La storia di E.

“E trovo dappertutto la poesia, anche nell’atrio a casa mia, tra odor di chiuso e di brioches”

Quasi come Flaubert 16,Luglio,2007

Archiviato in: Collettivo Mia Martini — diversamentequilibrata @ 5:22 pm

Io e la mia amica BovaRì ci conosciamo da quando avevamo quindici anni.
Ci siamo incontrate in un pomeriggio radioso di settembre, all’inizio degli anni novanta, su uno scoglio. E ci siamo scritte per tutto l’inverno le lettere di carta. Ce le ho ancora. E poi, l’estate dopo ci siamo prestate un fidanzato, ma nel frattempo uscivamo a cena. Si è ciucciata tutte le mie crisi adolescenziali marine, tutte le droghe che ho deciso di prendere, tutti i ragazzini che ho lasciato e che sono finiti a piangere sulla sua spalla accogliente. Lei le crisi adolescenziali non le aveva. Lei aveva fatto una scuola tecnica, lavorava.
Era una persona che guardava al pratico, al sodo.
Quando si è sposata ero al suo matrimonio e quando il suo matrimonio è naufragato ero lì a cercar di capire com’è che un matrimonio può finire per problemi religiosi, quando lui fa parte di una setta indiana vegetariana e lei è atea. E lei, semplicemente non ci ha mai pensato. Un tipo pratico, dicevamo.
Il marito se n’è andato. E lei ha pianto mezza giornata.
Poi si è rimboccata le maniche e ha cercato di rimettersi a posto la vita. Come poteva, con semplicità, con caparbietà, e allegria, che felicità non si può chiamare, ma allegria.
Ha avuto mille amori, tutti amori. Tutti conosciuti ai corsi di liscio, alle sagre…Uno, due, tre…mazuuuuurka!
E poi ha cominciato a uscire con il tecnico che le aggiustava la lavatrice, come un porno-rosa per casalinghe.
Andava tutto bene, era felice. Non la sentivo quasi. Perché, devo dire, che l’ho sempre sentita poco, io, quando era felice.
E’ sempre stata un’amicizia di mare, la nostra, di paesini di riviera, di costume e crema abbronzante.
Poi, qualche tempo fa, il malefico tecnico della lavatrice l’ha lasciata. Da un momento all’altro ha detto basta, è sparito.
E qualcosa si è rotto. Già soffriva, BovaRì, un po’, di depressione.
Aveva anche preso dei farmaci.
Ma si è proprio rotta, quando lui se n’è andato. E’ come se tutto il suo senso pratico, la sua allegria, se tutta la sua sicurezza solare e tattile, a un certo punto fossero sparite. Un rumore come quando apri l’acqua frizzante.
E’ venuto fuori tutto così, l’abbandono di suo padre, i problemi con sua madre. Se li è tirati tutti fuori questo tecnico, quando è scappato via. Come il pungiglione delle api, quando ti pungono. Era attaccato tutto al pungiglione del tecnico scappato.
L’abbiamo consolata. Ma nessuno ha capito.
Non ha pianto mai, era sempre allegra.
Poi lui è tornato, poi se n’è andato di nuovo, e poi è tornato dinuovo.
Adesso se n’è andato e lei è impazzita.
Non ti ascolta, parla solo di lui, è ossessionata.
Un allegro psichiatra gli ha dato delle medicine che non servono neanche a farla dormire e parla di suicidio.
Parla di suicidio ma come gli adolescenti, per attirare l’attenzione.
Ieri, mentre ero di guardia al Palazzo Deserto, mi ha mandato un messaggio delirante, sempre a tema mille pillole più alcool. Marilyn ha fatto scuola.
E io ero chiusa lì e non potevo uscire, ho fatto mille telefonate, a rischio licenziamento, ho chiamato il suo ex marito, sua madre. Ho mobilitato tutti, che andassero a sfondarle la porta di casa per salvarle la vita.
E invece lei era fuori.
Ma, naturalmente non rispondeva al telefonino.
Ora io non so cosa fare. Mi sono presa una pausa e sono sparita (in un’agghiacciante parallelismo col Tecnico, ora checi penso).
E penso che se accolgo così le sue richieste d’aiuto faccio il suo gioco e non le serve. Dovrebbe capire che noi le vogliamo bene anche se non è matta e non si suicida.
D’altronde chi me la paga la Nalista per i prossimi vent’anni, se la mando a cagare e lei si suicida sul serio?
E poi, molto brutalmente, penso anche che io, quando stavo male, col cacchio che avevo le amiche se si vedevano con mia madre per capire come riuscire ad aiutarmi. Io, quando stavo male sguazzavo nella cacca con la maschera e il boccaglio.
Ma questo è un brutto pensiero e forse lo cancello prima di pubblicare il post.
E l’altro brutto pensiero è che la prossima volta che fa una cosa del genere spero di essere dinuovo quella che non può fare trenta chilometri per andare a vedere come sta.
Perché se arrivo là con il cuore in gola, le suono la porta e lei non è morta neanche un po’.
Se arrivo là e non c’è neanche bisogno dell’ospedale, io le spacco il naso con una testata. Così, tanto per stare un po’ meglio io, che in questo periodo, ne ho bisogno.
Insomma., se qualcuno ha un’idea che non contempli sangue, ricoveri coatti e una sparizione definitiva da parte mia, vi prego aiutatemi. Perché non so come comportarmi.

