
E’ tornato.
Abbronzato, contento, rilassato.
E’ tornato dopo mezzanotte, inopportuno come sanno essere solo quelli che lavorano di notte. E di giorno mai e poi mai.
Guarda me, guarda il Chimico e fa “Riposatevi un po’”.
Io penso che un giorno la smetterò di svegliarmi a questi orari senza senso. Che tornerò al fuso di Melburne che mi è più congeniale.
Ma penso che questi anni mi saranno serviti per capire come stanno quelli che spengono la sveglia alle seiemmezza.
Da schifo, stanno.
E, vi dirò di più, non è vero che ci si abitua. Te lo dicono, vedrai che dopo i primi mesi ti si aggiusta il bioritmo e stai benissimo.
Col cavolo.
Sono quasi quattro anni che lavoro qui. E non mi sono abituata. E se sto a casa per più di due giorni, comunque, finisco per svegliarmi a mezzogiorno e andare a letto alle quattro. E sto benissimo.
Questa vita, per me, non è naturale.
Ma io lo so perchè la faccio.
Per non avere più paura.
Perchè un giorno me ne starò comoda a prendere il the con le amiche, farò un sacco di sciopping, avrò tempo per pensare, il tempo pper leggere non sarà grattato via da quello del sonno. Un giorno ci saranno passeggiate pomeridiane, ci sarà il gusto della spesa al mattino. Un giorno sarò quella che non dovrà farsi il calcolo delle energie e delle ore di sonno. E potrò divertirmi con il calcolo delle calorie, se proprio sentirò il bisogno di contare qualcosa.
Ma, in tutto questo, saprò che sono capace di vivere da sola, e bastare a me stessa. Lavorare quindici ore al giorno, cambiare ufficio di telemarketing ogni mese e nel frattempo non rinunciare alla mia vita. Saprò che esistono le sei, anche al mattino, e che, se ne avrò bisogno, sarò anche capace di svegliarmi. Saprò che si può tornare a casa dal lavoro e, comunque, scrivere una sceneggiatura. Saprò i compagni delle pulizie, le guardie giurate che, nel turno di notte, preparano gli ultimi esami di fisica, saprò la solidarietà dei piccoli venditori, le facce dell’autobus al mattino e, più o meno le stesse, alla sera. Saprò il mondo vero della gente vera, che, magari, puzza anche un po’, e magari è anche un po’ razzista e legge cronaca vera. E che mi piace spudoratamente, come l’odore delle pescherie.
Sono gli anni duri che fanno le persone belle.
Non lo faccio per soldi. Per soldi avrei potuto battere strade più facili.
Lo faccio per viziarmi in pace, in futuro. Lo faccio perchè l’indipendenza, quella vera, è una consapevolezza che voglio far dormire con me. Adesso e fra cinquant’anni. Perchè ne ho viste troppe di donne legate a doppio filo a situazioni che non volevano più. Matrimoni di comodità.
Io voglio sapere, ogni giorno della mia vita, che posso amare in pace il mio uomo, e farmi sfamare e farmi proteggere e farmi coccolare da lui, con la certezza che lo faccio perchè mi piace, non perchè mi spaventa star sola. Questo cercherò di insegnare alle mie figlie, non a essere economicamente indipendenti sempre, comunque e per forza. Ma ad avere gli strumenti per esserlo, se lo decidono.
A non avere paura della fatica, della precarietà, del randagismo.
E adesso basta, perchè ieri sera non mi ha chiesto niente, era ancora ubriaco di sole.
Ma oggi mi verrà a cercare.
Devo finire questa maledetta sceneggiatura.

Fino agli anni duri che fanno le persone belle ho capito tutto e sono completamente d’accordo.
Dopo ho iniziato a remare, vuoi dire che non è necessario cavarsela da sole, basta saperlo fare? Come saper andare in bicicletta, ma girare con l’autista in Mercedes? E’ che ad andare in bicicletta si disimpara e anche a farcela per proprio conto…
Io confido che gli anni duri – che ora si sono ammorbiditi, ma mi stanno sempre scomodi – servano davvero a non fare più il calcolo delle energie, ma solo perché riesco a sfamarmi facendo altro o anche non facendo nulla, ma in proprio. E credo che, specie per una donna, l’indipendenza economica sempre, comunque, e per forza sia irrinunciabile come l’aria da respirare.
