Ed ecco il mio post di risposta alla Strega, che dice che la filosofia del no, nell’educazione dei figli, non le piace no, no.
Io, invece, concordo in modo appiccicoso con Michele Serra. I genitori devono saper dire di no. E devono essere capaci di essere antipatici ai figli, non essere popolari, mamma sei una stronza e quando avrò diciott’anni andrò a vivere in una comune hippy, così impari e non mi vedrai più, mai più (Sbatte la porta, parte una musica hard rock fastidiosissima a tutto volume).
E adesso vi racconto perché.
Dire di no aiuta i figli a farsi una personalità propria e a staccarsi dai genitori, li aiuta a sperimentarsi da soli, anche nelle trasgressioni.
Perchè.
Io penso che una cosa è fare dei figli e una cosa è farsi la clonazione.
Io, di mio, preferirei la clonazione, così sono sicura che mia figlia Luisa verrebbe su carina e simpatica, potrei darle mille consigli, le eviterei gli errori che ho fatto io, le darei le occasioni che io non ho avuto eccetera eccetera.
Ma lei sarà mia figlia, non il mio clone.
E sarà una persona che avrà il diritto di poter scegliere che persona essere. In quali valori credere e cosa farne del mondo che le avrò lasciato.
Quindi mi rendo conto che la piccola Luisa si farà le meches bionde e il french manicure. Sarà anoressica e leggerà solo donna moderna. Ma si iscriverà a giurisprudenza per trovarsi un buon marito. Camminerà solo sui tacchi e sarà arrogante, invidiosa, sarà affascinata dalle cose che luccicano. E io avrò voglia di ucciderla, maccòme, ti ho chiamata come la mamma delle piccole donne e mi diventi un barboncino da salotto.
E voi mi farete leggere questo post “te l’avevo detto io…”.
Ma io lo penso sul serio che lei debba avere abbastanza spazio per crearsi una vita sua. E credo che i miei valori dovrà sceglierli, scegliere se saranno anche i suoi.
Allora il mio piano è questo.
Io le farò fare mille belle cose e le insegnerò tutto quello che posso. Le farò assaggiare tutto l’assaggiabile, viaggiare il viaggiabile, sentire il sentibile. Cercherò, finché è una bambina, di aprirle il cuore la testa le orecchie e gli occhi. E parlerò con lei, ma dire di no a un bambino è moltissimo più facile. Con un bambino si fanno i compromessi e le trattative. Se ne esce sempre, in qualche modo, perché non mettono mai veramente in discussione l’autorità, i bambini.
E poi, un disgraziato giorno, la piccola Luisa diventerà un’adolescente.
E lì saranno cazzi.
Perché la piccola Luisa partirà alla ricerca di sé stessa. E allora il mio compito, credo, sarà evitare che si faccia troppo male, darle l’idea che qualsiasi grosso casino succeda, comunque, può sempre venire a parlarne con me, e aspettare con le dita incrociate.
Perché io penso che se non ha mai pregato con la nonna, non può diventare atea sul serio. Se non si è mai drogata almeno un po’, non si può dire che si terrà bene sul serio, quando sarà grande. Come farà a costruire una relazione sensata, se non ha scopato almeno un po’ in giro, se nessuno l’ha mai mollata, che ancora si stava rimettendo le mutande, se non ha mai perso la testa per un tizio che io investirei con la macchina?
La piccola Luisa, una volta diventata grande condividerà alcuni valori con me e altri no. E non posso decidere io quali. Io li posso infiocchettare i miei valori e li posso insegnare bene, con l’esempio, con le storie, con la mia vita, che se è bella parla già per sé. E se è stata bene quando viveva con me, magari le viene voglia di rifarlo un po’ simile.
Ma non posso nasconderle quello che non mi piace. E non posso non accettare le sue decisioni. E la capacità di dire di no rientra in questo discorso di emancipazione di un figlio. E’ un gioco delle parti essere il genitore di un’adolescente. Perché io lo so che se si fa una canna non muore nessuno, anzi. Ma devo lasciare anche a lei le panchine dei giardinetti, la decisione di farlo anche se è vietato. Le devo lasciare la decisione sul bene e sul male.
Come la storia della mela.
Ma Dio non era un buon padre che li castiga, stronza hai mangiato la mela, buttana, ti caccio fuori di casa, sveggognata.
Siamo noi la loro voce critica e bisogna riuscire a fare gli equilibristi fa imporre e capire, fra parlare e contenere. Se no finisce che non hanno più nessuno a cui chiedere, nessuno da cui farsi consigliare.
