
Cercavo l’augurio giusto.
Che non fosse: buon duemilanove con uno scolapasta in testa.
E ho trovato questo: mille porte aperte.

Cercavo l’augurio giusto.
Che non fosse: buon duemilanove con uno scolapasta in testa.
E ho trovato questo: mille porte aperte.

Pesci (19 febbraio – 20 marzo)
È arrivato Sballo Natale, Pesci! Voglio regalarti un consiglio per il 2009. Leggi questa citazione dal saggio La mano del tintore del poeta inglese W.H. Auden: “Un sogno a occhi aperti è un pasto a base di immagini. Alcuni di noi sono dei veri gourmet, altri sono solo buongustai. Molti, però, tirano fuori delle immagini precotte da un barattolo e le ingoiano tutte intere, distrattamente e senza provare nessun piacere”. Perciò ti invito a comportarti da vero gourmet nei tuoi sogni a occhi aperti del 2009. È ora che la tua vita fantastica diventi una forma d’arte e non sia più un passatempo caotico e inconscio. Se sarai più determinato nel creare le tue immagini mentali, riuscirai a ottenere quello che vuoi veramente.
E voi?
http://www.internazionale.it/oroscopo/
Trenta di dicembre.
Ancora un giorno e questo orribile, mostruoso duemilaotto sarà passato.
Ci sono ancora cose un po’ pericolose da fare. Per esempio, domani alle tre, vado dal parrucchiere.
Magari, un colpo di coda, e mi ritrovo dinuovo Jimmy Hendrix. Un’uscita di scena col botto per quest’anno funesto.
No, perchè io non ho ancora capito se devo infialre la lingua e le dita in recessi ascosi e intiumi, cosicchè non rechino danni con post come quello dell’anno scorso, oppure semplicemente pensare così, che le cacca-bombe scoppiano e non c’è niente da fare, da pensare o da scrivere, per schivarle.
Allora propongo questo, di etichettare il duemilaotto come L’anno Della Caccabomba. Come il duemilasette è stato L’anno Senza Inverno.
Un anno schifoso sul piano politico, emotivo, sentimentale, un anno di merda per la salute, per le piccole certezze che pensavamo di avere.
L’Anno della Caccabomba.
E speriamo che gli schizzi si fermino qui.
Questo è il mio augurio per il duemilanove. Che ci tiriamo fuori da tutto questo. Per mano, uno due tre, saltiamo.
Un due tre, fuori di qui. Ce la facciamo.
Vorrei dire che ce la facciamo alla grandissima, come ce l’abbiamo sempre fatta, come i prestigiatori veri. Come gli acrobati, come i mangiatori di spade, quando il pubblico trattiene il respiro, silenzio. Applausi.
Ma non lo dico no.
Che certi anni finisce anche che credi alla sfiga.
Che questo blog comincia a somigliare a quello del Puntoggì.
Siamo sopravvissute a Natale, e-ssì. Alla cena nel vicolo con la famigghia, cinque persone, tre cani e una gatta, venticinque metri quadri. Un menù spettacolare.
E mi godo i giorni di svacco successivo, il natale splendido della comune-ty, i pomeriggi pigri in casa e le gite in bicicletta con le amiche.
Oggi, con la Nessi abbiamo pedalato fino a Pegli e siamo tornate con il traghetto, contente, ridenti e con le guance da pastorelle svizzere.
Per essere il Natale successivo a questo delirante novembre (brutto, schifoso e cattivo e viscido e orribile) non c’è male.
Ma se c’è una cosa che sappiamo fare noi comune-tari, e sappiamo farla bene, è ridere sotto al temporale.

Sono una donna che trascura il suo blog.
Viene Natale e io ho altro a cui pensare, di cui, per inciso, sopravvivere ai festeggiamenti. E poi sopravvivere alla voglia di dare il peggio di me.
Perchè ve lo dico sul serio. In questi giorni mi sento malvagia. Così malvagia che alla Classe dell’Orchetto ho fissato un compito in classe al nove di gennaio. E uno a sorpresa, random, tornati dalle vacanze, per il serale.
