
La spiaggia bianca e ventilata sull’atlantico dove sarò sdraiata a collassare fra trentanove giorni.
Il fatto che questi trentanove giorni sono comprensivi di sabati e domeniche.
I vasetti zen.
La cana quando mi guarda e ride.
L’idea che prima o poi mi chiamerà l’uomo della bicicletta.
Il caldo porco che ci sarà sullo stradone tra un’ora e trentacinque minuti.
La strada già fatta.
Il riso in bianco che mi curerà il pancino questa sera, insieme alla poltrona e al plaid.
Giuro, il plaid.
Sapere che se mi fermo un attimo, se non metto mille cose in cantiere, se accetto il fatto che è estate e la gente e anche io d’estate si riposa, non succederà niente.
Non un maremoto.
Non una tempesta di sabbia.
Non una piccola tragedia che mi spaccherà le gambe definitivamente.
Non è un film americano dove io sono un pulmann con una bomba sopra e non devo scendere mai sotto i duecentallora, se no la bomba esplode.
Perchè la verità è che non mi sono mangiata nessuna bomba.
Ma erano le cose che mi piacciono.
Quindi Villetta di Negro scoperta da poco.
L’idea che, per quanto questi pomeriggi siano troppo azzurri e lunghi, se ci sono o non ci sono non è la stessa cosa. Spesso c’è gente incazzata nera, stanca, triste che entra qui.
Un giorno eravamo con mia madre in un enorme negozio di elettrodomestici, doveva comperarsi il telefonino.
Al banco dei telefonini c’è una mia utente e io faccio di tutto per evitarla.
Buffo Rain Man.
Lei, invece, è decisa, ci punta contro e io devo mettere su il sorriso dell’ufficio. E quella comincia: “Ma tu sei quella dell’ufficio di collocamento”.
E io mi stavo preparando già a risponderle che nain, io turista tettesca di Cermania senza telefoninen, ia.
Ma lei non mi dà il tempo e risucchia mia madre in un quarto d’ora di monologo su quanto sono gentile e professionale.
E mia madre ascolta e sorride.
E io penso, vabbè. Bastava pochissimo per farla contenta.
Peccato non averlo scoperto prima.
Ma eravamo alle cose che mi piacciono. L’odore dell’erba tagliata.
Un bacio a lungo desiderato.
i ravioli di ortiche.
Trovare una ricetta di cui andare orgogliosa.
L’odore el bucato stirato.
L’odore del bucato stirato da qualcun altro, soprattutto.
Trovare le acciughe per metterle sotto sale.
Il momento preciso in cui realizzi che ti è passato il mal di testa.
La mia gatta quando mi dà le testate.
La riunione del teatro di settembre in cui, se riesco.
I film di fumetti col Puntoggì.
Pensare che, male che vada, c’è sempre un cinema. C’è sempre un’amica, c’è sempre il mare, c’è sempre il tempo che, per quanto lento, passa.
C’è sempre le dita sulla tastiera, anche se non sono diventata una pianista, come sognava mia madre.
Anche se in due anni ho imparato a suonare Sur le pont d’Avignon.
C’è sempre una tastiera su cui passare il tempo e scoprire che mancano cinquanta minuti.
Quarantotto.
La mia pancia mi sta lasciando. Sento come se c’è Alien che ci si rotola dentro.
Un plaid, il riso in bianco, un film.
Stasera è di scena Stephen King in vico dell’olio.
Mentre preferirei star bene e uscire tutta la sera.
C’è anche questo, che non vorrei mai star male.
Ti sei mangiata il fottuto Bianconiglio?
Stai a cuccia, una sera.
Il nulla che avanza non si mangerà il tuo mondo.
Sarà tutto lì, il giorno dopo.
E tu avrai dormito.
Non manca molto.
Mezzoretta.
E va meglio anche la claustrofobia.

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oh come ti capisco…eccome se ti capisco..
anch’io…
Ma che faccina gli è venuta a quella bambinaaaaaa!!!!!!