Oggi, su repubblichit, c’era l’elenco dei film, patrimonio culturale da custodire e salvare. Allora, tanto che ho da far passare la mattinata, ho deciso di leggermi le trame e tirare giù un elenco di quelli, per me, cineforumabili, per i pomeriggi di pioggia.
Le locandine e le recensioni sono nel sito dei cinemi.
I pugni in tasca
Bellocchio, 1965
In un’agiata casa borghese di Bobbio (PC) una madre cieca vive di ricordi con 4 figli, uno dei quali, epilettico ed esaltato, la elimina e uccide anche un fratello deficiente. Colpito da una crisi è lasciato morire dalla sorella. Dopo Ossessione di Visconti non c’era mai stato nel cinema italiano un esordio così clamoroso e autorevole. Non c’è più stato nemmeno nei 20 anni seguenti. Bellocchio sfida il grottesco senza cadervi. Duro, crudele, angoscioso.
Novecento
Bertolucci 1976
L’abbiamo visto tutti. Ma non mi sentivo di escluderlo.
Atto I: in una fattoria dell’Emilia crescono insieme Olmo, figlio di contadini, e Alfredo, erede del padrone, nati nello stesso giorno del 1900. Dopo i primi scioperi nei campi e la guerra 1915-18, il fascismo agrario dà una mano ai padroni. I due giovani si sposano. Atto II: negli anni ‘30 le strade di Olmo e Alfredo si separano. Il primo, vedovo, fa il norcino e continua la lotta; il secondo si rinchiude nel privato. Il 25 aprile 1945 si processano i padroni, e i due si ricongiungono. Fondato sulla dialettica dei contrari: è un film sulla lotta di classe in chiave antipadronale finanziato con dollari americani; cerca di fondere il cinema classico americano con il realismo socialista sovietico (più un risvolto finale da film-balletto cinese); è un melodramma politico in bilico tra Marx e Freud che attinge a Verdi, al romanzo dell’Ottocento, al mélo hollywoodiano degli anni ‘50. Senza evitare i rischi della ridondanza, Bertolucci gioca le sue carte sui due versanti del racconto.
Arrangiatevi!
Bolognini,1959
Callista con famiglia numerosa a carico, per sfuggire a un’insopportabile coabitazione, vince l’indigenza e l’indecenza e decide di portare la famiglia in una casa che costa meno perché è un ex casino, appena chiuso dalla legge Merlin. Una delle più divertenti e importanti commedie degli anni ‘50: fertilità d’invenzioni, dialogo sagace, ritmo scorrevole e persino data l’epoca coraggioso impegno sociale. E un film di Peppino più che di Totò.
Tutti a casa
Comencini, 1960
Dopo l’8 settembre 1943 un sottotenente ligio ai superiori, non vedendo arrivare ordini, scioglie le fila del suo reparto mandando tutti a casa. La traversata da nord a sud dell’Italia, flagellata dalla guerra e in preda all’anarchia, lo fa maturare. Fusione ben temperata di comico, grottesco, drammatico e patetico: una storia corale con A. Sordi meno mattatore del solito. “… sotto le mentite spoglie di una commedia, il film è sostanzialmente un racconto a tesi … quello della scelta che ciascuno è chiamato a fare almeno una volta nella sua vita” (G. Gosetti). E forse il miglior film di L. Comencini (1916), una delle rare mediazioni felici tra neorealismo e commedia italiana, grazie all’apporto di Age & Scarpelli (più Scarpelli (più Marcello Fondato) in sceneggiatura. Il ministro Giulio Andreotti rifiutò di mettere a disposizione 2 carri armati (furono costruiti in compensato). Prodotto da Dino De Laurentiis. Grande successo: più di 1 miliardo di incasso del 1960. Lo scopone scientifico
Comencini, 1972
Uno straccivendolo romano e la moglie si battono ogni anno a scopone con una vecchia e dispotica miliardaria americana in coppia con il suo segretario. In un primo tempo la posta in palio è fittizia, ma poi si fa sul serio: si giocano tutti i risparmi della borgata. La vecchiaccia vince. Scritta da Rodolfo Sonego, è una vetta della commedia italiana, basata sulla dialettica denaro-potere. E la morale è amara: a giocare con i ricchi (con chi tiene il banco o con chi lo rappresenta) si perde sempre. Non c’è divisione tra buoni (poveri) e cattivi (ricchi): la linea di separazione è segnata dalla classe sociale e dall’obbligata scelta di campo. Film appassionante, interpretabile a vari livelli e recitato da attori infallibili.
