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Non lo so perchè.
Io, sicuramente, perchè sento le emozioni come un’onda lunga. Perchè ho bisogno di parlarne anche otto anni dopo.
Me ne accorgo adesso, tra le altre cose, che tu mi mandi una mail in cui dici che vendi la macchina, che ti compri un furgone per le vacanze, oggi, ventisette marzo. Otto anni dopo il tuo imbarazzo in ospedale, le tue strategiche ritirate. Le tue accuse assurde no, quelle verranno dopo. Spinte dai sensi di colpa.
Del resto sei sempre stato un po’ troppo borghese, un po’ troppo ragazzino educato per fare le cose quando andavano fatte. Meglio comprensivo e ipocrita, prima. E crudele dopo.
Così adesso non posso scrivere che mi hai lasciata sola.
La prima coincidenza è il giorno.
La seconda coincidenza è che ieri parlavo di te con la mia analista.
Veramente non parlavo proprio di te.
Parlavo del giorno in cui ho sentito che il dolore era passato.
Avevo fatto l’amore tutta una mattina con un uomo che ho desiderato per anni. E parlavamo in cucina, politica, libri, lui nudo, io avevo addosso la sua camicia. Bevevamo thè al gelsomino, mangiavo un panino con pomodoro, origano e mozzarella.
Mi sono guardata intorno oltre i vetri della finestra, oltre l’aria della casa, oltre l’odore di sesso e di origano sulle mani.
E mi sarei messa a piangere dalla felicità. E gli ho voluto bene per sempre a quell’uomo che ha diviso quel momento con me. Come il rumore del picciolo della mela che si stacca dopo che ci hai giocato. E’ stato uno strappo gentile.
E ho pensato, mi sono detta, avrei sempre dovuto vivere così.
Domanda oziosa, qual’è stata la malattia peggiore? Tu o la bulimia?
Mi trascino dietro i segni di entrambi. Siete stati punizioni che mi sono inflitta.
Le donne scrivono lettere che non spediscono perchè poi, il ricevente conta poco. Ti sei voluto immischiare nella mia vita tutta storta, nella mia testa stanca, già a diciott’anni. Ti sei intrufolato a forza nel mio cuore, te lo curo io, te lo curo io. E l’unica cosa che posso rimproverarti, mio perbenissimo amore, è stato di non aver mantenuto una promesa da ragazzino.
Se non mi fossi fatta così male con te chissà chi ci sarebbe stato. E chissà quanto tempo ci avrei messo ad arrivare a quella radiosa mattina in cucina.
Ma però.
E’ il ventisette marzo. Come fai a non ricordarti? Sono passati solo otto anni.
E io leggo la tua mail e mi viene in mente la ragazzina in camicia da notte bianca che ho lasciato in quel corridoio di ospedale. E avrei voglia di distruggertelo a mazzate quel furgone di merda, una volta che lo avrai trovato.
Credo di essere quel tipo di persona che cova rancore. Credo che sia uno dei miei difetti, sì.
Ma almeno io non sono così superficiale da pensare che chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto e va bene così, le pietre sopra.
Io, se mi fossi comportata come te, avrei un po’ di pudore.
Non basta telefonarmi a sorpresa qualche anno dopo, stavo friggendo involtini primavera per dieci persone. Io sono sempre gentile con chi mi chiama a sorpresa. Perchè prevale la curiosità sul rancore.
Scusami non basta.
Quando due persone hanno condiviso quello che abbiamo condiviso noi non basta far finta di niente. Mandarmi le mail come a una vecchia amica.
E’ un comportamento superficiale.
Del resto io me la immagino questa tua vita di ferie in furgone, a far finta di avere vent’anni. La tua vita d’avvocato con la scriminatura a lato di giorno e la sera frichettone, e dentro figlio di papà. Figlio maschio viziato e coccolato, gonfiato e nutrito e adulato. Sempre con un brillante avvenire davanti.
Non ti hanno insegnato il rispetto.
E, conciata com’ero, certo, non avrei potuto insegnartelo io.
Mi perdonerò per non averlo fatto?
Forse sì. O forse non mi passerà mai la voglia di manomettere ogni mezzo di trasporto su cui appoggi il culo.
Un giorno chiuderò i conti.
Ne ho già chiusi parecchi, sai?
E un giorno li chiuderò anche con te e con quel mio passato angosciante, asfittico.
Chiuderò in bellezza, come chiudo io le cose. Chiuderò con un bel finale, sipario, applausi.
Chiuderò con la musica e gli spettatori che escono, con mio fratello che sorride a Guido, con Guido che mi guarda con i soliti occhi allucinati da debutto. Chiuderò per mano al mio uomo, non per darmi coraggio, ma perchè amo camminare per mano con lui.
E penserò a te, alla nostra coppia borghese, a quegli anni da studentessa perbene che vuol farsi voler bene a tutti i costi, come una tournèe finita. Uno spettacolo messo in scena e passato.
Un giorno sarò capace, senza fretta, di scrivergli un finale. Magari sarà l’ultima mail di insulti, che, finalmente, ti spedirò, perchè saranno tutti tuoi e non più miei.
Nel frattempo ti auguro di trascorrere una pessima vacanza, peggio di quella nostra, nel novantotto, a sud.
Sempre che si possa immaginare una vacanza peggiore.Chiudo.
Spero di non replicare la Nessi, quella volta che il suo ex fidanzato leggeva il suo blog.
O forse spero di replicarla per togliermi l’impiccio della timidezza che ti prende nello schioccare a uno come te, dopo tanto tempo, il sonoro vaffanculo che si è sempre meritato.