Ho messo a posto tutta la grafica, tutti i linchi, tutte le foto.
Ho aggiunto le pagine, ho riorganizzato le colonne.
Adesso è finito, ma che fatica!
E domani si ritorna a scrivere…
Ho messo a posto tutta la grafica, tutti i linchi, tutte le foto.
Ho aggiunto le pagine, ho riorganizzato le colonne.
Adesso è finito, ma che fatica!
E domani si ritorna a scrivere…
Ovvero il lamento di una donna che comincia a sentirsi come la puntata speciale del Tenente Colombo, quella girata da Woody Allen…

Ha ragione la Zaub
E’ un trasloco.
Un trasloco del cavolo, dico io.
E io, come in tutti i traslochi che ho fatto (in tutto due), sono disperata.
Allora.
Le mascherine mi fanno schifo.
Tutte piene di quadrati, sembra di scrivere nel sito di un’azienda che vende componenti elettronici.
Non c’è l’Html per cambiare i colori.
Non c’è l’Html per cambiare le immagini.
Ho perso tutto.
Tutte le categorie, tutte le foto.
Ho perso pure il mio profilo….Qualcuno si ricorda che cosa c’era scritto nel mio profilo???
Non so più chi sono.
Se ne sono andati i link.
Se n’è andata la bacheca e il Chimico stamattina è andato in tilt.
Se n’è andato il florilegio.
Ma non è che nella mail di registrazione potevano dirci; “Raghi, salvatevi tutto perchè non troverete più niente?”. Stampate quello che potete perchè sarà tutto trasportato come un fail di uord?
Non capivo perchè Rapida fosse rimasta a Taippèd.
Capisco sempre tutto dopo.
Cazzarola.
E non so se mi arriveranno più i commenti nella mail.
Se mi abituerò oppure mi sembrerà sempre brutto.
Se riuscirò a metterci la fotina di Scongelare-stanca.
Insomma, sono in tilt.
In più mi si è rotta una lente a contatto, ho dovuto toglierle entrambe e ora non vedo nulla. Vivo in una specie di quadro impressionista.
Passerò il resto della mattinata col naso attaccato allo schermo, a cercare di avere un atteggiamento positivo.
Non deve essere uguale all’altro blog, perchè è impossibile.
Basta far diventare bello questo.
Sembra facile, detto a una donna che stamattina si è svegliata con questa frase piantata in testa:
Ma allora l’uomo-ombra e il mostro della palude sono legati con lo stesso filo!
Devo parlarne con l’analista…

Caro leccatore mascherato,
Il tuo invito mi giunge oltremodo gradito.
Soprattutto perchè è un invito generoso. Sei un uomo saggio e hai capito che le donne sono stanche di maschi egoisti, infatti non mi scrivi “Vorrei mettertelo di qua e di là”.
Vorrei leccarti tutta.
Sono lusingata.
Ma sappi che preferisco il miele alla panna, se mi vuoi condire. Preferisco la lentezza di una lingua che non va subito al sodo. Preferisco ridere, com’ebbe a dire qualcuno, prima, dopo e durante. Sappi che prendo in considerazione solamente gli inviti spudorati. Ti avrei ammirato, oltremodo, se avessi aggiunto anche nome, cognome e numero di cellulare.
Nella vita reale trovo patetici gli uomini che discutono di facezie affondandomi gli occhi nella scollatura. Ho sempre preferito i modi diretti alle lusinghe. Siamo tra adulti, no?
Ne parlerò col Chimico, vediamo cosa ne dice, se il programma gli piace. E’ il mio fidanzato, da sola, senza di lui non mi faccio leccare. Sarebbe come aver comprato il gelato quando non c’è e non lasciargliene neanche un po’. Fa brutto.
Ma anche lui è carino, sai?
E anche il resto della comune-ty, non è male.
Potresti leccarci a turno, massaggiarci i piedi.
Ma non è che a te piacerebbe fare anche altre cose? Non so, piccoli lavori di bricolage? A me, per esempio, eccita moltissimo un uomo che mi lavi i vetri di casa tutto nudo. Mi piacerebbe guardarti mentre mi pulisci i sanitari, quando passi l’aspirapolvere.