Buon Ferragosto
Giuliana
Ecco, sì. Anche io l’ho sempre sempre pensato che una donna deve mettersi nella condizione di essere indipendente sempre e comunque.
Semplicemente, in questo periodo sto eleaborando questa teoria per cui l’indipendenza economica è anche un po’ una scusa.
Un’arma a doppio taglio per quelle che hanno sempre paura e non vogliono affidarsi, perchè tengono sempre un piede fuori dalla porta di una coppia. E non sono coppia, non sono squadra. Hanno sempre pronto un piano b, un’uscita di sicurezza.
E allora io non voglio usare l’indipendenza economica come uscita di sicurezza, è più onesto che io ammetta, a quel punto, che non mi sento io abbastanza stabile per affidarmi a un’altra persona. Perchè chi non si sente di affidarsi, per me, è perchè sa che se cade si rompe. Io vorrei essere quella che sa che può affidarsi, perchè se cade si fa male, fa i piantini ma è capace di alzarsi ancora. Ammaccata, perchè non sono wonder woman, ma mica rotta.
Al contrario poi ci sono quelle che dicono mio marito non lo lascio no, perchè mi mantiene e io da sola non sono capace. Quello era quello che sempre mi diceva mia madre. Adesso che un’indipendenza economica e anche qualcosa di più ce l’ha, adesso che noi siamo abbondantemente adulti, mica l’ha lasciato mio padre. Perchè, evidentemente la dipendenza economica era un paravento per la sua dipendenza affettiva da lui. Oppure una scusa perchè non è mai riuscita a dirmi che quell’uomo era il suo, se l’era voluto, lo amava e io non avrei dovuto permettermi di giudicare le sue scelte.
Allora io dico che i soldi sono soldi, e l’economia non c’entra niente.
Che io ho imparato a essere indipendente come persona, a essere un’adulta. E stare con una persona non mi renderà meno adulta. Sia che io decida di guadagnare i mille e mille euro al mese, sia che me ne fotto e me ne sto a casa coi bambini.
E questi anni sono serviti a me a diventare grande e ad affrontare i miei fantasmi che, per inciso, sono trasformarmi nella protagonista di un film neo-realista in bianco e nero, e pure mi rubano la bicicletta e mi butto sotto un treno col cane.
Ecco, forse così mi sono spiegata meglio…
Oh…buon ferragosto anche tu!
Ah, ecco. Dal post non avevo capito benissimo, ma dalla risposta alla Giuli, direi che bello che bello.
Cià
Ora (tornata ieri sera, ma questo non c’entra) ho capito il tuo ragionamento.
E:
- è vero che nell’”affidarsi” sono coinvolte infinite implicazioni di fiducia in sé e nell’altro;
- è vero che quella economica per non muoversi dalle situazioni è anche una scusa (non solo, ma di sicuro scusa – voce del verbo trovare scuse – più della metà);
- è vero che chi non si fida è perché sa che, se si fidasse male, gli costerebbe troppo
e naturalmente io stessa sono infinitamente coinvolta in questi discorsi, ma adesso non farò di questo commento un romanzo.
Ciononostante continuo a trovare dei punti che non mi convincono e che sono:
- come già scritto, a cavarsela (nel disgraziato caso ce ne fosse ancora bisogno) si disimpara o si è fatti disimparare dalle circostanze che dovrebbero foraggiare il nostro “cavamento”, ergo: se non lavori da x anni e improvvisamente devi ricominciare sono c***i (e se ho capito dove lavori lo sai ancor meglio di me);
- questa teoria presuppone che l’uomo con cui si fa coppia basti economicamente a sé, alla compagna e agli eventuali (e mi pare preventivati) figli, il che oggidì è fenomeno non troppo frequente…bisognerà selezionare quest’uomo anche in base a questa caratteristica?
- varrebbe anche il contrario, che fosse l’uomo ad “affidarsi” a lei anche dal punto di vista materiale?
Basta, ché appunto sto facendo un romanzo…il post mi ha stuzzicata, finisco di scialare parole “da me” ché qui sono ospite
Buon dopo Ferragosto!
Giuliana