La storia di E.

“E trovo dappertutto la poesia, anche nell’atrio a casa mia, tra odor di chiuso e di brioches”

Come la Germania nel quarantaquattro 25,Febbraio,2009

Archiviato in: Prossima fermata Lourdes — diversamentequilibrata @ 10:38 am
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Vero è che sono le otto e cinquanta, che vorrei che qualcuno mi portasse la colazione a letto, ma sono in ufficio.
In alternativa mi accontenterei della colazione in ufficio, non l’avessi già fatta.
Andrebbe bene anche un caffè e una fiesta. Ma ho ottantacinque centesimi.
La fiesta costa cinquantacinque centesimi.
Il caffè cinquanta.
E mi si para davanti una scelta difficile.
Opto per il caffè, ce ne sono dentro due. Un caffè per adesso e uno per la prossima volta che la testa mi sbatterà sulla scrivania. Presto.
E’ vero anche che sto scrivendo poco e anche che diserto gli splendidi dibattiti politici della Comune.
Certo, già faccio le capriole sul bordo della pazzia, se poi mi guardo intorno vedo le centrali nucleari, le circolari scolastiche teocon, ma non vedo no l’opposizione, quella dove cazzo è?, e nella migliore delle ipotesi mi viene mal di stomaco.
Allora niente politica, faccio finta di non vederla e anche faccio le mossette da bambina autistica. Partito democratico, u-uh-u-u e mi dondolo con le mani sulla faccia.
Era meglio se mi prendevo la fiesta.
Il fatto è che la serotonina nel mio cervello sta ballando la makarena. Quindi se ricevete da me  mail in stile Nash-dei-giorni-peggiori, non stupitevi.
Di solito i miei bersagli preferiti sono la Nessi e il Puntoggì. Ma non è detto che non possa capitare a chiunque.
Comincio fingendo interesse: come vanno le cose, come stai. Ma loro, poverini, già lo sanno dove andrò a parare, in un monologo che funziona all’incirca così:
“Dunque oggi non ci sono, ma domani ci avrei la scuola. Ci vediamo al solito posto, dopo? Bene, perchè è importante vederci al solito posto, alla solita ora, dopo la scuola, è importante. E poi venerdì non lo so, ma forse dormo, ma forse svengo per la stanchezza, certo è che sabato ci sono Paolino e la Fede, DOBBIAMO FARE QUALCOSA. E domenica bici? Eh? Bici? Bene, allora ciao.”
E poi passo le partite di majong a guardare nel vuoto come una lobotomizzata.
Ecco, così mi sento, come se mi avessero scavato dei tunnel nel cervello con un cucchiaio tondo per il gelato. Come se mi avessero cambiato la pillola e me ne avessero dato da prendere una che ha una stupida confezione rosa e che mi riduce uno straccio, mi suggerisce crisi premestruali da tragedia greca, mi mette nelle costole uno sbrano da uccidere i cinghiali a morsi e neanche aspettare che si trasformino in tagliolini e mi distrae i pensieri con tonnellate di ormoni non miei. E, distratta da tonnellate di ormoni, alzi la testa dalla routine e ci trovi di tutto, intorno, sorprese a dieci metri da casa.
E ti chiedi: ma dov’è stata la vita in questi anni?
Ma anche: dio mio (sì, vabbè, diomìo), quanto sono stata disposta a sopportare, un giorno dopo l’altro, un sì dopo l’altro. E mi ritrovo a piangere tre quarti d’ora dalla nalista. E a cercare rifugi caldi e sicuri da vecchio vampiro.
Stammi a distanza di sicurezza. Perchè il mio dolore incanta e manipola. Gli occhioni lucidi, il sorriso amaro. Non ci cascare. Servono solo a noi animali a sangue freddo per trovare un po’ di calore. 
Ma resta il fatto che, con tutti gli occhioni e i sorrisi del mondo, con le mie risate, con le confidenze a bassa voce, con tutti i miei progetti che sembrano vitali, io mi trovo impantanata mani e piedi in uno dei periodi più distruttivi della mia vita.
“Fai bene ad andartene. Se potessi mi lascerei anche io…”, doveva essere su una smemoranda di vent’anni fa. I bei tempi in cui mi sentivo esattamente uguale a adesso, ma senza il coccodrillo che mi gira attorno, tic tac, tic tac. Dov’è la tua casa? Dove sono i tuoi bambini? Tic tac.
Svaniti nel nulla, sgretolati nell’impatto con il lato oscuro di un’altra persona. Io che vivevo nell’esercizio costante del controllo del mio. Dove sono le sere pizza-e-videocassetta? Dove sono le passeggiate? Dove sono i progetti di viaggi? Eppure lo sapevi chi ero, la conoscevi la mia storia. Te l’ho raccontata tutta, nei particolari dolorosi che di solito tengo per me, perchè sapessi che cosa vuol dire essere il mio compagno. Il compagno della mia vita, il compagno del meglio, del peggio, essere la terra con cui sopportare la fame e il freddo. Perchè tu sapessi che avresti camminato accanto a una storia complicata, a una persona fragile. Ma, come dice la Nessi su facciabuco (come cazzo ti vengono in mente queste genialate?) a una Pagnotta da Combattimento.
La Nessi dice anche che mi dovrei fare una ragione di questa cosa qui. Che, prima o poi, dovrà smettere di farmi incazzare in questo modo il fatto che quell’uomo non abbia rispettato le promesse che mi ha fatto.
In questo delirio di sentimenti che mi girano per la pancia saltello verso il mio trentaduesimo compleanno.
Ci pensavo tornando dalla nalista, lunedì scorso: sto come la Germania nel quarantaquattro.
Ma mi tengo stretta quello che di bello e di caldo ho intorno. Ho imparato a dire grazie. Niente è dovuto. E aspetto di vedere la luce alla fine del tunnel, o un’indicazione, o una scritta “Vota comunista” sul muro, o un autostoppista carino, o la radio che riprende il segnale e mi canta una canzone che mi piace.
Qualcosa, insomma.


