrocchia.
E poi aveva i suoi divertimenti segreti. Era un Dongiovanni-seriale.
Naturalmente la vita che faccio fatica a capire è quella del bravo ragazzino cattolico. Non capisco come si possa vivere per dieci anni mentendo, imbrogliando, promettendo e non mantenendo.
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Io ho un passato, come ogni donna della mia età.
E avrei storie bellissime da raccontare qui. Mi piacerebbe dare uno spazio agli uomini che mi hanno accarezzata, che mi hanno accompagnata qualche passo. A quelli che non erano l’Amore ma che mi hanno sopportata, a quelli che mi hanno sorpreso, nel bene e nel male.
Quelli importanti, quelli stupidi, quelli che non mi ricordo se ci sono stata a letto oppure no. Vorrei parlare dei personaggi meravigliosi che hanno abitato le mie giornate. Le mie partite di scacchi, i miei desideri della sera, quando tornavo a casa con la pizza del take-away-pachistano (che, per la cronaca si chiama Mazzini) e il divuddì.
E’ stata la mia vita fino all’anno scorso. E è stata bella.
A tratti difficile. Ma molto bella.
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Ma
Il mio fidanzato tutte queste cose, lui le ha perse. Si è perso la libertà di non rendere conto a nessuno. Si è perso la luce del sole. Da bravo ragazzo cattolico ha vissuto tutte le sue avventure in un misto di senso di colpa e sotterfugio. E, sarà una mia proiezione, ma mi sembra, nei suoi racconti, di riconoscermi, ragazzina, malata di bulimia, nella mia attrazione verso il frigorifero e nelle mie ore in bagno a espiare.
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Adesso mangio solo quello che mi piace.
E di quegli anni mi è rimasto il ricordo, nel mio apparato digerente distrutto, nel mio metabolismo assonnato, ma anche nella maniacalità dei gesti, nell’importanza del piatto, del bicchiere, della tovaglietta, del tempo giusto per masticare bene e nell’ordine sterilizzato del mio frigo.
Adesso mangio senza sensi di colpa, se mi và.
Ma so anche che non si guarisce mai del tutto. E’ come l’erpes, quando hai avuto la varicella. So che devo tenere puliti gli angoli bui, che i germi di quello che è stato non trovino terreno dove moltiplicarsi.
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Il mio fidanzato, lui, sta lavorando su sé stesso, per capire com’è che ha vissuto due vite. Stessa indagine, stessi angoli bui.
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Perché io ho già vissuto con un uomo che aveva un’esistenza parallela: mio padre. Mio padre che lavorava mille ore al giorno, tornava a casa e gli si velavano gli occhi. Si vedeva che non aveva nessuna voglia di tornare. E non so se si drogasse di lavoro oppure se un giorno scoprirò di avere una sorella segreta, ma qualunque cosa facesse lontano da noi, si vedeva che la preferiva. E, se non se n’è mai andato, è stato per quello che lui chiamerebbe senso del dovere.
Io so cos’è essere la famiglia a casa.
E penso che sia per questo che, in tutta una parte consistente delle mie avventure ho preferito uomini sposati. Perché per una single sono più semplici da gestire. E per vedere come si sta dall’altra parte. Che faccia ha un marito che non è dove dice di essere.
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E ho scoperto che, a parte una radiosa eccezione, hanno la tessa faccia.
La stessa aria di qualcuno che si sente di appartenere a un altro posto.
Punto e a capo.
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E allora io oggi penso che la gelosia, come l’amore, non esiste.
Io penso che diamo un’etichetta sola a mille sentimenti. E ognuno la chiama gelosia.
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Il mio fidanzato è buffo. Quando mi si avvicina un uomo mi sbaciucchia, mi stringe, mi fa le carezze e io gli chiedo “Vuoi anche pisciarmi addosso?”
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La mia gelosia, invece, ha a che fare con la mia paura di scoprirmi, un giorno, mia madre. E anche l’irrinunciabilità e l’ostentazione della mia indipendenza servono a questo: “Non hai nessuna ragione per restare, se non vuoi”.
La stessa cosa che ho detto a mio padre quando, un bel giorno, ha piantato a metà i lavori della mia casa nuova e non l’ho visto più.
La mia gelosia è nell’incertezza che un giorno il Chimico decida di tornare quello che era.
Perché anche io ogni tanto mi sono guardata in faccia, riflessa nell’acqua del cesso, e ho pensato che era bello riassumere le disgrazie della mia vita tutta storta nel calcolo semplice del cibo che entrava e di quello che doveva uscire.
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Ecco, se siete arrivati a leggere la fine di questo post, sappiate che vi devo cinquantacinque euro.
E che spero nella ricevuta!