Una volta ho sognato che un uomo senza volto mi dipingeva le pareti e, mi vergogno un po’ ad ammetterlo, mi sono svegliata tutta bagnata. Ogni tanto mi tocco ancora ripensando alla cura con cui passava il pennello nei punti in cui, schiacciando le zanzare, sono rimaste tutte le macchie scure. Vorrei guardarti stirare, lentamente e con passione. Mi piacerebbe che mi facessi una cosa che nessun’altro mi ha mai fatto: vorrei che mi aggiustassi lo sciacquone che è rotto da tre anni.
E se non sarai stanco, e se ti piacerà ancora c’è da piastrellare il ripostiglio, lavare le tende, sbrinare il frigorifero.
Leccatore mascherato, dimmi come possiamo trovarti.
Abbiamo voglia di godere con te.
E.
Pare che il 21 di luglio esca l’ultimo libro di Harry Potter.
Oggi è il 19 luglio.
Mi rendo conto che il diciannove luglio bon-ton vorrebbe che le donne della sinistra genovese parlassero di del gì-otto, sono passati sette anni, libertà e giustizia. E le inchieste le mettiamo nel qualcosa di rosa che vale la pena votare a sinistra, seppur una sinistra mica bella.
E invece no.
Il 21 luglio esce Harry Potter.
In inglese. E il mondo saprà come va a finire.
Io ho sempre subito il fascino delle storie che si concludono.
La conclusione delle storie fa la storia.
Faccio un esempio, noi tutti eravamo abituati a vedere Lady Diana sui rotocalchi scemi e non. Si parlava di lady diana. Chi per i bambini dell’unicef, chi per il topless.
Se ne parlava come si parla di Giuseppina di Monaco, oppure Caterina Jolie.
E poi, un giorno abbiamo visto nel tiggì del mattino che era morta. L’hanno raccontato così tanto che un mio amico che scrive su una rivista di informatica mi ha raccontato che sono dovuti uscire in ritardo perché era finita la carta.
La fine della storia di Lady Diana ha dato una luce diversa a tutta la storia. Adesso quando si dice Diana subito si pensa ‘Tunnel dell’almà’. E io non riesco a ricostruire che cosa pensassi prima.
La fine di una storia, a volte, cambia la storia. E cambia la mappa dei pensieri con cui pensiamo quella storia.
Sapere come va a finire delimita un punto preciso tra il prima e il dopo.
Oggi è il diciannove luglio e fra due giorni il mondo saprà come finisce Harry Potter.
Io farò il possibile per non farmelo raccontare. Non ne ho parlato con i miei colleghi dispettosi. Conto sull’omertà degli amici curiosi e sono abbastanza disciplinata per riuscire a non cercare su internet. Perché so che il piacere sta anche nell’attesa. Sta nel leggerlo, quando lo avrò tra le mani, con lentezza.
Il piacere sta nel prolungare il più possibile l’attesa.
Il piacere sta nelle domande, sta nel ventaglio delle risposte possibili.
E’ morto veramente Sirius Black?
Che cosa c’è dietro la tenda al ministero?
La cicatrice di Harry è veramente un Orcrux?
Che fine farà il flirt fra Ron e Hermione?
E chi sarà a uccidere l’odiosa Bellatrix Lestrange?
E cosa ne sarà di Hogwarts, senza Silente?
E Piton? Salverà il mondo?
E la Mc Grannit? La Mc Grannit mi sa che muore in qualche gesto eroico.
E Neville Paciock? E la sua mamma? E il suo papà? Guariranno?
E Luna Lovegood? Secondo me c’è un finale col botto, per lei.
Hagrid, per me muore. Peccato.
In compenso farà una fine orrenda il papà di Malfoy.
Ecco, quello che mi interessa meno, tutto sommato, è come finirà Harry. Che è un protagonista che non fa il romanzo. E’ un protagonista-perno, per una storia bellissima e complicata.
E una storia che sa essere bellissima e complicata vendendo mila milioni di copie un po’ di speranza sull’intelligenza degli umani te la regala, no?
