
Domenica.
Tramonto sul Palazzo Deserto dove faccio la guardia.
Sono ancora un po’ frastornata perché sono stata copiata e incollata a Brescia.
Il papà del Chimico è stato male mentre era in vacanza sul lago di Garda.
Copiata e incollata con tre ore per farmi dare il cambio al lavoro, fare le valige a tempo indeterminato e partire con la macchina di mio fratello, un’astronave blu che fa i centomila chilometri all’ora senza fare rumore come se non toccasse per terra.
Mi ha accompagnata il Puntoggì, che prepara le valige per le vacanze due settimane prima, e quindi era in fibrillazione. Le medicine le hai portate? Novalgina? Aulin? La magnesia se ti fa male lo stomaco? E alla fine mi sono dimenticata i documenti, carta d’identità e patente, tutto a casa. Ma me ne sono accorta solo ieri.
Il Biondo Fratello, però, mi ha prestato la macchina solo a patto che non guidassi io. Il Puntoggì ha la patente scaduta e quindi si è offerto di accompagnarci un suo amico dello sciazzu.
Da Genova a Piacenza ho guidato io.
Ottanta all’ora.
Piantata sulla corsia di destra, che l’amico sciazzuca voleva essere riposato al ritorno.
Il Biondo Fratello, naturalmente, non è fra i miei lettori abituali.
Ecco, se vi capita, mantenete il segreto, oppure sono morta.
Di martedì l’autostrada è ingolfata di tir.
E io li odio.
E loro lo sanno.
In un tratto di strada stretto per lavori in corso, mi si è appiccicato una specie di capodoglio di lamiera. Vincenzo, ce l’aveva anche scritto luminoso sul parabrezza.
Vincenzo.
Ricordatevi, se lo incontrate.
Magari lo vedete parcheggiato da qualche parte, fatelo per me, insultatelo, bucategli le gomme, rompetegli tutti i finestrini con le pietre.
Un tir che si chiama Vincenzo.
Mi si è appiccicato dietro, che non vedevo neanche la targa e ha cominciato a suonare il calacson, a fare gli abbaglianti.
Ho frenato, e lui dietro.
Ho accelerato più che potevo, anche a cento, sono andata.
E il tir Vincenzo ci voleva spappolare tutti, sulla strada per Brescia.
Sarà durata anche dieci, quindici minuti, mi stava incollato.
Poi ha svoltato per Piacenza, seguito dal coro delle nostre maledizioni.
Maledicemmo lui, sua madre, i suoi figli e le generazioni presenti, passate e future.
Da Piacenza in poi ha guidato l’amico sciazzuca.
La prima notte e quelle successive abbiamo dormito al lago.
Il lago Ombretta che affoga. Il lago Malombra.
Una distesa d’acqua dolce tutta contornata di monti.
Per noi creature d’acqua marina, nutrite a romanzi, il lago è già spaventoso di suo. Io, oltretutto, ero vicinissima a Salò. E immaginavo Brescia covo di fabbrichette leghiste, in odore di nord-est.
Io, oltretutto, non sapevo neanche in che regione fosse Brescia.
E invece abbiamo cominciato a conoscerla alla luce del sole, questa città che per me era solo la porta di quell’ospedale rotondo. L’abbiamo conosciuta nell’accento dei dottori, nei parenti dei ricoverati, in una rete di solidarietà che non immaginavo.
Nei giorni abbiamo cominciato a capire che la rianimazione è il fondo del lavello della cronaca. Una delle prima sere, uscendo dal parcheggio sotterraneo, siamo stati bloccati in coda per una mezzoretta. Incidente, macchina contro moto, abbiamo letto sul giornale.
Il giorno dopo i parenti del motociclista aspettavano l’orario di visita insieme a noi.
E si stringono amicizie, ci si tiene aggiornati.
E’ stato ricoverato un singalese. All’inizio c’erano solo due signori a chiedere notizie. Ma piano piano il reparto si è riempito di parenti, amici. L’ultimo giorno saranno stati sessanta, senza esagerare, uomini e donne, che uscendo dalla porta scorrevole ti sembrava di essere all’aeroporto di Colombo. Entravano sempre gli stessi. Ma fuori c’erano tutti.
Lui non ce l’ha fatta, ma la signora con l’ictus migliora.
E quando ce ne siamo andati lo abbiamo detto alla mamma del Chimico di tenersi informata anche sugli altri pazienti.
Sono nel Palazzo Deserto, sono le setemmezza. E mi chiedo cosa starà facendo il Signore Brizzolato, l’Anziana Donna Bruna, La nonna di Campanellino e tutta quella famiglia che si parlava stretta stretta in dialetto, con gli occhi lucidi.
Sul terrazzo dove si andava a fumare, poi, c’erano scritte da tutte le parti. Scritte dagli amici per i pazienti.
Qualcuno siamo anche riusciti a capire com’è finita dalle targhe di ringraziamento appese nella sala d’aspetto. Mirko si è svegliato.
Anche Maurizio, dopo un mese e mezzo.
Si aspettava tutti insieme di entrare a parlare con i medici.
La nostra si chiama Bertilla, di nome. Avrà quarantacinque anni, bionda. Di quel rarissimo tipo di bionda fine, bella, molto bella e per niente appariscente. Ci spiegava la situazione giorno per giorno, con calma. Facevamo pochissime domande perché si capiva bene quello che diceva, le belle notizie, le brutte notizie. Una comunicatrice eccezionale, perché riusciva a rimanere distaccata, non una cui avresti pianto sulla spalla, ma uscivi sempre con l’idea che stesse facendo di tutto, dall’umanamente possibile al miracoloso.
Adesso abbiamo lasciato la mamma del Chimico in nella casa che un’associazione mette a disposizione dei parenti dei ricoverati. Vive insieme a una famiglia di Salerno, rumorosissima, e a un gruppo di venezuelani, che però non parlano italiano.
Pensavo di essere stata incollata in una provincia tra il vetero-fascista e il leghista-filo-cattolico-perseguirelemieradicioccidentali. E, in parte, è vero. A salò ci sono le vetrine con il busto di Hitler e i vini con l’etichetta di mussolini.
Ma è anche vero che c’è la Bertilla, i singalesi che si muovono in massa, il kebab turco che profuma di casa.
E adesso che sono qui, mi sembra di aver vissuto per cinque giorni nella vita di qualcun altro.
Ventuno, circa.
Suona il campanello.
Guardia giurata vestita di giallo: “Sono venuto a dare il cambio al collega, c’è?”
Io: “No, non ho ancora visto nessuno, tra l’altro doveva dare il cambio anche a me…”
(Pausa, ci penso un po’ su…)
“Ehi, ma sono io il collega!”
Ecco, sono tornata.