Se gli permettiamo tutto, se capiamo tutto ci mettiamo al loro livello dove vanno quando sono nei guai? Dove vanno quando hanno bisogno di un adulto? Essere i loro adulti, quelli che si occupano di loro è proteggere i figli. Io penso che ci sia differenza tra proteggerli e schermarli, proteggerli e parargli i colpi, proteggerli e nasconderli.
Il pàpa esiste, purtroppo. E’ inutile minacciare di morte la mamma del Chimico se accende la televisione, o se dice alla bambina che Natale è il compleanno di gesù. E se vuole andare in campeggio con i lupetti laudato sissignore mio, che vada.
Ma deve sapere che quando il confessore le allungherà le mani sotto la gonna può venire da me. Perché non è sola e avrà sperimentato la mia autorità, la mia fermezza di adulta quando andava in tre in motorino e io gli ho sequestrato il motorino, quando è tornata tardi rispetto all’ora che avevamo deciso, quando c’era odore di maria in casa e col cavolo che faccio finta di niente.
Questo è il mio piano.
Perché sono una relativista dura.
Sono relativista anche quando al mio relativo ci tengo. Non voglio che nella mia vita dei miei bambini entrino I VALORI (miei) e LE COSE VERAMENTE IMPORTANTI (mie) e, tantomeno, dio, la patria e la famigghia.
Decideranno loro.
Eh…no! 28,Agosto,2007
28,Agosto,2007
Qualcuno asserisce che io sia una provocatrice.
Perché, ogni tanto, posto gli scottanti temi.
In realtà a me piace più pensarmi come una povera ragazza, lasciata sola in ufficio da persone che d’estate lasciano per quindici giorni lasciano un solo post, “Arrivederci”.
Il messenger vuoto, i blogghi trascurati. E io qui, nelle maglie deserte della rete.
Mi sono iscritta a settantotto forum di cucina creativa e al club del tegame di coccio. Ho scritto a una tipa nel Wisconsin, ho dispensato consigli non richiesti, ho scritto commenti chilometrici e ho pure finito la sceneggiatura.
Credevo di aver finito la sceneggiatura.
L’Adorato regista dice che è corta. Ma si può far durare un monologo un’ora e un quarto? La gente si impicca, e fa bene.
Il monologo dev’essere breve.
Siamo schiavi di Hollywood, della serata intera, del primo e del secondo tempo. Si può pagare per vedere un monologo che dura venti minuti e uscirne soddisfatti.
Mi ricordo quando sono andata a vedere Moni Ovaia che faceva “Yossl Rakover si rivolge a Dio”. Brevissimo e splendido.
Ma il mio regista dice che se non dura un’ora mi picchia, mi taglia i viveri, si prende un’altra sceneggiatrice, cattolica, vota Cirano come presidente delle bisbetiche. E allora io devo allungarla.
Allora in questo marasma di noia e dolore ho postato questo trafiletto sui no dei genitori. E sarà il periodo, ma però la rete si è risvegliata.
Quindi, diamo inizio alla prima discussione sui grandi temi dell’autunno!
Scienze delle merendine 27,Agosto,2007

La mia amica Milla, amica dai tempi dell’Università, mi ha mandato questo spunto di articolo interessantissimo.Ve lo giro perché mi sembra il modo ideale di cominciare una rubrica che avevo in mente da un po’: “Scienze delle merendine”. Sarà un angolo nel quale salirò in cattedra e vi annoierò a morte con temi quali: la rivoluzione e la scuola, la rivoluzione e l’educazione, la rivoluzione e la vita delle nuove generazioni. Pontificherò, pedanteggerò e puntualizzerò. E mi servirà per farlo meno nella vita reale, per non salire sulle sedie, per stemperare le mie voglie di megafoni e comizi.Sopportatemi così come sono, e occhio alla categoria!
