E’ stato il week-end più lungo della storia.
Venerdì annusavo l’aria d’autunno e mi sentivo felice. Ho passeggiato, ho ritirato macchine del caffè da libraie impazzite, ho fatto chiacchiere estemporanee. Il più e il meno dei marciapiedi quasi invernali, vetrine quasi natalizie, mentre viene quasi il buio, sempre, sempre troppo presto.
E poi la sera ho cucinato le orecchiette con le cime di rapa, mangiate in due sulla poltrona, perchè l’altra sempre deve arrivare. E abbiamo guardato ‘Il sesto senso’, perchè il Chimico non l’aveva mai visto. Io sì.
E mi era piaciuto, sì.
Niente di che.
Venerdì sera, invece, l’ho guardato e mi si è spezzato il cuore. Mi sono vista da fuori, che è la storia di un bambino che vede i fantasmi eccetera eccetera, i colpi di scena, i bù dietro gli angoli e la suspance.
Ma quello che mi ha sbattuta come una frittata è il pezzo in cui si capisce che lui vede cose che gli fanno paura continuamente, continuamente cose che non vorrebbe vedere, a cui crede, oppure non crede, di cui, comunque, non può parlare. E passa il suo tempo a scappare dai fantasmi, tutte le sue energie a nascondere che scappa dai fantasmi, che non sa mai se aperta una porta c’è una tipa con un’accetta piantata in testa.
E allora quel gran gnocco di Bruce Willis, che è il suo psicologo, e che per tutto il film fa delle cose che la mia Nalista, mai farebbe. Comunque, quel Gran Gnocco, gli dice che i fantasmi non se ne andranno.
Attenzione.
E, se sono lì, è perchè vogliono dirci qualcosa.
Allora non dobbiamo scappare.
Dobbiamo ascoltarli.
Solo che io sono ancora alla fase accetta sulla testa, sono ancora alla fase che mi fanno bù da dietro le porte.
Io ho paura. Ho paura tutti i giorni.
E mi sento male tutti i giorni, anche quando c’è il sole, anche quando faccio le gite, anche quando rido. Io, nella pancia, infondo infondo, io ho sempre paura.
E non so di cosa, precisamente. Perchè se ci penso non mi viene in mente niente che non sarei capace di mettere a posto, con pazienza e con fatica.
Ma vaglielo a spiegare ai coccodrilli nella mia pancia.
Ai coccodrilli gli devi parlare.
E poi sono andata a dormire. E poi mi sono svegliata, tranquilla.
Ma,
Al primo angolo, alla prima svolta, uscita di casa.
Al primo posto in cui poteva nascondersi un dolore, io sono crollata e sono rimasta crollata tutto il giorno.
E in quei casi io vorrei rassicurazioni, vorrei coccole, vorrei carezze e vorrei anche piangere un po’, magari, se mi dovesse riuscire.
E invece finisce sempre che mi incazzo.
E finisce sempre con un Chimico, col senso del dramma, che fa le valige, e urla al telefono, e così non si può andare avanti. E finisce che no. Perchè in una discussione dove uno non è capace e quella che dovrebbe essere capace è momentaneamente matta, l’unica cosa è un amico che ci metta una pezza. La sua fidanzata-in-senso-ligure che ci metta una chiacchiera, un viaggio, una ricetta e il cuore ricomincia a battermi piano piano. E mi si scongelano le dita. E respiro, che prima non respiravo più.
E ricomincio sistematicamente a guardarmi dagli angoli.
Domenica un vile attentato fascista mette a repentaglio il pranzo autunnale che avevamo preparato, da portare a casa dei genitori del Chimico.
Il pranzo consisteva in:
Lasagne di farina di castagne al pesto, con la bescaimella più densa e burrosa dell’occidente industrializzato.
Semibrasato al sapore d’autunno
Contorno arancione.
Perchè quando io sono triste l’unica cosa che mi tranquillizza è usare le mani. Quando cucino uso le mani, uso gli occhi, uso le orecchie e il naso. E nella mia cucina non ci sono zone buie. Non c’è niente che può nascondersi nella mia cucina.
Solo che poi bisogna trovare qualcuno che mangi.
Allora partiamo da casa con la teglia delle lasagne. Sopra la teglia delle lasagne la teglia del contorno arancione.
Le porta il Chimico.
Io tengo un sacchetto di carta.
Dentro il sacchetto di carta una pentola a pressione, prestito della mamma del Chimico, ma restituitemela, mi raccomando.
La pentola è rovente, appena tolta dal fuoco.
Mi volto verso il Chimico, ormai sulla soglia, fai presto, che non so per quanto regge.
Tre passi,
uno sullo zerbino.
uno davanti alla porta dei vicini.
uno sul ciglio delle scale.