Io e la mia amica BovaRì ci conosciamo da quando avevamo quindici anni.
Ci siamo incontrate in un pomeriggio radioso di settembre, all’inizio degli anni novanta, su uno scoglio. E ci siamo scritte per tutto l’inverno le lettere di carta. Ce le ho ancora. E poi, l’estate dopo ci siamo prestate un fidanzato, ma nel frattempo uscivamo a cena. Si è ciucciata tutte le mie crisi adolescenziali marine, tutte le droghe che ho deciso di prendere, tutti i ragazzini che ho lasciato e che sono finiti a piangere sulla sua spalla accogliente. Lei le crisi adolescenziali non le aveva. Lei aveva fatto una scuola tecnica, lavorava.
Era una persona che guardava al pratico, al sodo.
Quando si è sposata ero al suo matrimonio e quando il suo matrimonio è naufragato ero lì a cercar di capire com’è che un matrimonio può finire per problemi religiosi, quando lui fa parte di una setta indiana vegetariana e lei è atea. E lei, semplicemente non ci ha mai pensato. Un tipo pratico, dicevamo.
Il marito se n’è andato. E lei ha pianto mezza giornata.
Poi si è rimboccata le maniche e ha cercato di rimettersi a posto la vita. Come poteva, con semplicità, con caparbietà, e allegria, che felicità non si può chiamare, ma allegria.
Ha avuto mille amori, tutti amori. Tutti conosciuti ai corsi di liscio, alle sagre…Uno, due, tre…mazuuuuurka!
E poi ha cominciato a uscire con il tecnico che le aggiustava la lavatrice, come un porno-rosa per casalinghe.
Andava tutto bene, era felice. Non la sentivo quasi. Perché, devo dire, che l’ho sempre sentita poco, io, quando era felice.
E’ sempre stata un’amicizia di mare, la nostra, di paesini di riviera, di costume e crema abbronzante.
Poi, qualche tempo fa, il malefico tecnico della lavatrice l’ha lasciata. Da un momento all’altro ha detto basta, è sparito.
E qualcosa si è rotto. Già soffriva, BovaRì, un po’, di depressione.
Aveva anche preso dei farmaci.
Ma si è proprio rotta, quando lui se n’è andato. E’ come se tutto il suo senso pratico, la sua allegria, se tutta la sua sicurezza solare e tattile, a un certo punto fossero sparite. Un rumore come quando apri l’acqua frizzante.
E’ venuto fuori tutto così, l’abbandono di suo padre, i problemi con sua madre. Se li è tirati tutti fuori questo tecnico, quando è scappato via. Come il pungiglione delle api, quando ti pungono. Era attaccato tutto al pungiglione del tecnico scappato.
L’abbiamo consolata. Ma nessuno ha capito.
Non ha pianto mai, era sempre allegra.
Poi lui è tornato, poi se n’è andato di nuovo, e poi è tornato dinuovo.
Adesso se n’è andato e lei è impazzita.
Non ti ascolta, parla solo di lui, è ossessionata.
Un allegro psichiatra gli ha dato delle medicine che non servono neanche a farla dormire e parla di suicidio.
Parla di suicidio ma come gli adolescenti, per attirare l’attenzione.
Ieri, mentre ero di guardia al Palazzo Deserto, mi ha mandato un messaggio delirante, sempre a tema mille pillole più alcool. Marilyn ha fatto scuola.
E io ero chiusa lì e non potevo uscire, ho fatto mille telefonate, a rischio licenziamento, ho chiamato il suo ex marito, sua madre. Ho mobilitato tutti, che andassero a sfondarle la porta di casa per salvarle la vita.
E invece lei era fuori.
Ma, naturalmente non rispondeva al telefonino.
Ora io non so cosa fare. Mi sono presa una pausa e sono sparita (in un’agghiacciante parallelismo col Tecnico, ora checi penso).
E penso che se accolgo così le sue richieste d’aiuto faccio il suo gioco e non le serve. Dovrebbe capire che noi le vogliamo bene anche se non è matta e non si suicida.