| La parola cancellata |
| Il divieto di tenere i telefonini accesi a scuola deve farci davvero riflettere. Equivale, infatti, al divieto di suonare la tromba durante le lezioni, o al divieto di praticare buchi nella cattedra con un trapano. Pensandoci bene, pensandoci meglio, ci mette davanti, agli occhi una caduta quasi surreale del livello di educazione di questo Paese. E ci fa intendere quanto incondizionata sia stata la resa degli adulti alla propria pigrizia – non di altro si tratta – di fronte alla responsabilità che portiamo nei confronti dei ragazzi. Diciamo spesso – ed è maledettamente vero – che il concetto di fatica (fatica per ottenere un risultato, per esempio) è molto raramente presente nella mentalità dei ragazzi. Ma dobbiamo aggiungere, ed è doloroso farlo, che anche per noi adulti la fatica sta diventando una dimensione sconosciuta. Dire “no” è in fatti faticosissimo. Perché il “no ” va poi spiegato. Perché il “no” è un elemento della docenza meno gratificante del “sì”. Il no non è seducente, il no è impopolare, è un impiccio nella comoda routine genitori-figli e insegnanti-studenti. Siamo così ansiosi di piacere, e di piacere in fretta, e di non avere rogne, e di accattivarci a basso prezzo simpatia e popolarità, che abbiamo cancellato la parola no. (M. Serra Da “La Repubblica”) |
Un grande senso di responsabilita? 24,Agosto,2007
Your results:
You are Spider-Man
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You are intelligent, witty, a bit geeky and have great power and responsibility.
|
Un Chimico sorprendente 24,Agosto,2007

Il Chimico: “La fonte di tanta grazia e bellezza confinata in cucina ad affettare il lardo”…
E: bello…cos’è?
Il Chimico: Virginia Woolf
E: … (?!?)
In caso di omicidio… 22,Agosto,2007
Domenica un imbarazzante quotidiano cittadino titolava:
“Chi ha ucciso questa ragazza? Tutti gli elementi per risolvere il giallo di Garlasco”
Il quesito della Susi.
Gli elementi per risolvere il giallo sono, in definitiva, le cose di mazzette e picconi e scale e genitori in vacanza, che già sappiamo, più i migliori pettegolezzi delle comari.
Perché non c’è niente da dire sull’uragano in Messico, non è un uragano prima-donna come Katrina. E allora ci perdiamo in questo delitto di paese, il fidanzato biondino, questa ragazzina modello che sorride con tutte le gengive, carina, le diaboliche gemelle cugine.
Io un’idea ce l’ho. Per me l’ha uccisa Vittoria Beckham che è la terza gemella segreta.
La povera Chiara sapeva che in origine le gemelle erano tre: Stefania, Paola e Giuditta. Giuditta era quella cattiva che voleva far carriera nel mondo dello spettacolo e mai ci riusciva. Poi, durante i mondiali in Italia ha fatto fuori la vera Vittoria Beckham e si è sostituita a lei.
Anzi, si stanno sostituendo a lei a turno, come testimonia la foto qui sotto.
Devo ammettere che questa faccenda dell’attenzione morbosa che abbiamo tutti cominciato ad avere per gli omicidi, da quando ci siamo appassionati ai noir mi inquieta un po’.
Allora, nel caso qualcuno decidesse di farmi fuori, e, magari tutti i torti non li avrebbe, vi lascio qualche istruzione per non fare brutta figura.
Prima cosa: la foto.
Per piacere non tirate fuori niente di vostro, foto nel cassetto, tipo qui eravamo insieme al primo maggio sui prati.
I Fotografi Ufficiali mi hanno fatto una serie stupenda di ritratti, usate quelli.
Seconda cosa: le interviste.
No, dai, non parlate con nessuno.
E tenete mio padre lontano dai microfoni, vi prego. Ditelo a mio fratello che le mie ultime volontà sono che rimanga legato e imbavagliato in cantina finché non finisce il circo.
E ricordate alla Nessi che i blog finiscono sui motori di ricerca.
Non scrivete niente, magari una fascetta a lutto sul mio.
Seconda cosa bis: per gli sbirri.
Non togliete il compiùtero Caterina al Chimico, che deve scrivere la tesi. Piuttosto date un’occhiata nella mail, tutte le mie mail hanno la stessa password cretina, e tutti la sanno. Chiedete in giro.
Se riesco prometto che vi lascerò un po’ del dna dell’assassino sotto le unghie.
Terza cosa: i funerali.
Non cattolici. Niente applausi, che applausi, sono morta. E niente fiori che non siano rose rosse.
Voglio una bara bella come quella di Wojtyla, elegante e non impegnativa. E voglio un’orchestrina a suonare.
E poi andate a festeggiare, ma questo l’ha già scritto Baldoni. Tutto qui, mi raccomando.
Ah…dimenticavo, ma non c’è da raccomandarvelo, anche se siete stati voi, anche se uno di voi fosse l’assassino, scappate lontano dall’avvocato Taormina.