Riso Amaro
De Santis, 1949

Braccata dalla polizia, la complice di un ladro si unisce a un gruppo di mondine in partenza per le risaie del Vercellese dove viene raggiunta dall’amante che, aiutato da Silvana, una delle mondine, progetta di impossessarsi con alcuni amici del raccolto di riso. Epilogo sanguinoso. Nella bizzarra mistura dei suoi ingredienti (storia da fotoromanzo, torrido erotismo, affresco sociologico, scrittura registica di alto prestigio tecnico e formale) questo melodramma con ambizioni di romanzo nazional-popolare ebbe un grande successo anche all’estero e, grazie al sessappiglio di S. Mangano, è un capitolo importante nella storia del divismo italiano. 1a colonna musicale di Goffredo Petrassi.
Diario di un maestro
De Seta, 1952(In 4 puntate) In una scuola del Tiburtino la maggior parte degli allievi diserta le lezioni; un maestro decide di andare a cercarli e di sperimentare con loro un nuovo modo di fare scuola. Girato in 16 mm e realizzato dalla RAI che lo mandò in onda tra il febbraio e il marzo 1973, è il film sulla scuola più credibile, onesto e appassionato che sia mai stato realizzato in Italia; ispirato a un libro di Albino Bernardini, è anche l’unico che abbia messo a frutto la lezione di Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani, pubblicato cinque anni prima. Il merito è del rigore, della lucidità, della pazienza, dell’intelligenza amorosa di De Seta che ha avuto nell’operatore Luciano Tovoli un sensibilissimo collaboratore e in Cirino un interprete ammirevole: la sua è qualcosa di più di una prestazione attoriale. Né film-inchiesta né film di finzione, è un’originale applicazione delle teorie del cinema diretto. Esiste anche un’edizione ridotta a 135 minuti destinata alle sale cinematografiche.Sciuscià
De Sica, 1946
Due giovanissimi sciuscià (da “shoe-shine”, lustrare scarpe) napoletani sognano di comperare un cavallo bianco tutto per loro e, per averlo, s’invischiano in un “lavoretto” per adulti che li porta in un carcere minorile. Uno dei film del neorealismo italiano più conosciuti all’estero (Oscar speciale 1947 per “la qualità superlativa raggiunta in circostanze avverse”): la sua polemica sociale non parte da un dato ideologico, ma da un motivo umano. In chiave di elegia populista Zavattini e De Sica tornano al mondo dell’infanzia che avevano già esplorato con I bambini ci guardano (1943). Costato meno di un milione di lire, fu venduto per quattromila lire al distributore americano Ilya Lopert che ci guadagnò un milione di dollari.
Ladri di bicicletta
De Sica 1948
Derubato della bicicletta, indispensabile per il lavoro appena trovato, disoccupato va col figlioletto alla ricerca del ladro attraverso la Roma del dopoguerra, incontrando solidarietà, indifferenza, aperta ostilità. Tratto dal romanzo omonimo di Luigi Bartolini (1945), è con Umberto D (1952) il risultato più alto del sodalizio De Sica-Zavattini e uno dei capolavori del neorealismo, quello che con Roma, città aperta (1945) fu più conosciuto all’estero. L’amore per i personaggi diventa vera pietà, la poesia del quotidiano non nasconde la realtà sociale. Oscar speciale 1949. Sergio Leone giovane compare vestito da seminarista.
L’oro di Napoli
De Sica, 1954

5 episodi (erano 6, ma il bellissimo “Il funeralino” fu eliminato) che rievocano il pittoresco mondo dei “bassi” napoletani come mirabilmente l’aveva descritto nei suoi racconti il napoletano Giuseppe Marotta. Famoso “Pizze a credito” con la fulgida Loren pizzaiola, ma i più felici sono “I giocatori” con De Sica e “Il guappo” con Totò.
La Strada
Fellini, 1954
L’ingenua e infantile Gelsomina è venduta a Zampanò, rozzo girovago che si esibisce nei paesini con giochi di forza e che la usa e ne abusa. Quando incontrano il Matto, equilibrista filosofo, Zampanò lo uccide. Gelsomina lo abbandona. E il film che diede rinomanza internazionale a F. Fellini: Leone d’argento a Venezia, Oscar 1956 per il film straniero. La voce di Zampanò è di Arnoldo Foà. Parabola cristiana sul peccato, apologo sulla condizione umana in generale e della donna in particolare, è anche una picaresca escursione attraverso i paesaggi dell’Appennino centrale. Maschere più che personaggi veri di questa favola on the road, lo Zampanò di A. Quinn e la Gelsomina di G. Masina (faccia da clown, miscela di Harpo Marx, Chaplin e una bambola) divennero simboli. Scritto con E. Flaiano e T. Pinelli, dato quell’anno per la 1a volta.