D’altronde chi me la paga la Nalista per i prossimi vent’anni, se la mando a cagare e lei si suicida sul serio?
E poi, molto brutalmente, penso anche che io, quando stavo male, col cacchio che avevo le amiche se si vedevano con mia madre per capire come riuscire ad aiutarmi. Io, quando stavo male sguazzavo nella cacca con la maschera e il boccaglio.
Ma questo è un brutto pensiero e forse lo cancello prima di pubblicare il post.
E l’altro brutto pensiero è che la prossima volta che fa una cosa del genere spero di essere dinuovo quella che non può fare trenta chilometri per andare a vedere come sta.
Perché se arrivo là con il cuore in gola, le suono la porta e lei non è morta neanche un po’.
Se arrivo là e non c’è neanche bisogno dell’ospedale, io le spacco il naso con una testata. Così, tanto per stare un po’ meglio io, che in questo periodo, ne ho bisogno.
Insomma., se qualcuno ha un’idea che non contempli sangue, ricoveri coatti e una sparizione definitiva da parte mia, vi prego aiutatemi. Perché non so come comportarmi.

Circa un mese fa, a un concerto in piazza mi è capitato di dover rispondere a uno stupido questionario sull’alcolismo.
Tanto per farvi un’idea leggete qui.
Era il classico questionario “scritto col linguaggio dei giovani”. Il classico questionario che nessuno prende sul serio perché si sente che è forzato,che viene da una logica paternalista. In più ce l’ha dato una ragazzina che sembrava una scout e che si è fatta fottere la penna con una facilità sorprendente.
Insomma, se leggete da qualche parte che il 65% dei giovani ha risposto che fa sesso senza preservativo, sbronzo e fatto di coca, sappiate che il quel sessantacinque ci sono anche io.
In cambio loro mi hanno regalato una spilla “Quanto mi gonfio”, dimmi te.
Mi è tornato in mente perché sono un po’ di giorni che autisti ubriachi e recidivi travolgono e uccidono persone. E già si parla del problema dell’alcolismo e si sentono parole come piaga sociale.
Adesso io penso che se c’è una piaga sociale che uccide le persone sulle strisce è il machismo di quelli in giro in automobile.
Sono le pubblicità delle macchine, ma l’avete sentita quella del suv “Il rispetto non si chiede, si pretende”?
Io penso che, in generale, in Italia, abbiamo (salvo le eccezioni ma tengo un occhio alla società in generale, mica ai casi…non fraintendetemi). Penso che in Italia abbiamo un rapporto molto equilibrato con gli alcolici. Molto più equilibrato rispetto ai paesi del nord, rispetto all’america.
E questo è perché beviamo fin da piccoli, lo spumante ai compleanni, vediamo il vino sulla tavola dei nostri genitori. Quando si dice ‘non essere proibizionisti’.
Chiunque sia stato in un qualsiasi paese del nord o dell’est si rende conto che l’alcolismo in Italia è un non-problema.
Se l’ubriaco è a piedi.
Oggi, su repubblikit leggo:
Dopo gli incidenti mortali di questi giorni sulle strade, serve davvero tolleranza zero. Bisogna quindi aumentare i controlli sulle strade e approvare subito anche al Senato le norme molto più dure contro chi guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di droghe, come già fatto dalla Camera" dice Fabris che dell’Agenzia è uno dei sostenitori.
Infine la proposta lanciata dal Pm di Bologna Valter Giovannini che nei giorni scorsi aveva suscitato qualche polemica per aver chiesto la cattura per omicidio volontario di un uomo ubriaco e drogato che uccise un altro automobilista: "Provocare un incidente mortale in condizioni del genere equivale ad un omicidio volontario perchè si è accettato il rischio di causare la morte altrui".
Ottimo,qualcosa di rosa .
Ma io aggiungerei che la cultura della macchina veloce, prima e più severamente di quella dell’alcool va combattuta.
E basta questionari stupidi.
Per favore!

Il mio lavoro è un pendolo che oscilla tra la noia e il delirio…
E io. Io.
Io menomale che è venerdì!