Il campionato mondiale delle Fetecchie 17,Agosto,2007
Ieri, mentre vagabondavo per la rete in cerca di un’immagine per il post del gruppo ‘muoviti!’ ho trovato un sito.
Ho trovato un sito che se c’era Cuore-on-lain, sicuro lo mettevamo nel mai più senza.
Guardate, questa è l’home-page. Io ci ho messo quasi due ore ad andare oltre. Ma se ce la fate, non potete farvi mancare le teche con le bambole, ma anche quelle con i palloni, le statuine delle sirene, e la galleria dei piatti da appendere.
I miei preferiti sono:
Il piatto del bambino con l’impermeabile giallo di Stephen King, che verrà ucciso dal clown dell’altro piatto.


Poi c’è la collezione Humbrige:

Quello del matrimonio già pronto da tirarsi.

E, per ultimo, fa già schifo da vivo…Signore e Signori, tenetevi forte:
C’è anche
Ringhio!

Che fine ha fatto il gruppo “Muoviti!”? 16,Agosto,2007
Sedici agosto.
E inauguro ufficialmente il mio trip:
ORGANIZZAIMOCI L’INVERNO 2007/2008
Sicuramente vi ricorderete un grande classico dei miei Progetti Bislacchi, il gruppo “Muoviti!”, che mai e poi mai siamo riusciti a far partire.
Adesso io propongo di ri-provarci.
Una di queste notti ho incontrato il mio antico allenatore di Cùnfu che dice che quest’anno è libero, che quest’anno si può pensare di organizzare qualcosa. Lui è bravo a trovar palestre.
Ma quando io facevo Cùnfu c’erano i ragazzini che si allenavano e mi piacchiavano tantissimo e non ridevano mai.
Ma se lo pensiamo tutti insieme possiamo fare le cose bellissime, non solo picchiarmi, che, alla lunga, vi annoiate anche un po’.
Potremmo fare una serata simil yoga, che ci stira la schiena e previene la sciatica, e poi una di difesa personale, acrobazie, capriole, bandiera, o quello che vogliamo.
Potremmo cercare la palestra e poi far venire anche gli insegnanti diversi, fare due mesi di ginnastica artistica, due di aerobica, due di tiro al piattello e corse dei cani. E la squadra di pallavolo. E tango argentino.
Luca (il maestro di Cùnfu), dice che lo fa se siamo minimo dieci che garantiscono di venire con continuità perchè lui si frustra con i gruppi che si parte in tanti e poi finiscono come gli indiani dieci piccoli, e poi nove perchè ho la marmotta a casa che piange, otto perchè la tuta mi sta male, sette perchè mi spettino, sei, ma poi ricomincio in primavera, quattro mi ha lasciato il fidanzato e mi deprimo, tre io, il Chimico e la Ganja.
Allora questo progetto è per la Comune-ty, soprattutto. Ma poi anche per tutti quelli che vogliono venire, e hanno voglia di giocare.
Fate passare la proposta con le mail, e sui blog.
Io raccolgo le adesioni.
Altrimenti finisce che io e il Chimico ci iscriviamo in palestra.
Ve lo potete immaginare?
Le mie immancabili elucubrazioni estive 14,Agosto,2007

E’ tornato.
Abbronzato, contento, rilassato.
E’ tornato dopo mezzanotte, inopportuno come sanno essere solo quelli che lavorano di notte. E di giorno mai e poi mai.
Guarda me, guarda il Chimico e fa “Riposatevi un po’”.
Io penso che un giorno la smetterò di svegliarmi a questi orari senza senso. Che tornerò al fuso di Melburne che mi è più congeniale.
Ma penso che questi anni mi saranno serviti per capire come stanno quelli che spengono la sveglia alle seiemmezza.
Da schifo, stanno.
E, vi dirò di più, non è vero che ci si abitua. Te lo dicono, vedrai che dopo i primi mesi ti si aggiusta il bioritmo e stai benissimo.
Col cavolo.
Sono quasi quattro anni che lavoro qui. E non mi sono abituata. E se sto a casa per più di due giorni, comunque, finisco per svegliarmi a mezzogiorno e andare a letto alle quattro. E sto benissimo.
Questa vita, per me, non è naturale.
Ma io lo so perchè la faccio.
Per non avere più paura.
Perchè un giorno me ne starò comoda a prendere il the con le amiche, farò un sacco di sciopping, avrò tempo per pensare, il tempo pper leggere non sarà grattato via da quello del sonno. Un giorno ci saranno passeggiate pomeridiane, ci sarà il gusto della spesa al mattino. Un giorno sarò quella che non dovrà farsi il calcolo delle energie e delle ore di sonno. E potrò divertirmi con il calcolo delle calorie, se proprio sentirò il bisogno di contare qualcosa.