Le notti di Cabiria
Fellini, 1957
Piccola battona romana è derubata e quasi ammazzata da un rispettabile impiegato cui ha affidato tutti i suoi risparmi nella speranza di farsi sposare e rifarsi una vita. Nonostante la struttura rapsodica, l’arco narrativo è rigoroso e armonico, paragonabile a una sinfonia in cui i diversi tempi s’allacciano per convergere alla definizione della protagonista e del suo destino. Episodi memorabili: la villa di A. Nazzari, il pellegrinaggio al santuario del Divino Amore, l’ipnotizzatore nel cinema di periferia. Oscar per il miglior film straniero. Fornì la base alla commedia musicale Sweet Charity e al film (1969) omonimo di Bob Fosse con Shirley MacLaine.
Amarcord
Fellini, 1974
Rivisitazione tutta ricostruita e mai così vera della Rimini dei primi anni ‘30 col fascismo trionfante, l’apparizione notturna del transatlantico Rex, il passaggio delle Mille Miglia, la visita allo zio matto e la bella Gradisca. Vent’anni dopo I vitelloni F. Fellini torna in Romagna con un film della memoria e, soltanto parzialmente, della nostalgia. La parte fuori dal tempo è più felice di quella storica. Umorismo, buffoneria, divertimento, finezze, melanconia. Oscar per il miglior film straniero.
La donna scimmia
Ferreri 1963
Scoperta in un monastero, Maria, donna interamente ricoperta di peli, il trafficone Antonio Focaccia la sposa e la espone come un fenomeno da fiera. Tra i due nasce l’amore, e poi un bambino. Maria muore di parto e il figlio non le sopravvive, ma il marito continua a girare le fiere esponendo i corpi imbalsamati. Per intervento del produttore Carlo Ponti quest’ultima parte fu eliminata. Il film si chiude con la morte della donna barbuta. E un grottesco che continua con sgradevole genialità il discorso sull’anormalità familiare e sulla dimensione mostruosamente economica della convivenza sociale avviato con L’ape regina (1962).
Il cielo sulla palude
Genina, 1949

Storia di Maria Goretti (1890-1902), contadinella marchigiana uccisa da un giovane che l’aveva insidiata e ne era stato respinto. Proclamata santa (festa: 6 luglio). Neorealismo in chiave cattolica. Il film conta soprattutto per il bianconero del grande G.R. Aldo, la coerenza pittorica delle inquadrature, l’atmosfera delle paludi pontine, il clima affocato che precede lo stupro.
Divorzio all’italiana
Germi, 1961
Stanco della moglie e invaghito di una cugina sedicenne, barone siculo induce la consorte al tradimento e poi la uccide. E condannato a una pena minima per “delitto d’onore” e può sposare la cugina. Si può fare una commedia intelligente, lesta, graffiante anche illustrando un articolo (il 587) del Codice Penale. Se c’è un’arte che nasce dall’indignazione, questo film le appartiene. Moralista risentito, Germi carica qui i suoi livori di un umor nero, di una amara e invelenita buffoneria che trova negli interpreti, soprattutto in Mastroianni, il suo sfogo. Oscar per la sceneggiatura a Ennio De Concini, Alfredo Giannetti e Germi e il premio della migliore commedia a Cannes.
Gli sbandati
Maselli, 1955

1943, dopo l’8 settembre: nella campagna milanese un gruppo di giovani borghesi sfollati trascorre il suo tempo nell’indecisione: entrare nella resistenza contro i tedeschi? Rifugiarsi in Svizzera? Almeno uno di loro, il nobile Andrea (J.-P. Mocky) s’impegna grazie anche all’esempio di un’operaia (L. Bosé) e di alcuni partigiani. 1 film di F. Maselli (1930) su sceneggiatura scritta con Aggeo Savioli ed Eriprando Visconti. C’è qualche squilibrio tra il versante intimistico della storia e le ambizioni di rispecchiamento storico e sociale, ma nella seconda parte il racconto prende quota e culmina in una bella e commossa sequenza. Sostenuto dalla suggestiva fotografia di Gianni Di Venanzo e dalle musiche di Giovanni Fusco, ha in Bosé, I. Miranda, Mocky gli interpreti più convincenti. Si riconoscono, tra gli altri, Mario Girotti (il futuro Terence Hill), la piccola Dori Ghezzi e il futuro regista Giuliano Montaldo.