Malvagia che se è mattino presto, o sera tardi, se non c’è in giro nessuno, non raccolgo la cacca del cane. Malvagia che sgambetterei i vecchi, direi a tutti i bambini che Babbo Natale è una bieca invenzione delle multinazionali.
Su tutto, è l’incazzatura che la fa da padrona.
Menomale che mi sfogo sfrecciando sulla mia splendidissima-bici nuova.
Se continuo così finisco come il ragazzino di Appuntamento a Belville
L’essenziale dei fatti è vero, giurin giuretta che è tutto successo. Voi però prendetelo come il racconto edulcorato che un figlio maschio con un’occhio pesto ha fatto a sua madre, la quale madre, a sua volta, essendo lei madre di figlio maschio ha ingigantito, raccontandolo alla sorella, notoriamente dotata di una fantasia non sempre contenibile nei binari della vita di tutti i giorni.
Ma questo non è un racconto da tutti i giorni.
Questo è un racconto che fa paura…Paura, eh…
Il mio Biondofratello era con la sua Biondissima Fidanzata, tale qual meravigliosa coppia di ariani, in piazza Alimonda.
Per inciso, mio fratello mai ci dovrebbe mettere piede in piazza Alimonda. L’ultima volta ci è scappato il morto.
Ci dovrebbero essere i cartelli con la sua foto: “Io non posso entrare”.
Ma lui è uomo ottimista e ha deciso di portare la Biondissima Fidanzata a mangiare una crepe.
Escono felici e satolli dalla creperia quando vengono abbordati da un Orco. Due metri e venti per duecentosettanta chili di muscoli.
Mio fratello lo misura a occhio. E’ più alto di lui di tutte le spalle.
E’ il momento del dialogo, della civiltà e dell’educazione.
L’Orco ha la testa rasata e sfotte mio fratello urlando Viva il duce, viva il duce.
Mio fratello, sebbene uomo di sinistra. E sebbene uomo di sinistra che non si tira indietro davanti a una rissa, glissa.
Saluta, sorride.
Ma l’Orco è deciso a ucciderlo.
Forse gli chiede anche una sigaretta. Noi non lo sappiamo, ma possiamo immaginarlo.
E’ vestito con un giubotto strizzato di una squadra di calcio, ma mia madre non si ricorda quale.
Ha gli occhi da pazzo.
Mio fratello saluta, apre la portiera della macchina prova ad entrare.
Lui, con una manata, gliela chiude.
Lascia il segno della manata sulla carrozzeria.
E comincia a prenderlo a pugni scoordinati.
Fortunatamente l’intelligenza motoria che manca a me è finita tutta a lui, e, dove io gli avrei spaccato la mano a facciate, lui riesce a schivare.
Ma è una situazione di merda, sente l’aria che si muove, ogni volta che un pugno gli passa vicino.
E uno le prende, in piena faccia.
Io sarei andata al tappeto, mentre la Biondissima Fidanzata chiede aiuto, ma nessuno li aiuta, lui si apre un varco sul fianco della Montagna Umana e scappano veloci (verchè loro sono veloci) dentro la creperia.
Il gestore è grosso come il Fascista Pazzo.
Guarda mio fratello, guarda la sua faccia tumefatta e, da vero commerciante genovese fa “Se volete darvi andate fuori di qui, che mi sfasciate il locale”.
E la Bionda Fidanzata: “Ma bisogna che ci scappi il morto perchè qualcuno chiami la polizia?!?!?!”
Che, detto in Piazza Alimonda….
Ma in quel momento l’Orco spunta e copre completamente la luce della porta.
Mio fratello si rintana dietro il bancone. Per stanarlo di lì l’Orco deve vedersela col Commerciante, che agguanta un barattolo di nutella nuovo, di quelli da cinque chili, con una mano sola.
Si avvicina tranquillissimo all’Orco, parlandogli e sorridendo, e, quando è abbastanza vicino lo atterra, spaccandogli in testa il vaso.
Sangue e nutella, ovunque.
Guarda l’Orco a terra, guarda mio fratello e gli dice
“Con una bottigliata mica lo tiravi giù questo!”.