Ma, in tutto questo, saprò che sono capace di vivere da sola, e bastare a me stessa. Lavorare quindici ore al giorno, cambiare ufficio di telemarketing ogni mese e nel frattempo non rinunciare alla mia vita. Saprò che esistono le sei, anche al mattino, e che, se ne avrò bisogno, sarò anche capace di svegliarmi. Saprò che si può tornare a casa dal lavoro e, comunque, scrivere una sceneggiatura. Saprò i compagni delle pulizie, le guardie giurate che, nel turno di notte, preparano gli ultimi esami di fisica, saprò la solidarietà dei piccoli venditori, le facce dell’autobus al mattino e, più o meno le stesse, alla sera. Saprò il mondo vero della gente vera, che, magari, puzza anche un po’, e magari è anche un po’ razzista e legge cronaca vera. E che mi piace spudoratamente, come l’odore delle pescherie.
Sono gli anni duri che fanno le persone belle.
Non lo faccio per soldi. Per soldi avrei potuto battere strade più facili.
Lo faccio per viziarmi in pace, in futuro. Lo faccio perchè l’indipendenza, quella vera, è una consapevolezza che voglio far dormire con me. Adesso e fra cinquant’anni. Perchè ne ho viste troppe di donne legate a doppio filo a situazioni che non volevano più. Matrimoni di comodità.
Io voglio sapere, ogni giorno della mia vita, che posso amare in pace il mio uomo, e farmi sfamare e farmi proteggere e farmi coccolare da lui, con la certezza che lo faccio perchè mi piace, non perchè mi spaventa star sola. Questo cercherò di insegnare alle mie figlie, non a essere economicamente indipendenti sempre, comunque e per forza. Ma ad avere gli strumenti per esserlo, se lo decidono.
A non avere paura della fatica, della precarietà, del randagismo.
E adesso basta, perchè ieri sera non mi ha chiesto niente, era ancora ubriaco di sole.
Ma oggi mi verrà a cercare.
Devo finire questa maledetta sceneggiatura.
13,Agosto,2007

Tredici agosto.
Tempo grigio. Ufficio deserto, clintoniano direttore che gira come un leopardo in gabbia, a cerchi concentrici, e nel concentro ci sono io. L’accogliente accoglienza.
Io sono quel genere di donna che se sua figlia fosse quel genere di donna la picchierebbe tutti i giorni.
Del resto lui è quel genere di uomo che decide, d’appalto in appalto, della mia permanenza qui, a scrivere il blog e a lavorare per il teatro.
Come avere un mecenate a cui sto antipatica, ecco.
Stamattina, mentre ero ancora nel dormi-veglia, ho sentito una voce che mi diceva:
“Svegliati e vai ad aprire il centro”
“Lo apre Andrea, tranquilla, voce misteriosa, lasciami dormire…”
“Svegliati e vai ad aprire…”
Insisteva. E allora mi sono alzata prima del solito, e sono arrivata nell’allegra valbisagno alle setteventicinque.
Cancello chiuso.
Collega Allodola che aspettava davanti al cancello chiuso.
La voce aveva detto il vero. Il mio compagno di banco (l’uomo a cui devo dieci minuti di sonno ogni mattina) non c’era. Si è sentito male e non ha potuto avvisarmi.
E io sarei potuta arrivare qui alle canoniche settetrentasette, tra lo scazzo generale e i fischi degli impiegati mattinieri.
E invece l’Angelo Custode mi ha salvata, che gli fui affidata dalla pietà celeste amen.
A questo punto vorrei scrivere anche qualcosa in più. Per esempio che sono felice. E che quest’estate che sembrava una schifezza, alla fine è un’estate felice.
Che venerdì ho visto il film su Edith Piaf e, nonostante io l’ami, l’adori, al punto che è la colonna sonora fissa dei miei spettacoli, non ho ancora deciso se fucilerei per primo il regista o lo sceneggiatore. Che dopo il cinema si è cenato da “colazione da tiffany”, ma ho deciso di fotografarlo e parlarne in altra sede. Merita un post tutto suo. Che il Puntoggì mi ha lasciato il suo cane e che lui sta cercando di approfittare di me, come fanno i bambini con le zie. Che, la notte delle stelle, siamo saliti col tradizionale furgone, sui monti, con la tradizionale musica klezmer a palla nell’autoradio. E c’era anche mia sorella Serena. Che la mia amica Tommasa è a genova, e che abbiamo salutato la nostra famiglia equadoriana che è ritornata a casa, lasciando qui un bambino nuovo, di cui sento di dovermi occupare. La pedagogia vorrebbe Emilio, ma io qui lo chiamerò Emiliano.