E poi il sacchetto si apre e la pentola comuncia a rotolare, ogni scalino un pezzo che salta via,
un manico,
l’altro manico,
Signore, ti prego, fa che non si apra,
la valvola,
una capriola,
salta due gradini,
si apre.
sugo.
sugo.
sugo.
Si ferma.
E gli ultimi tre gradini prima della porta se li fa l’arrosto tutto nudo.
Facendo un verso orribile.
A quel punto la scala è cosparsa di vino, castagne e maiale.
Io attonita.
Il Chimico mi guarda, freddissimo e dice solo:
“Lo recuperiamo”
Corro a prendere una teglia. Salvo il poco sugo ancora nella pentola e tiro su l’arrosto.
Libero il cane a leccarsi il più gosso, prima della segatura pietosa, della scopa e del mocio.
Poi, con non-scialàns, saliamo in vespa.
Ecco, che l’arrosto, i gradini. Ecco, questo i genitori del Chimico, non gliel’abbiamo detto.
Solo che la pentola è caduta.
E ho glissato sulla distruzione.
Ma era buono, l’arrosto di Paolino. E’ uno dei miei arrosti migliori.
E poi abbiamo digerito camminando per una strada sui monti, dove mi ricordavo che abitava mio cugino, quando eravamo piccoli e vivevamo a Macondo.
E’ una casa in cima a una strada sterrata. Si parte dal manicomio e si arriva a una cava.
Lui abitava appena prima della cava.
Non mi ricordavo quasi niente. E quando siamo arrivati lassù era praticamente buio. E le finestre e le porte erano state murate. C’era l’edicola di Santa Barbara dove l’altro mio cugino, da piccolo, è riuscito ad appendersi per una narice al cancello. Ma Santa Barbara è scappata. Non c’era più. Rimanevano dei resti di veranda dove sua mamma leggeva il futuro nelle carte. La veranda dove ha vaticinato l’arrivo di mio fratello, contro ogni probabilità. Dove diceva sempre che le carte non bisognerebbe farsele da sole, perchè ci vedi dentro cose brutte.
Non usava i tarocchi, usava le carte da briscola, quelle che usavano anche per i tornei che andavano avanti pomeriggi interi.
Non so neanche quanti anni aveva, quando è morta. Capace che avesse la mia età adesso.
Ma mi ricordo mio cugino che cambiava casa e che faceva un falò con le sue cose. Mi ricordo, nel falò, una sua scarpa col tacco alto. Le stringhe.
Ho rivisto anche il pollaio della mia bis-nonna.
Ma oggi è lunedì, indubbiamente.
E non c’è dubbio che questa vita è un’altra vita.
Ma c’è che si nascondono dietro gli angoli.

uuuuuh. Decisamente, decisamente oggi il the del pomeriggio.
Ecco, amica, son quasi commosso che anni dopo ti ricordi e proponi ai suoceri-in-senso-ligure l’arrosto mio… E mi spiace l’esplosione…
Ma comunque, così che lo sai e lo sa anche il chimico e il puntogi e la gia se passano di qui sennò ce lo diciamo, una sera è prevista cena alla casasulmonte, non sappiamo ancora quale sera ma sappiamo la cena quasi. Che consisterà in risotto al gorgonzola della pacefortissima e pastiera napoletana della pilotti. Al secondo mo ci penso. Consideratelo un invito, questo commento qui.
ma come ti capisco nn sai come ti capisco….
ecco vedi e.? un omo che rimane freddissimo e dice lo recuperiamo in mezzo a una tragggedia del genere…ecco, è uno che vale la pena lavorarselo e frollarlo per farci capire le cose..che poi le energie te le restituisce…
un bacio
Ecco, un abbraccio (veltroniano ma anche no) a entrambi.
Però una domanda… vabbé che hai detto che hai recuperato il poco sugo rimasto… ma non è nato nessun interrogativo da parte dei suoceri-in-senso-ligure sulla anomala scarsità di bagnetto?
meno male che magnaronselo l’arrostino! Però te bella de casa, certi film, NUMMELIDEVI VEDERE! fanno male alla salute, poi uno se porta appresso glincubbi, e certi annosi interrogativi sur bruce:)
a me del sesto senso, a parte che non ho dormito per un mese, è piaciuta molto quella frase: “vogliono soltanto aiuto”. molto saggia, molto consolatoria, molto tutto. e quando mauri fa il turno di notte voglio provarci, a spegnere la luce e guardarli in faccia, e pensare che niente dipende da me. anche perchè non sono genovese ma comunque piemontese, e sprecare luce mi infastidisce un bel po’(per ragioni più ecologiche che altro). bellissimo questo racconto, continua così.