 

5 Responses to “Come la Germania nel quarantaquattro”

  1. G. Says:

    beh, però nel quarantaquattro i tedeschi ci credevano ancora un po’. è nel quarantacinque che sono arrivati cazzi e russi… ma noi i russi ci piacciono. e poi si ricostruisce tutto!
    cumunque, stasera non posso, domani c’ho sciazzu, venerdì pulisco casa, sabato, mah, vediamo. domenica, no. lunedì c’è x-factor, martedì forse devo fare un trattamento, mercoledì quattro, non faccio programmi a così lunga scadenza. oh, però chiamami, eh, se vuoi… :-D

  2. Aleks Says:

    Sto cercando ovunque quella frase giusta da scrivere. So che ce l’avevo da qualche parte. Lo so perché qualcuno me l’ha detta al momento giusto, un paio d’anni fa.
    E’ il cerino acceso alla fine del tunnel quando è notte per vedere che in fondo al tunnel l’uscita c’è, e però non non si vede perché è buio. C’è da aspettare il mattino. Ci vuole tempo, nient’altro. Ed una scatola di cerini per ricordarselo. E per fare un pochino di calore.

    Niente, la frase non la trovo. E’ sempre così quando ti serve qualcosa… ;-)

  3. compagnaamber Says:

    …vero?
    compagna, io non ce l’ho l’esperienza e il savoir vivre e tutta quella serie di cose lì che ti rendono la persona adatta a dire le cose che ti illuminano i tunnel, però ci ho una mail, se vuoi. e finanche una bicicletta, prima che sparisce nel devasto pre-trasloco. e dobbiamo ancora fare lo shopping, te lo ricordi? tra poco arriva la primavera e sarà bello far entrare un po’ di cose nuove. e oggi è più o meno un anno esatto che ho conosciuto la comunety, anche.
    un abbraccio, amica :)

  4. lanessie Says:

    a Scesare quel che è di Scesare.
    Pagnotta combattiva non è mio.
    E’ una definizione di Stakanov.
    In questi casi sono per il copirait.
    :-)

  5. pon pon Says:

    amica la frase giusta non c’è e dire che il tunnel finisce e tutto passa è banale… un abbraccio


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