Ce ne sono di novità, ma sono tutte un altro post.
Perchè devo scrivere. Devo mettere a posto la sceneggiatura nuova prima che il Biondo Fratello torni dalle ferie e si accorga che non l’ho ancora fatto.
All’Adorato Regista e al Puntoggì ho raccontato che “volevo prendere un po’ di distanza dal testo”. Ma il Biondo Fratello non è uomo da distanze nei testi.
E mi ucciderà.
E non so neanche, precisamente, quando torna a genova.
Il Biondo Fratello tornerà come un ladro nella notte. E mi chiederà “Sorella, dov’è la sceneggiatura che ti avevo affidato?”.
E questa volta neanche l’Angelo Custode potrà salvarmi.
La libertà costa un occhio 10,Agosto,2007

Tengo un problema etico.
Diciamo di etica e zoologia.
Magari c’è un veterinario, una gattara, un filosofo, un etologo, tra voi che mi può aiutare. Perché se c’è una cosa che mi sta antipatica è prendere decisioni sulla vita di altri esseri viventi, tra l’altro senza poterli consultare.
Vado a esporvi il problema.
Ormai sapete che mia madre mi ha lasciato il suo orto in custodia. Quello che ancora non sapete è il perché, visto che l’orto, in realtà, è autogestito, si innaffia da solo. La verità è che in quest’orto girano alcuni gatti, che sono i classici gatti di campagna, liberi, felici, cacciatori.
Di solito non hanno vita lunga, perché sono predatori di lucertole e uccellini, ma predati da volpi e donnole e, qualche volta, automobili.
Io ho sempre pensato che vale più qualche anno all’avventura che una vita intera in appartamento, a veder scorrere la storia dalla finestra.
Anche la mia gatta, la Gattamelata, viene dalla campagna. Ma non se ne poteva fare a meno. Era stata abbandonata dalla mamma con tutta la cucciolata.
Ieri, mentre svuotavo scatolette su scatolette nelle ciotole che lasciamo sul finire del bosco, ho notato che uno dei piccoli, quelli nati quest’anno, ha un occhio chiuso e tutto pieno di pus.
Cosa faccio?
Lo lascio lì a vivere la sua vita di gatto dei boschi, anche con un occhio solo? E se poi peggiora? E se diventa cieco? E se qualche faina, qualche volpe, qualche automobile, se lo mangia perché non ci vede bene?
Oppure lo prendo e lo porto dal veterinario? E, in questo caso, poi, come starà dentro un appartamento?
E se lo prendo bisognerà che studi un piano degno di Will Coyote, perché se non ci riesco alla prima non mi si avvicinerà mai più. Sono gatti selvatici, mica si fanno toccare.
Ecco, non so.
Io, se fossi un gatto, preferirei la libertà, la vita dei boschi e dei prati, anche con un occhio solo. Ma chi può sapere che cosa preferisce lui?
E’ come essere uno zio d’america, con una web cam sulla vita di un nipote bohemien e chiedersi se regalargli dieci milioni di euri e farlo smettere di lavorare per sempre. Io se fossi un nipote bohemien non saprei se voglio avere una vita comoda. Sembra cretino dire di no. Ma non sono così sicura che risponderei sì.
Aiutatemi!
Qualcuno ha voglia di giocare al lotto? 9,Agosto,2007
Ero nell’orto di mia madre, e stavo frugando le piante di pomodori per cercarne uno che non era un pomodoro normale, era un link.
Una delle dieci cose per cui vale la pena vivere: l’ikea con le amiche. 8,Agosto,2007

Dispiegheremo tutta la flotta a quattro ruote che attualmente consta nel già citato furgone, incautamente lasciato in città, e da una kangoo gialla.
E partiremo alla volta della meta con un manipolo di eroine quali:
- L’abominevole Creatura del Lago
- La Spia
- La ragazza immagine del centro benessere
- La sottoscritta
E ce ne andremo in giro con i sacchetti gialli, proveremo i divani, faremo i fantaprogetti sulle nostre case. Decideremo che un giorno avremo un letto tondo, discuteremo di mensole e qualcuna dirà che billy è migliore di Ivar. Ma non è vero.
