Le sette del mattino di sabato sono uno spettacolo desolante.
Io di sette del mattino me ne intendo ma quelle di sabato mi intristiscono. Mi fanno male.
Varcata la soglia del Palazzo Deserto, che deserto, di sabato mattina, non è, la simpatica guardia giurata mi ha subito fatto notare che alle settezerouno pensava che il cambio non arrivasse più.
Una mattina di parole crociate crittografate, un numero vecchio di Cronaca Vera, lasciato dalla collega, caffè della macchinetta e, come unica ancora di salvezza, il libro prestato dal Puntoggì. Una sensazione di deja vu, spesso. L’avrò già letto?
Non mi stupisce quando mi succede, spesso, con gli uomini. Ma con i libri, comincia a essere grave.
Sarà la malattia del sonno. Succederà che non mi ricorderò più niente e riempirò il vuoto dei miei neuroni con mille grandi classici, come nuovi.
E facevo il conto delle ore che passavano – non ti addormentare- ancora dueoremmezza – ce la puoi fare, che mi aspetta la mia cuginetta emiliana che ha sbagliato il treno e è finita a Torino, benedetta genetica.
Quando sono arrivata a casa avevo la faccia di un coniglio bianco lavato in lavatrice. Mi è sembrato inutile anche truccarmi. La pancia si contorceva nel languore del suo pre-mestruo, una tunica simil-indiana che provava a farmi sentire a mio agio. Povera tunica simil-indiana. Condannata a essere abbigliamento pre-mestruo e a fasciare i miei malumori, per poi essere abbandonata appena i malumori passano.
Mi sono data un’occhiata allo specchio e ho ringraziato che mia nonna non fosse viva per potermi vedere. E se pensate che sia un pensiero mostruoso è solo perché non siamo parenti e non avete nelle vene il sangue di una donna che a ottantacinque anni metteva il fondotinta per ricevere il dottore.
Alle sette ho accompagnato mia cugina al metrò, sono tornata a casa e sono morta, in un sonno gonfio e agitato fino al mattino. Saranno stati i nervosismi del Chimico che si sentiva casalingua. Oppure quelli della caña alla quale avevo promesso una passeggiata che non ho mantenuto. Oppure l’eco dei modena city ramblers che mi suonava nelle orecchie. Cisco, perdonami, sono collassata.
Cisco non c’è più. E’ solo una proiezione della tua adolescenza.
E poi viene mattina.
Cisco, i sensi di colpa e le tristezze svaniscono sotto la doccia e decidiamo di lasciare la caña al suo papà e scappare al mare. E, dal mare, finiamo a fare centomila chilometri nelle campagne di ulivi e orti, di alberi in fiore. Le siepi di pitosfori davanti alle case mandano un odore che è odore d’estate, senza possibilità di ritorno. Mandano un odore di cambio degli armadi e piante nuove sul davanzale, di pomeriggi liberi a dormire sui prati.
Fine dell’inverno del nostro collasso, contento Cisco?
E il sole mi colora un pochino la faccia, che sembro sempre uscita dal sanatorio, ma da più tempo. E la provvidenza stracciona, a Uscio, ci offre anche la possibilità di una cena, carne, sangue e vino rosso. E chiacchiere.
E ce n’era bisogno, per me e il Chimico, che diventare grandi insieme consuma un sacco di energie. E ho scoperto che sta leggendo Virginia Woolf e ho scoperto che do troppe cose per scontate. Che c’è ancora qualcuno che non è cresciuto a pane e rispetto, pane e discussioni sul femminismo.
C’è Lui che scopre la teoria, al di là delle chiacchiere delle amiche, di sua spontanea volontà. Non chiede, legge. Parliamo di quello che legge.
E succede che passa anche l’inverno…

spero di non intasare l’etere come l’altro giorno…posso solo dirti una cosa? mi fai piangere, certe volte, quando ti leggo..di gioia e di dolcezza.
grande, il Chimico che legge Virginia Woolf. meno grande l’estate, che io la odio e quest’anno di più, ma pazienza… se ti fa la faccia più solare e contenta avrò almeno un motivo per sopportarla.
Amore mio, verra’ il momento (e non e’ una promessa da vagheggiare, che’ le fondamenta le abbiamo iniziate a mettere per bene in questo inverno pesante) in cui il freddo sara’ solo un ricordo.
E come tale lo tratteremo, con la dolcezza che meritano i ricordi che meritano dolcezza.
E sara’ li’ che la vita – liberata dall’impellenza del sopravvivere e da tutti i tasselli sparpagliati, che avremo rimesso al proprio posto – la vita spicchera’ il volo. E la fantasia sara’ libera di correrle dietro, di superarla e poi farsi nuovamente raggiungere.
Mano nella mano, io e te.
Ti bacio, tanto.
Amore mio.