Guardie e ladri
Monicelli, 1951

Totò è un ladruncolo napoletano che una bonaria guardia romana (A. Fabrizi) deve catturare, pena la perdita del posto. Dopo inseguimenti vari, i due fanno amicizia, scoprendo di avere molti problemi in comune. Uno dei rari film di Totò che fu elogiato quasi all’unanimità dalla critica dell’epoca (ebbe anche un Nastro d’argento e la Palma d’oro a Cannes) anche perché s’innestava nel filone neorealistico. “Ho favorito il passaggio di Totò al neorealismo, limitando le sue caratteristiche di comicità surreale che lo aveva caratterizzato in precedenza. Sarà poi Pasolini a orientarlo più sul misterioso o sul magico, forse lo ha capito meglio di me” (M. Monicelli). Ebbe anche il premio della sceneggiatura (M. Monicelli, Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Rino Maccari, A. Fabrizi).
I soliti ignoti
Monicelli, 1958
Scombinato quartetto di ladri di mezza tacca tenta un furto a un Monte di Pegni periferico. Il colpo va buco, ma si fanno una mangiata. Uno dei pilastri della nascente commedia italiana: la sua eccezionale riuscita nasce da una scelta azzeccata degli interpreti (con la scoperta di V. Gassman comico, gli esordi di C. Cardinale e T. Murgia, un mirabile intervento di Totò) e una sceneggiatura perfetta (Age, Scarpelli, Suso Cecchi d’Amico), senza contare il bianconero di G. Di Venanzo e le musiche di P. Umiliani. E il 1 film comico italiano dove compare la morte, con personaggi invece di macchiette, una comicità venata di dramma e il tema dell’amicizia virile, raro nella cultura e nello spettacolo italiano. Vela d’oro al Festival di Locarno, 2 Nastri d’argento (sceneggiatura, Gassman), nomination all’Oscar, grande successo di pubblico. Seguito da Audace colpo dei soliti ignoti.
La grande guerra
Monicelli, 1959
In divisa da fanti il romano Oreste Jacovacci e il lombardo Giovanni Busacca vivono da opportunisti un po’ fifoni il conflitto 1914-18. Catturati dagli austriaci, sanno morire con dignità. Due grandi istrioni e alcune sequenze memorabili in un affresco di complessa, cordiale, furbesca coralità. Sagace equilibrio tra epica e macchiettismo, antiretorica e buoni sentimenti. Leone d’oro a Venezia ex aequo con Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini. Cinemascope. 2 Nastri d’argento: a A. Sordi e a Mario Garbuglia per le scenografie. Scritto con Luciano Vincenzoni, Age & Scarpelli. Alla lontana ispirato al racconto Due amici di Guy de Maupassant.
Un borghese piccolo piccolo
Monicelli 1977

Il figlio di un impiegato ministeriale romano è ucciso per caso durante una rapina. Il brav’uomo comincia a preparare ed esegue una lenta, bieca, allucinata vendetta. Dal romanzo (1976) di Vincenzo Cerami, storia di vittime che sono anche mostri, un film omogeneo, sapiente nella mescolanza di toni (commedia, grottesco) e nella progressione drammatica, con un Sordi all’apice della sua carriera d’attore inserito in un contesto sociale efficacemente descritto. Efebo d’oro 1979 di Agrigento.
L’albero degli zoccoli
Olmi, 1978
1897-98 nelle campagne della Bassa bergamasca: la vicenda corale di alcune famiglie contadine che lavorano la terra a mezzadria tra duri sacrifici, fatica e dolori, ma con grande dignità. Solenne e sereno, grave e pur lieve come le musiche di Bach che l’accompagnano, il 9 di Olmi è con Novecento (1976) di B. Bertolucci che è il suo opposto il più grande film italiano degli anni ‘70, e l’unico, forse, in cui si ritrovano i grandi temi virgiliani: labor, pietas, fatum. Gli sono stati rimproverati, come limiti, una rappresentazione idealizzata, perché troppo lirica, del mondo contadino, la cancellazione della lotta di classe, la rarefazione spiritualistica del contesto sociale. E indubbio che al versante in ombra (grettezza, avidità, violenza, odi feroci) del mondo contadino Olmi ha fatto soltanto qualche accenno, e in cadenze bonarie, ma anche in quest’occultamento è stato fedele a sé stesso e alla sua pietas. Girato con attori non professionisti. Palma d’oro a Cannes.