Ieri la mia incintissima parrucchiera si è fatta prendere la mano e mi ha tagliato tantissimi capelli.
Mi ha fatto un bel taglio. Tremendamente corto ma molto bello. Con la frangia, da bambolina.
Mentre mi guardavo allo specchio, mi raccontava del suo cesareo che si avvicina, dell’altro suo bambino e del ginecologo che ha dovuto cambiare. E io mi guardavo.
I miei capelli, naturali, non li vedevo da una marea di tempo.
Mia nonna mi diceva sempre che mi sarebbero venuti bianchi molto presto, perché lei, già a sedici anni aveva un fascinosissimo ciuffo alla Crudelia De Mon.
E invece no. Non ne ho neanche uno.
Pensavo che si fossero nascosti dietro la facciata eclatante delle mie tinte rosse, che avessero nidificato nel nero recente, e che sarebbero venuti fuori, a tradimento. Ci avevo anche fantasticato un po’. Forse non sarebbero stati brutti, sulla mia faccia. Con le lentiggini e i capelli grigi.
*
Ecco.
Ho scritto un post per dire che non ho i capelli bianchi.
Perdonatemi.
E’ stata una giornata da forca. Una giornata da farsi il segno della croce coi gomiti. Sono riuscita anche ad alzare la voce con un collega. Quelle classiche situazioni in cui senti la tua voce che dice:
“Non permetterti di usare quel tono con me!”
E, contemporaneamente, pensi: “L’ho detto sul serio oppure l’ho pensato troppo forte?”
Ma tra l’indignazione e il pensiero fuori campo il nulla.
Zen.
Solo la testa con la voce, finalmente connesse.
L’ho pensato e l’ho detto: “Non permetterti di usare quel tono con me!”
Si è aperto e si è richiuso. Come una visione.
La testa e la voce in comunicazione diretta.
*
Ma non ho capelli bianchi.
Neanche un capello bianco.
Va tutto, tutto bene.
"Ma te lo giuro, una crema schifosa. Mi aveva lasciato la pelle brutta che sembravo una vecchia di sessant’anni…"
"Ma quanti anni hai, adesso, Ambra?"
"Cinquantotto…"
SIGNORE e SIGNORI LA SORPRESA!!!
Ecco, un posto tutto a tema.
L’ho fatto tutto io con le mie manine d’oro, l’ho arredato, ci ho messo dentro qualcosina.
Adesso mancate solo voi!
Ieri era una brutta giornata.
Avevo la cervicale che faceva contatto con l’umore, sei ore di pubblico sulle spalle e un risveglio allucinato al mio attivo. E dovevo andare dal dentista.
Avevo sonno e non avevo voglia di andare a casa. In questo periodo sono claustrofobia. Così siamo andati a dormire al mare, a Voltri. Abbiamo steso l’asciugamano e ci siamo addormentati al sole, con il rumore delle onde, i gabbiani e l’odore di sale.
E ci siamo svegliati solo per il freddo, quando il sole è andato via.
Ora, in questo periodo di tensioni sotterranee nella mia testa. In questo periodo di punti che frizzano, come dice il Puntoggì, che io mi immagino le caramelle frizzoline al limone, al posto dei reni. In questo periodo di fatica, autismo oltre ogni precedente. Io, forse, non sto molto male.
E’ difficile da spiegare.
Ma, sapendo già che sarebbe stato difficile, è come se una parte di me se ne stesse in poltrona, a guardare il film di queste cose che si muovono, a sentire, una volta tanto, senza cercare di capire.
Come quando sei dal dentista.
Patisco i sintomi. Mi piacerebbe uscire più spesso e mi piacerebbe ridere delle belle risate, quelle che poi ti fa male la pancia.
Vorrei tirare tardi la sera, vorrei girare per moli con la cana.
Mi ricordo che mi sono sentita così da piccola, quando avevo la varicella. Pensavo sempre a due cose: che avevo voglia di prosciutto cotto e che volevo andare sui prati, una gita, una passeggiata, qualcosa, sui prati. Non mi ricordo se poi ci sono stata, sui prati. Credo di no. Credo di ricordarmi di averla avuta d’inverno la varicella.