Dev’essere genetico, in qualche modo, perchè mio fratello lo fa con le vecchie vespe. Ne ha avuta una e poi è diventato un serial-coccolatore di rottami.
Io, invece, devo aver fatto un casino con la Ester, la mia meravigliosa biciclettrica.
Un giorno ho messo la batteria al contrario e ha fatto una scintilla. Da quel momento non ha più funzionato. Non si carica, non si accende.
Come se si fosse trasformata in una bicicletta normale, che però pesa duecento chili. Una specie di macigno a pedali.
E io me la cavo anche col macigno a pedali.
Quindi ho pensato: l’aggiusto e la vendo su e-bay. E me ne compro una normale.
E l’ho trovata.
E’ questa della foto.
Sta a Padova, quindi ci vorrà un po’ di tempo perchè arrivi da me. E poi dovrò aggiustarla.
Ma sicuro questa è più comoda, posso lasciarla nel vicolo anche con la pioggia, la posso sollevare, e, se me la rubano, posso sempre consolarmi pensando che l’ho pagata diciassette euri.
Ma però, questa cosa di restaurare bellissime biciclette io penso che potrebbe anche diventare uno dei miei passatempi.
Magari faccio un negozio su e-bay di biciclette tutte belle a posto.
O forse c’è che sono a lavorare, di sabato mattina, e questo mi conduce, irrimediabilmente, al delirio…

E mentre tutto il resto del mondo era in corteo.
E mentre anche il tempo era clemente, e le bandiere si srotolavano, e gli striscioni, e le gole si schiarivano per cantare.
Mentre l’arci apriva il banchetto del thè.
E le strette di mano, e i saluti. E i sorrisi e le guance rosse di contento e di freddo.
Mentre tutto il mio mondo è là.
Io sto ancora aspettando la telefonata del mio sindacalista.
Dimenticata dal sindacato come una moglie in autogrill.
Umpf.
O Cara Moglie,
Domani matti-ina c’è lo scio-pero ge-nera-a-le,
e io non ho ancora ca-pi-i-to
se riesco a parte-ci-par.
Io oggi ho passato al telefono
quasi quasi l’intera matti-i-na
per capire se nella coo-pera-ti-i-va
qualcuno volea scio-pe-rar.
E ho cominciato con l’o-perati-ivo
che sicuro sicuro un po’ fascio lo e-era
e a sentire che cosa dice-e-va
le mie speranze faceva scappar.
O signorina, ma dice davvero?
Non ho sentito di nessuno scio-per-ro,
e comunque nessun tuo colle-e-ga
ha chiamato dicendo così.
Quindi ho chiamato gli altri colle-e-ghi,
e mi han confermato la triste noti-i-zia,
neanche la tipa che mi sembrava com-pa-a-gna
domani parteciperà.
Ma non ho voluto darmi per vi-i-nta,
e ho chiamato la segre-te-ria,
e ho chiesto se, per ca-a-so,
un delegato sindacale ci è.
Il delegato ci è ma non c’ho il numero,
ma ti dico il nome sicuro,
così se per caso chiami la CGIL
magari loro te lo danno sì.
E così seguendoiconsiglidellacompagna segreta-aria,
chiamo il sindacato, un’amara verità
la musichetta d’attesa non è “caramoglie”
ma una canzone di A-na-a-sta-scià.
E mi hanno dato il suo cellula-a-re,
era spento e non mi son rasse-gna-a-ta,
gli ho mandato un essèmme-e-esse,
chiedendo se mi può richiamar.
E adesso son qui-i che aspe-et-to,
di sapere se potrò scio-pe-ra-a-re,
sapere se potrò anda-a-re
anche io a ma-ni-i-fe-star.
Per il mio lavoro e per la libertà
(questo è il finale fantasma…!)

La Valbisagno è piena di neve.
Nel vicolo era una giornata piovosa-normale.
In Valbisagno c’era la neve fino alle caviglie.
Adesso ha cominciato a piovere anche qui, e dove non c’è neve fradicia c’è pozzanghere. E gelo e vento tagliente.
Io non sono fatta per questo clima.

C’era una volta, in un’epoca oscura, lontano lontano da qui.