Ivar salverà l’umanità, quantomeno quella parte dell’umanità che tiene contemporaneamente problemi di soldi e problemi di spazio. Costa poco e si trasforma. Diventa quello che vuoi, dalla libreria, all’armadio, allo scaffale della cucina. E ha un buon odore di legno.
Faremo merenda con i dolcetti svedesi e ci perderemo in una marea di chiacchiere. Dal dottor-froid, ai fatti-apposta per la cucina, i nostri uomini, quelli delle altre, non ci crederai mai che cosa mi è successo venerdì, ci sono i tapper in offerta, l’ennesima splendida teiera, l’angolo delle occasioni.
Oggi pomeriggio vado all’ikea con le mie amiche. E questo mi bastava già per intravedere il buon iumore l’altro ieri.
“E trovo dappertutto la poesia, anche nell’atrio a casa mia, tra odor di chiuso e di brioches…”
La collina di mollette 7,Agosto,2007
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L’ha sognata la Steganocciola e ci è sembrato un titolo di romanzo. I romanzi che scriviamo un giorno sì e l’altro anche, io e lei, su msn, come il gioco facciamo che succedeva.
Ma eravamo sicure che l’avremmo dimenticato, e allora gli ho trovato un lavoretto come titolo di post. Meglio dell’oblio.
Magari, un giorno, diventerà titolo di commedia. Chissà.Questi sono giorni faticosi per la mia testa malandata.
Sono un po’ in vacanza perchè sto facendo un lavoro solo. Il tempo libero è un privilegio a cui non sono abituata.
In questi pomeriggi sto riorganizzando la casa con il Chimico. L’arte di vivere in due, in venticinque metri quadri.
Con la gatta.
Con la cana, un pastore tedesco.
Con il Principe Consorte, abbandonato dalla Passera.
Non l’ho ancora raccontato, ma la Passera è scappata. Mano sprovveduta ha lasciato l’apertura della gabbia a portata di gatta e lei è volata via.
Ho controllato, niente piume, niente cadaveri di uccellini nascosti.
E’ fuggita.
E l’odioso Principe è rimasto mezza giornata con la gabbia a perta, a cantare, il petto gonfio, a becchettare, a fare il bagnetto.
Con la liberà a un passo il Principe Consorte è rimasto in gabbia.
Il Principe Consorte la gabbia se la merita.
L’altra novità è che mia madre è partita, lasciandomi in custodia la sua casa, i suoi gatti, il suo orto e il furgone.
La sua casa la odio.
Ieri ho provato a pranzare col Chimico in cucina. Tivvù.
Niente, non si può. Dopo poco cedo alla claustrofobia e io, da casa sua, devo scappare.
Innaffio, mangio i gatti e scappo.
La parte dell’orto e del furgone, invece mi piace.
Mi piace mettere nell’autoradio i miei ciddì improponibili. Ieri io, Il Puntoggì e Cirano giravamo per l’entroterra cantando a squarciagola con Gennaro Cosmo Parlato. Ho raccolto i fagiolini, i fiori di zucchino, i cetrioli e il basilico per il pesto.
Oggi pomeriggio in Vic’olio si faranno vasetti.
Ieri notte anche il Chimico era in sintonia perfetta con questo mio stato d’animo inquieto. Ci siamo addormentati nudi, abbracciati e sudati come innamorati recenti.
E’ strano.
Sto male, le mie angosce, i miei fantasmi, l’ansia, le mie ossessioni mi mangiano a morsi.
Eppure sono felice.
Considerazioni zoologiche del Chimico 6,Agosto,2007
“Ma se lavare il cane ti riduce così…ti immagini che cosa dev’essere ammazzare un maiale?”
Son soddisfazioni 3,Agosto,2007

La mia collega odiosa è anoressica da trent’anni e si è fottuta tutti i neuroni.
Ora sembra una prugna californiana in barattolo, ha passato i cinquanta e asserisce di potersi vestire al mercato. Perchè se sei magra ti sta bene tutto.
La mia collega odiosa vota dièsse.
E’ iscritta al sindacato.
E ci ricorda tutti i giorni che è single, ha una figlia, e sta troppo avanti.
Però poi è razzista dura.
La mia collega odiosa è il mio punto debole nelle discussioni col Collega Fascio. “Stai zitta che quella è dei vostri…!”.
La mia collega odiosa, inoltre, sarebbe idispettita di sentirsi chiamare così.
Non odiosa, collega.
Perchè io sono Cenerentola, e lei è la Sorellastra.