Indagine su un cittadino al di spra di ogni sospetto
Petri, 1970
Il capo della Squadra Omicidi di Roma ammazza l’invereconda amante e semina volutamente tracce e indizi per dimostrare che, come garante della Legge e rappresentante del Potere, è al di sopra di ogni sospetto. Uscito indenne dalle indagini, si autoaccusa. Invenzione alla Borges per il primo film italiano sulla polizia con uno straordinario G.M. Volonté. Calibrata costruzione all’americana del racconto in cui si fondono le due anime, realistica ed espressionistica, di E. Petri. Sceneggiato con Ugo Pirro, musiche di Ennio Morricone. Oscar 1970 per il film straniero e Nastro d’argento a G.M. Volonté.
Salvatore Giuliano
Rosi, 1962
Più che sul bandito Giuliano (1922-50), è, come diceva il titolo di lavorazione, un film sulla Sicilia 1943-50. Messo ai margini il personaggio, parla dei rapporti tra mafia, banditismo, potere politico, potere economico. L’azione procede a salti nel tempo: comincia sul cadavere del bandito nel cortile di Castelvetrano (luglio 1950) e poi si sposta avanti e indietro: gli sbalzi della narrazione risultano giustificati dall’inchiesta e dalle sue associazioni. Anche perciò Rosi ha chiesto a Gianni Di Venanzo, direttore della fotografia, 3 diversi toni di bianconero: lirico-tragico a forti contrasti chiaroscurali per le fasi rievocative; tono sovresposto da servizio fotografico per la morte di Giuliano; grana spoglia e grigio di tipo televisivo per il processo di Viterbo. In 2 ore indica, con la sintesi dell’autentico narratore e la capacità di comunicazione del grande giornalista, i problemi, le piaghe, le cancrene dell’isola. E il film di Rosi più ambizioso e potente, con pagine non indegne di un Ejzenstejn, come la sequenza della strage dei contadini di Portella della Ginestra (1 maggio 1947) e il pianto della madre di Giuliano al cimitero. La cronaca viene innalzata a storia e si trasforma in tragedia sociale. Scritto con Suso Cecchi d’Amico, Enzo Provenzale, Franco Solinas. Musica di Piero Piccioni. Uscì con il divieto ai minori di 16 anni, tipico esempio di censura politica: si voleva vietare la storia. 3 Nastri d’argento: film (ex aequo con Le quattro giornate di Napoli), fotografia, musica. Titolo di lavorazione: Sicilia 1943-60. Restaurato nel 1999.
Roma città aperta
Rossellini 1945
Nella Roma del 1943-44, occupata dai nazifascisti, la lotta, le sofferenze, i sacrifici della gente sono raccontati attraverso le vicende di una popolana, di un sacerdote e di un ingegnere comunista: la prima è abbattuta da una raffica di mitra; il terzo muore sotto le torture; il secondo viene fucilato all’alba alla periferia di Roma, salutato dai ragazzini della sua parrocchia. Girato tra difficoltà economiche e organizzative di ogni genere, il film impose in tutto il mondo una visione e rappresentazione delle cose vera e nuova, cui la critica avrebbe dato poco più tardi il nome di neorealismo. Specchio di una realtà come colta nel suo farsi, appare oggi come un’opera ibrida in cui il nuovo convive col vecchio, i grandi lampi di verità con momenti di maniera romanzesca, in bilico tra lirismo epico e retorica populista. La stessa lotta antifascista è raccontata ponendo l’accento sul piano morale più che su quello politico, il che non gli impedì di essere il film giusto al momento giusto e di indicare attraverso le figure del comunista e del prete di borgata il tema politico centrale dell’Italia nel dopoguerra. Nastri d’argento per il miglior film e A. Magnani. Grande successo internazionale, molti premi all’estero e una nomination all’Oscar della sceneggiatura firmata da R. Rossellini, Sergio Amidei e Federico Fellini. Titolo inglese: Open City.
