
Tanto per cominciare io non sono sfortunata in amore. Non è vero che mi cerco gli uomini sbagliati, non è vero che è un periodo storico molto triste in cui gli uomini sbagliati crescono a mazzetti come le ortiche, e non è neanche vero che i miei irrisolti con la figura paterna mi tagliano le gambe.
La verità è che su di me, come su tutte le donne della mia famiglia, grava una maledizione.
Voi dovete sapere che la mia bisnonna era una donna bellissima. Ho passato tutta la domenica sera a far scavare mia zia nelle vecchie foto di famiglia. Vorrei poter avere un paragone, un’attrice che le somiglia, ma non saprei. Era una donna bruna, capelli neri, occhi scuri, una bella bocca fiera a cui piaceva l’obbiettivo. Una bellezza fuori dal comune, ecco, immaginatevi la Carmen. Una gitana irrequieta, ci sta proprio. Tenete conto, poi, che era una dei tremila figli della mia trisavola che, nell’ottocento si era presa la libertà di generarli tutti da padri diversi, occupandosene da sola.
La mia bisnonna era una donna fatale e, nonostante fosse nata nel millenovecento-otto, sapeva quel che voleva.
Un giorno un uomo facoltoso si è innamorato di lei. Doveva essere sua, era una specie di ossessione, l’ha corteggiata e poi l’ha supplicata e poi l’ha minacciata e lei no, quest’uomo non lo voleva. E lui, disperato, si è ucciso.
Ma prima di uccidersi è corso da lei con gli occhi allucinati, l’ha stretta a sé e, a due centimetri dal naso le ha detto: “Tu non sarai mai felice e ricordati che non lo sarà mai nessuna donna della tua famiglia”.
Non vedo l’ora di vedere la faccia della mia analista quando glielo racconterò.
Da lì a poco la mia bisnonna ha incontrato il mio bisnonno che era un navigante napoletano e, da lì, è cominciata tutta una storia controversa di uomini molto complicati e donne volitive, di matrimoni muti e figli che si sono sparsi come le palline di mercurio quando rompi il termometro.
Il mio bisnonno aveva studiato, era laureato in filosofia, con tutta probabilità. Era un uomo molto distinto, molto elegante, aveva gli occhi chiari e un naso veramente molto importante. Non so com’è ma, nelle foto, somiglia tremendamente al mio bisnonno emiliano. Avrebbero, curiosamente, potuto essere fratelli. Non si parla bene di lui perché, a un certo punto, è scappato a Genova con un’altra donna. Ma mia cugina, una volta, nascosto a casa della bisnonna, ha trovato un diario. Scriveva quell’uomo, e scriveva bene, e raccontava le sue avventure di marinaio e donnaiolo. Lei è riuscito a leggerlo in segreto, mentre la bisnonna era ancora viva. Adesso quel quaderno è sparito. Sarebbe bello poterlo leggere.
E così la mia bisnonna si è ritrovata da sola, con tre figli, in mezzo alla seconda guerra mondiale, sotto i bombardamenti. Lavorava come infermiera negli ospedali improvvisati. E poi, in barba alla guerra, alla povertà, a mio bisnonno scappato e alla tristezza, spesso organizzava in campagna feste meravigliose dove invitava tutti quelli che erano rimasti vivi. Non c’era molto, specie a guerra finita. Ma ognuno portava qualcosa dalla campagna, e bastava per tutti, poi c’erano quelli che suonavano e si ballava e tutti si chiedevano dov’è che trovasse le risorse per lavorare, tirare su i figli e occuparsi del buonumore di tutti.
Quando mio nonno è cresciuto, però, lei era molto preoccupata.
E qui c’è una spaccatura nei ricordi. Perché io, che ho conosciuto mio nonno da una certo punto della sua vita in poi e ho sempre pensato che fosse un vecchio rincoglionito conformista. E non saprei dire altro, perché l’ho sempre sentito parlare alla radio, piuttosto che con me. Faceva gare da radioamatore: in un’inglese imbarazzante contattava persone da tutte le parti del mondo, che gli mandavano cartoline. Vinceva la gara chi aveva più cartoline. C’era, nello sgabuzzino che era la sua stanza dei giochi, una cartina del mondo dove metteva una bandierina per ogni posto con cui aveva parlato.
I miei cugini, invece, lo ricordano come una specie di Marlon Brando in Fronte del Porto. Lo zio comunista-rivoluzionario. Lo zio donnaiolo, bellissimo, lo zio avventuriero. Ho visto anche le sue, di fotografie: bellissimo era bellissimo. Ma non sembra proprio lo stesso uomo che ho visto marcire pian piano in uno sgabuzzino.
E la mia bisnonna ha sempre coccolato mia nonna, che ha avuto la sfortuna di incontrarlo. Lei che, invece, mi è sempre sembrata un tiranno, un mostro, la donna più cattiva del mondo, in realtà gli è rimasta attaccata tutta la vita come una cozza. Dio sa perché.
Lui la tradiva, periodicamente scappava e lei sempre se lo andava a riprendere, con pazienza e rassegnazione. Poi, ogni tanto, da Genova partivano per Civitavecchia, insieme, in vespa. E lei si confidava e si lamentava e si apriva con questa mia bisnonna che, evidentemente, non aveva nessuna altro consiglio che tieni duro e sopporta, e parole di scusa. E’ come suo padre.
Questa mia zia di facebook è la sorella più piccola di mio nonno. Parla in continuazione e mi piace moltissimo. Ha divorziato da poco e vive in una casa enorme e spaventosa, tutta piena di mostri di porcellana che ti guardano da innumerevoli mensole, divani di broccato e crocefissi appesi. E’ una professoressa in pensione e abbiamo parlato per ore di scuola e insegnamento e abbiamo riso tanto quando, girando per la città, i suoi allievi la chiamavano prof, e ci giravamo entrambe. “Ma siete una dinastia”, ha commentato un ragazzino. E io ho pensato che fosse una cosa bellissima trovare, anzi, ritrovare qualcuno che mi somiglia così tanto, qualcuno che ha dato un nome e una storia a tante cose che mi sono germogliate dentro negli anni, e io non ho mai saputo da dove venivano.
Mia nonna materna mi ha regalato una storia familiare bellissima, la sua e delle sue sorelle, di quel paesino tagliato a metà dalla via emilia, delle rondini, del campanile, della pace dei campi, dei papaveri, degli animali da cortile. E’ la mia storia, ma è una storia Piccole Donne: io mi sono sempre sentita un po’ fuori posto. Questa, invece è una storia un po’ dura, è una storia di sofferenze grosse e anche ingiuste, è una storia di scelte tremendamente sbagliate, di persone che si succhiano l’anima a vicenda, di donne spolpate dalla vita e dal talento, di uomini di mare, di maledizioni, di suicidi e di fughe. Non le voglio così bene a questa storia, ma è maledettamente mia.
Alla luce di questa storia ci sta che io sia così, ci sta che scriva questo diario, chissà che cosa avrebbe detto il mio bisnonno, ci sta che mi sforzi di organizzare le feste sotto le bombe, chissà che cosa ne direbbe la mia bisnonna, ci sta il coraggio, come la mia trisavola, e ci sta che dovessi sperimentare, almeno una volta nella vita, il desiderio di rimanere attaccata come una cozza a qualcuno che stava correndo come un lemming verso il precipizio.
Grazie a dio c’è anche la mia storia emiliana che, con altri racconti, di altre vicende, su altri paesaggi, mi ha insegnato, prima che sia troppo tardi, a scendere.