Così lontana da qui, c’era una volta, che sembra impossibile, ma non esistevano i blog. Non esisteva internet a casa, non esistevano neanche i cellulari. Un tempo oscuro e antico dove la gente chiedeva indicazioni perchè non c’era il navigatore satellitare. E si mettevano le monetine nei telefoni pubblici. E si andava in giro con le cassette nel walkman.
In questo tempo oscuro, c’era una volta, io avevo l’età della Compagna Amber.
Anche del Kggb, a dire il vero, ma per una questione di karma, reincarnazioni e cazzonaggine, mi sento più di dire che avevo l’età della Compagna Amber. Facciamo un gruppo su Facciabuco: noi che nella scorsa vita eravamo pappagalli.
Ce ne siamo state ai tropici, a mangiar frutta e a sputare i semi. A lisciarci le piume al sole.
Per forza adesso siamo qui.
Oggi divago. E’ difficile seguire un pensiero, oggi.
Già è lunedì e tutti dicono che è martedì. Una giornata difficile, se parti già con il jet-leg.
Allora, in quest’epoca oscura, io tenevo l’età della Compagna Amber e facevo la terza liceo. Quell’anno mi sono innamorata perdutamente del mio professore di italiano e latino.
L’ho rivisto qualche mattina fa, sull’autobus. Mi guardava.
Guardava intensamente, riflesso sul finestrino di quell’autobus, di quella mattina buia, lo splendore dei miei trent’anni. Con gli occhi dei suoi sessanta.
E lui ha sempre gli stessi occhiali, lo stesso trench un po’ bogart.
Ci siamo innamorati contro ogni aspettativa. Adesso direi che i bookmakers inglesi ci avrebbero dato diecimila a uno.
Ma a quei tempi non lo sapevamo cos’erano i bookmakers inglesi.
Lui tornava da Roma perchè aveva fatto il sindacalista fino all’anno prima. Adesso direi che era scappato da Roma, chissà perchè.
Ma allora non lo sapevo che quando la gente si trasferisce e cambia vita e torna a vivere con i genitori a cinquant’anni, di solito, scappa da una donna.
Allora mi chiedevo che razza di sindacalista fosse un sindacalista che sapeva di karate e poesie futuriste.
Adesso lo so, ma allora io me la giravo con un’eskimo tre volte più grosso di me, perchè era di mio papà. E andavo in manifestazione, e occupavo e vivevo di canzoni di Guccini.
E lui era un fascista da repubblica sociale.
Adesso lo so. E mi complimento anche con me perchè a diciott’anni mi sono fatta una panciata di Ezra Pound, di Agacure e Yukio Mishima, fotocopiati, ogni giorno, per me. E sono rimasta compagna.
Cosa ci trovasse lui in una diciottenne disperata, irrimediabilmente compagna, tette a parte, io non l’ho mai capito.
Ma è passato un anno di scuola così, a raccogliere i sassolini che mi lasciava. A seguire il suo sentiero e a stupirmi.
E poi è arrivato il momento delle lezioni tête-à-tête, delle telefonate che duravano tutta una sera.
E adesso che facciamo lo stesso lavoro io lo so che quella è una linea che è sempre sbagliato oltrepassare.
Anche se non mi ha mai toccata.
Bontà sua.
Adesso che facciamo lo stesso lavoro io vedo gli sguardi incantati di quelli che mi ascoltano. E sei tutt’uno, tu e la tua materia, tu e quello che racconti. Li porti dove vuoi quando ti guardano come la nonna che racconta le favole.
E’ una sensazione bellissima.
E’ una seduzione che usi. Che è bello usare. Se sei capace di fermarti.
Se lo sai che è un truco.
Metti i piedi sulla cassetta della frutta e racconti e racconti la storia più bella che loro abbiano mai sentito. E loro applaudono, ridono, fanno mille domande.
E’ così che si prepara la rivoluzione, io credo, raccontando le storie più belle che la gente abbia mai sentito.
Ma le mie storie belle, allora, non erano storie per fare la rivoluzione.