Paisà
Rossellini, 1946
6 episodi della seconda guerra mondiale in Italia, seguendo l’avanzata degli Alleati anglo-americani dallo sbarco in Sicilia sino alla lotta partigiana sul delta del Po, passando per Napoli, Roma, Firenze e un convento dell’Emilia. Uno dei vertici del neorealismo italiano che porta a un grado di incandescenza espressiva e di autenticità tragica la materia della cronaca. E un potente affresco collettivo che ha le sue punte alte nell’episodio fiorentino e soprattutto in quello finale. Girato con attori non professionisti.
Stromboli, terra di Dio
Rossellini, 1949

Per rimanere in Italia, profuga lituana sposa un marinaio di Stromboli (isole Eolie), ma dura è la vita di straniera sull’isola. Disperata, durante un’eruzione del vulcano, tenta di andarsene. Si smarrisce, invoca Dio e ritorna, sconfitta e vittoriosa nello stesso tempo. 1 dei 5 film della coppia Rossellini-Bergman e della cosiddetta trilogia della solitudine (Europa ‘51, Viaggio in Italia). Ostacolato da polemiche e scandali, incompreso dalla critica e ignorato dal pubblico, è un dramma di forte tensione psicologica, ricco di splendide aperture documentarie sull’isola. Nella parte di Karin I. Bergman dà una delle sue migliori interpretazioni.
Bellissima
Visconti, 1951
Il regista Alessandro Blasetti cerca una bambina per un suo film. Per fare in modo che la figlioletta sia scelta, un’infermiera proletaria fa tutti i sacrifici possibili finché si rende conto che non ne vale la pena. Impietosamente satirico sul mondo del cinema come “fabbrica dei sogni”, ma anche critico sui metodi del neorealismo, oggi appare soprattutto come un ritratto di donna, la Maddalena Cecconi di una splendida, veemente Magnani. La sua scena sul fiume con Chiari è da antologia. Partito da un soggetto di C. Zavattini, Visconti racconta la realtà popolare piena di contraddizioni con occhi sempre lucidi, talvolta impietosi senza sentimentalismi e idealizzazioni. Nella colonna musicale “L’elisir d’amore” di Donizetti.
Rocco e i suoi fratelli
Visconti 1960
Ispirato ai racconti di Testori. Una famiglia di contadini lucani si trasferisce a Milano negli anni del boom economico e si disgrega, nonostante gli sforzi della vecchia madre per tenerla unita. Nelle cadenze di un romanzo di ampio respiro narrativo con ambizioni tragiche e risvolti decadentistici, è il più generoso dei film di L. Visconti, quello in cui, con qualche schematismo, passioni antiche e problemi moderni sono condotti a unità. La congerie delle numerose e talvolta contraddittorie fonti letterarie trova ancora una volta il suo punto di fusione nel melodramma, nella predilezione per i contrasti assoluti. Quella dell’Idroscalo è una delle più tipiche scene madri di Visconti. Osteggiato dai politici e bersagliato dalla censura, è il solo film di Visconti che incassò nelle sale di seconda e terza visione più che in quelle di prima, in provincia più che nelle grandi città. Premio speciale della giuria alla mostra di Venezia. La vicenda giudiziaria continutò fino al 1966 quando Visconti fu assolto in modo definitivo. Nel 1969 la censura ribadì il divieto ai minori di 18 anni e nel 1979 fu allestita una nuova edizione per il passaggio in TV con altri tagli e taglietti.
L’onorevole Angelina
Zampa 1947

Moglie di un vicebrigadiere (N. Bruno) e madre di cinque figli, Angelina (A. Magnani) guida le donne della borgata romana di Pietralata all’assalto dei magazzini di pasta di un borsanerista e, dopo l’alluvione, a occupare gli alloggi vuoti di uno speculatore edilizio. Diventata famosa, è tentata dalla politica, ma, ribellatasi alla forza pubblica, è arrestata. Esce dal carcere vittoriosa, ma decide di tornare a fare la casalinga. Scritta con Piero Tellini e Suso Cecchi d’Amico, è una commedia sagace nel mescolare la gravità dei temi e la comicità del trattamento cronaca e spettacolo pur con scivolate nella retorica del patetico e una sottesa ideologia della riconciliazione delle classi all’insegna dei valori familiari e dei buoni sentimenti. Magnani strepitosa nelle “baccagliate”, premiata con il Nastro d’argento della migliore attrice del 1947-48. 4 incasso tra i film italiani della stagione e successo internazionale.