Io lavoro in una cooperativa sfigata e lei ha un contratto d’oro. Ma questo non le impedisce di lamentarsi in continuazione. La dura vita dei dipendenti pubblici.
Parla a diecimila decibel con quel suo genovese strascicato, con quelle vocali d’entroterra ignoranti, di casermoni di cemento, di motorini truccati e fondotinta africani.
Passa le serate a guardare trasmissioni sportive locali che parlano della sandoria. Sa tutto della sandoria.
E poi tratta sempre male gli utenti.
Non tutti gli utenti, diciamo circa il quaranta per cento.
In generale, il quaranta per cento che, per varie ragioni, non riesce a difendersi.Ma oggi ha sbagliato.
Tipo le scimmie, tipo gli acrobati quando sbagliano la presa.
Oggi il clintoniano direttore gira per il centro come un leopardo in gabbia.
E io mi godo la scena.
Se vi stavate chiedendo dove fossi finita nelle ultime ventiquattrore… 2,Agosto,2007

Latitai tutto il giorno.
Soprattutto perché ero impegnata nella mia nuova attività zen: l’accatì-emme-elle.
Dopo aver impaginato questo blog qui, ho deciso di rifare il look a Scongelare stanca, tanto per tacitare i detrattori, che sempre asserivano di non poterlo leggere.
Si accavallano le scritte, dicevano, costoro.
Ora non si accavallano più, e a me sta colando il cervello dal naso sulla tastiera.
Ma è bello, l’accatì-emme-elle, bello come sciogliere i nodi, bello come raccogliere l’erba.
Zen.
Ieri sono successe due cose che mi hanno indotta a una sessione di Laccatì-emme-elle compulsivo.
La prima è che mio padre si è presentato al Chimico.
La seconda è che mi hanno scippata.
Parto dalla prima, con la doverosa premessa che a ottobre ricorrerà il terzo comple(mio-padre-si-è-auto-eliminato-dalla-mia-vita)anno.
E che mi ricordo la data precisa perché è successo il diciannove.
Giorno del suo compleanno.
Si è fatto un regalo speciale.
Beh, ieri mi chiama mia madre e mi dice che sta friggendo i Frisceu.
I Frisceu sono un tipico piatto genovese e io non li so fare. In realtà, c’è da dire che io non so friggere in generale. Io pesco dall’olio stucchevoli, raccapriccianti oggetti imbevuti, fino ad affogare.
Mia madre frigge da pubblicità, da festa dell’unità. Il fritto di mia madre non unge neanche le mani.
E allora lei fa leva sui sensi di colpa.
Fai venire Il Chimico a prenderne un po’, poverino, che non li mangia mai.
E lui mi guardava.
E lui aveva capito che mia madre serbava una sorpresa fritta.
Non potevo far finta di niente.
Va, il Chimico, ignorando le insidie sulla Vespa Ronzinante.
Va e mia madre gli chiede di entrare.
Strano.
(Nota per i lettori: toglietevi quell’espressione dalla faccia, non è un film porno, chiaro?)
In cucina trova mio padre friggente il baccalà.
Si gira.
Gli stringe la mano.
E gli dice…
(tenetevi)
(signore preparate i sali)
(suspance)
“Piacere, io sono il papà morto…”
E il Chimico, basito:
“Il piacere è mio!”
La seconda cosa è che ho provato ad andare al mare.
Ho pensato che al mare mi sarei sentita meglio.
Alla fermata dell’autobus avevo come la sensazione che qualcuno fosse troppo vicino alla mia borsa.
Mi sono girata e ho visto una comitiva di ragazzini.
Cartine, panini, zainetti.
Li guardo bene in faccia.
Potevano essere la gita fuori porta di un riformatorio di Mosca.
Facce affilate da slavi tagliagole.
Ma avevano le cartine e gli zainetti e i panini.
Mi sono detta: ma perché devo sempre essere così prevenuta?
Sull’autobus un signore mi ha fatto notare che avevo la borsa aperta.
Porca troia.
Faccio l’appello dei miei averi:
Telefonino, in tasca.
Porta-soldini: presente. Contenuto: presente, venticinque centesimi in tutto.
Porta-documenti: presente. Contenuto: presente, bancomat, presente, soprattutto.
Manca l’astuccio del tabacco.
Mi hanno rubato tutto, tabacco, cartine, filtrini, accendino, tutto.
L’hanno scambiato per il portafoglio.
Gli scippatori più sfigati del mondo.