Mi accontentavo di tutta l’importanza che questo professore mi dava. Mi accontentavo che leggesse quello che scrivevo. Che, una volta tanto, importasse a qualcuno quello che scrivevo.
Ve l’ho detto, era un tempo oscuro in cui dovevano ancora inventare i blog.
Ve la faccio breve, perchè è lunga che ci si potrebbe fare dentro un romanzo.
Non è finita un granchè bene.
Perchè, come diceva quello, le grandi storie d’amore si dividono in due categorie: quelle sfortunate e quelle infelici.
E io, per un sacco di tempo, ho pensato a lui tutti i giorni. E a quanto me l’ero giocata male. E a quello che avrei potuto fare e a quanto ero infelice senza il suo sguardo occhialuto su di me.
Così, la notte in cui è morta mia nonna, sicura che avrei avuto un grande dolore in cui rifugiarmi per smorzare questo piccolo dolore, sono andata a casa sua.
Gli ho suonato il campanello alle dieci di sera. Non vi dico lo spettacolo che mi si è parato davanti, in pigiama di flanella. Niente pipa, niente vestaglia. Solo un odore vago di cena cucinata. Odore di frittate, minestre riscaldate.
Due parole, un caffè.
Perchè l’esperienza è solo un cumulo sensazionale di figure di merda. E perchè, in qualche modo, un uomo così te lo devi togliere dalla testa, prima di replicarlo all’infinito.
E, da quel momento, io, a quell’uomo non ho pensato più.
Non escludo di averlo replicato.
Ma non ho più avuto quella nostalgia struggente, quel desiderio di tornare sempre e comunque a quel momento in cui lui mi ha guardata e mi ha detto che ero il suo fiore all’occhiello.
E se io sono stata brillante, all’università è perchè come superare un’esame me l’ha insegnato lui. E se io sono capace di parlare agli orchi è anche perchè ogni storia, ogni uomo, per quanto sgangherato. Per quanto assurdo, per quanto sbagliato, per quanto dolore possa avermi procurato, mi ha insegnato qualcosa.
Non ho mai lasciato andare nessuno senza capire qualcosa in più. Qualcosa che è servito solo a me. Qualcosa che contribuisce a formare quell’immagine sul finestrino dell’autobus che loro si incantano a guardare.
Storia dopo storia, anno dopo anno, delusione dopo delusione.
Non ti consumano.
Ti limano.
Ma mentre pedalavo, tornando dalla spesa alla coop ho fatto questo pensiero.
A riprova che lo sforzo fisico è sempre troppo sottovalutato da noi intellettuali di sinistra.
Dicevo, ho fatto un pensiero.
Lo gnocco-studiato-a-tavolino di cui il post precedente, c’è un motivo per cui è così gnocco studiato a tavolino, perchè non può non piacere all’adolescente che vive dentro di noi.
Lo gnocco a tavolino ha avuto tempo nei suoi centoottoanni di spenderne venticinque, trenta in analisi.
Perchè lui è così, a questo lato oscuro cattivo, che mangia la gente e gli succhia il sangue. Un lato figlio-di-puttana, ma di brutto. E’ un ammaliatore, un cacciatore. E conosce i pensieri della gente anche se non li dicono.
Ma decide che questo suo lato oscuro da assassino-figlio-di-puttana, non deve entrare nella relazione con la ragazzina. Da bravo decide di avvisarla, di metterla al corrente. Ma la tratta come una cosa preziosa, sempre.
E’ capace di scindere e di fare un discorso equilibratissimo. Io non ciposso fare niente se sono un vampiro e mangio la gente. Posso, al limite, non mangiare la gente. Magari ti mangio il cane del vicino, mi perdonerai, ma lascio stare te e il tuo cane. Tu accetta il fatto che io sono così e io ti prometto che questo mio casino ti toccherà il meno possibile, perchè sono innamorato di te. Sono protettivo nei tuoi confronti, in primis ti proteggo da me stesso e dal mio lato sadico.
Io lo voto un uomo che fa un discorso del genere.