 

5 Responses to “Quasi come Flaubert”

  1. zauberei Says:

    senti e.
    Io ho una storia molto moolto simile. Mo ti ci faccio un post te pazienta il tempo che lo scrivo. tanto ce lo avevo sul gozzo da un bel po’.

  2. roxi Says:

    per i pareri profesionali zauberei.
    da gnorantona dei processi pissicologici io voto per testata sul naso.
    e 10 minuti di scazzo e brutte parole stile o cretina non lo vedi che sono qui per aiutarti falla finita e andiamo al mare.

  3. zauberei Says:

    E. er post privato numme viene, perchè è ancora si vede un tasto dolente. perciò mi limito a dire qui quello che penso.

    Il mio parere è: tieni una distanza di sicurezza. Io credo che tu abbia fatto già molto. Una cosa saggia è davvero avvertire la famiglia. Un’altra cosa saggia è dirle con voce compresa ma poco amichettachetecapisce: curati sul serio. e ancora esserci si, ma non sempre. abbi cura di te sempre prima che di chiunque altro. E. io non l’ho fatto per molto tempo, io la tua amica me la sono portata a casa e ci ho vissuto per due anni, la mia versione della tua amica era malatissima. Dopo di che siamo state malatissime in due. I nostri mostri interni – che l’analisi addomestica, che l’analisi trasforma in diamanti persino – hanno un loro potenziale mostruosesco che va tenuto a bada. Per questo i sani et pacifici quando stiamo male di norma si fanno i beatissimi cazzi loro.

    C’è questa cosa dolorosa, la dialettica tra cura e rispetto per l’altro. La malattia, lo stare male è un percorso esistenziale che in un certo modo – insopportabile mi rendo conto – va tollerato, o preso sul serio, ti ci puoi incazzare diciamo come con uno che vota Berlusca. come con uno che non si cura una malattia fisica. Ma se lei non riesce a scuotere il suo destino – non è colpa tua. Perciò fai solo ciò che è giusto fare, ma cerca di proteggerti.

    Spesso, non sempre, ma spesso il fondo fa guarire E, ti ricordi? il fondo fa risalire.

  4. Rob Says:

    Concordo con Zaub. Ho un caso simile in corso – l’amica in questione l’altra notte si è presentata da me alle tre e mezza “perché ciaveva la claustrofobia”… e io (che il giorno dopo, diciamo, dovevo andare a lavorare) un cazziatone gliel’ho fatto.

    A dire il vero io un’arma segreta ce l’ho, ed è di dire: sai, di curarti mica te lo dico per mettermi in cattedra, l’ho fatto io per primo!, e per me è anche vero, ti assicuro che funziona bene…

  5. e. Says:

    Sticazzi, Rob…Lo sa benissimo che sto facendo più analisi di Woody Allen. Non ha tristemente, angosciantemente funzionato no.

    Cercherò di mediare tra Zaub e Roxi e vi racconterò il seguito…

    Oh, grazie, raghi.


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