Ecco. In questo periodo ho la varicella dentro.
E non resta che curarmi, coccolarmi, farmi coccolare e aspettare. E dormire al mare, e fare le mie sessioni zen di cucina e le mie passeggiate a raccogliere le érbe.
Aspettando che ritornino prati e risate.
*
Continuate a leggere se siete della Comune-ty…
E nonostante il destino baro che vi ho già raccontato e una serie di tragedie che mi sentirei di riassumere in:
- Il mio lavoro di telemarcheting di luglio, allucinante
- Un giro-giro-vestito-da-cerimonia, obbligato da un matrimonio il cinque di agosto, dimmi te, il cinque di agosto. C’è qualche lettrice robusta che ha qualcosa di carino da prestarmi?
- La vespa del Chimico da farci il meccanico prima che ci arrestino tutti e tre (io, lui e la vespa)
- La cana con l’erpes
Nonostante questo
Io, nel calderone ho una sorpresa.
Tanto per rallegrar lo spirito, tra una sfiga e l’altra…

Succedono cose molto strane, oggi, nella mia vita.
L’allegro relatore del Chimico ha deciso che è un po’ presto per laurearsi. Che dobbiamo fare qualche altra analisi, che bisogna scrivere cose in inglese.
E allora ci scordiamo il 27 luglio.
Sarà per il 19 ottobre.
(Giorno in cui, tra l’altro mio padre compie 56 anni. E, a guardar bene, saranno tre anni tondi che non mi parla)
Cerco segni in tutto ciò.
Vi farò sapere se ne trovo qualcuno.
Nel frattempo sono successi due miracoli:
Msn ha ripreso a funzionare, dopo mesi di silenzio
E sono aperti anche i commenti sui blog.
Qualcosa deve voler dire…
(Personaggi: l’ennesimo precario della scuola, io, il direttore muto…)
"Se non siete sicuri che si possa passare allo sportello dovete dirlo, io sono qui dalle nove…" (Stizzito)
"Ma l’abbiamo avvisato, già alle nove quando è arrivato…Non si ricorda?" (Impietrita da un’occhiata del direttore)
"Ma non serve che mi avvisiate alle nove che sono già arrivato qui. Dovevate avvisarmi prima…"
"Aveva telefonato prima di venire…?" (mortificata)
"No!"
"?"

Ore nove-punto-ventidue.
Davanti a me ci sono cinquanta abominevoli precari della scuola.
Cinquanta tondi.
Sono sicura, perché il biglietto cinquanta tondo si è appena incastrato nella macchina.
Niente paura, oggi si è incastrato anche il 5, il 12, il 16, il 27 e il 34.
Più o meno, i precari della scuola sono mostri come tutti gli altri. Ce n’è una, stamattina, con una scollatura neanche tanto profonda, che svela un ciuffo di peli sul petto, neanche tanto piccolo.
Ce n’è uno che sembra John Belushi, ma macchiato di sugo della pasta, nell’anima.
Ci sono le signorine che abitano in Valbisagno solo per una curiosa coincidenza di cap.
Ci sono le bidelle.
Ci sono i mariti accompagnatori, Ha bisogno? Sono con lei.
Ma i disoccupati vengono a iscriversi qui quando hanno perso il lavoro.
Perché dovrebbe essere come l’ufficio di collocamento inglese di train spotting o di full monty. Gli aiuti che ci sono, sussidio, sconti degli autobus, dei ticket della mutua, servono a stare più tranquilli mentre si cerca lavoro.
Ma questi non cercano lavoro.
Fanno una finta iscrizione al centro e chiedono un finto sussidio all’inps.
Mica li possiamo far morire di fame tre mesi.
Così è, questo paese.
Ma io non sono qui.
Fortunatamente io sono a cuba, sono sulla spiaggia, sdraiata su un’amaca, tesa tra due palme. Ho un mojito in mano e l’ultimo Harry Potter già tradotto nell’altra.
Se mi concentro riesco a sentire lo zucchero di canna del fondo del bicchiere che mi scricchiola tra i denti e il rumore del mare.
Non mi avranno mai…