E se pensate che questo abbia tremendamente a che vedere con il mo vissuto, se pensate che sia un messaggio lasciato lì, come se niente fosse, se pensate che potrebbe essere un’idea, se proprio non sono capace di tenermi alla larga da sadici figli di puttana, che almeno potrei pescarne nel mazzo uno che ci abbia già lavorato sopra, ecco.
Forse avete ragione.

Alla fine ci sono stata a vedere twilight. Perchè c’è una cosa a cui non so assolutamente resistere: i film sui vampiri.
E c’è che il protagonista è bellissimo, una versione eterosessuale anemica del mio amico di Modena. Notevole, sul serio. E c’è che è meravigliosamente protettivo. E che è cattivo.
Le vecchie ragazzacce come me non sanno resistere a quelli che in sala mensa ti guardano tormentati e ti dicono: non sono mica l’uomo giusto per te, sono un mostro, ho mille casini, ti morderò sul collo e farai una vita d’inferno. Ah, l’amore!
Ma c’è qualcosa, qualcosa che non torna.
Innanzi tutto non si capisce come questo fascinosissimo protagonista possa avere diciassette anni. Voglio dire, io ci lavoro con i diciassettenni, non sono così. Io non ne ho mai visto uno così. Non ha i brufoli, è pettinato come un modello di versace. Ma soprattutto è ben vestito. Dove sono i pantaloni bracaloni a mezza chiappa? Le felpe della tuta? Le magliette lerce?
E come parla? In un’ora e mezza di film mai che abbia detto “brilla” oppure “prof, questa lezione di scienze col microscopio è una vasca”.
Usa i congiuntivi, sempre. Non può avere veramente diciassette anni.
Infatti, spiegano, in realtà ne ha tipo cento-otto.
E allora mi chiedo, come fa uno di centootto anni a innamorarsi di una di diciassette? Ma dopo sessant’anni che fai il liceo quanto ti puoi essere rotto le palle di deliri ormonali, crisi adolescenziali e esplosioni di pianto nei bagni della scuola?
Perchè già io che ne ho solo trenta non ci potrei neanche pensare.
E i professori? Non se ne accorgono che questo è un vecchio? Come fa a dissimulare?
Voglio dire, io me ne accorgo della differenza tra Renton che ha diciassette anni e il Ragazzo Pesce che ne ha ventidue. Sono due mondi diversi nello stesso corridoio.
E com’è che non si lamenta del tempo, delle tasse, degli extracomunitari che gli rubano il posto sull’autobus e non c’è più la mezza stagione, noi agli inizi del novecento non eravamo così maleducati, porta rispetto?
E non vota mai, questo? Quanti presidenti avrà visto senza poterne votare neanche uno?
Ma soprattutto: se io ero velocissima, invulnerabile e immortale, quanto sarebbe durato Bush? Voglio dire, un minimo di coscienza politica?
Insomma, mi sembra un gran gnocco creato a tavolino, con una marea di lacune.
E lei? Il padre la lascia andar via di casa, una sera, solo perchè è incazzata.
Gli dice una marea di cattiverie e se ne va.
Se era mio padre a quest’ora si era mangiato a morsi me, il fidanzato immortale e anche il vampiro che ci inseguiva.
E i denti lunghi? E i paletti di frassino? E com’è che si vedono negli specchi?
Manca la base minima di conoscenza della materia. Voglio dire, c’è tutta una letteratura sui vampiri.
Ma io lo consiglio, eh.
Se avete da spendervi un pomeriggio e siete in vena di romanticherie ci può stare.
Ma spegnete il cervello, prima.
Anzi,lasciatelo proprio a casa.

Sei-punto-zerocinque.
Suona l’internazionale.
Apro un occhio, apro l’altro.
Senso di pesantezza.
“Chi sei, o tu, bel giovine, seduto sulla mia pancia?”
“Afro Tondelli…”
In persona….
Beh, se per caso, come sospetto, ogni tanto mette il naso qui dentro, allora questo è un post-bacino per il suo momento difficile. Un post-bacino dove uno non pensava di trovarlo. Un bacino per i giorni da riorganizzare e dover inventare, uno per il dolore, uno per la mancanza, uno per i ricordi, uno perchè per i figli unici è sempre più difficile.
Coraggio.