La storia di E.

“E trovo dappertutto la poesia, anche nell’atrio a casa mia, tra odor di chiuso e di brioches”

30,Aprile,2009

Oggi è una di quelle giornate che procedono lente come una palude, fino alle quattro e mezzo. Poi, alle quattro e trentuno impennano e diventano frenetiche. Alle cinque ho lezione con un allievo nuovo. Ha cinquanta e fischia anni e deve fare la maturità, tra l’altro socio psicocoso, non dirigente. E’ un uomo molto misterioso perchè sembra non abitare in città. Ha un forte accento toscano, quindi forse è Pacciani, ma ha un cognome straniero, con un’acca buttata lì, dove meno te l’aspetti.
Come sarà questo allievo? Io ve lo dico già che per me è un anarchico libanese filo-palestinese. E’ un signore bruno e fascinosissimo, bello come un attore di bollywood. E, tra l’altro, ha fatto anche, tipo, quindici anni di analisi, per curarsi tutti gli strascichi della guerra. Me lo sento già il sapore dolce e speziato di questa storia kamikaze, un pasticcino arabo al veleno…!
L’unica nota stonata è che deve aver ragione per forza la Nessi, che dice che fa l’educatore in comunità, se ha bisogno di fare la maturità adesso.
Vi racconterò di quest’uomo misterioso. 
Ma, intanto, procede la mia attività di Agenzia di Viaggi.
Oggi ho parlato a lungo con una ragazza Ucraina per capire se un giro che parta da Costanza, quella in Romania, passi per Odessa e arrivi a Stalingrado è possibile. Già pensavo alla Crimea, Yalta. Le foto di gruppo stupide in cui litighiamo per fare Stalin non hanno prezzo.
E invece sì che ce l’hanno. Perchè sul Mar Nero ci sono tutte le villozze dei ricchi russi e anche il prezzo del traghetto è in dollaroni americani. A meno di non convincere la ryanair a aprire una rotta per la  Georgia, dove, per altro, ogni tanto capita che si sparano, mi sembra escludibile.
Peccato, sarà per quando saremo un po’ più ricche. Però sarebbe stato bello Stalingrado, sarebbe stato oltremodo indicata dopo l’inverno che ho passato.
Peccato.
La seconda mèta è la Boemia Meridionale. Si scende a Praga e poi si va col treno, o con il pullman per i paesini. Ce ne sono di bellissimi, qualcosa tra l’Austria e la Transilvania. Ma sospetto che farebbe troppo caldo per la mia compagna di viaggio.
Vi faccio vedere qualche foto.

Cesky Budejovice

Sempre Cesky Budejovice, che sembra un po’ anche Brazov.

Cesky Krumlov

Telce

Tabor

Trebon

Karlovy Vary.

Ma a parità di clima continentale la Romania costa molto meno della Repubblica Ceca e, in Transilvania, le cittadine sono proprio così Legoland.
In Romania ci sarebbe il giro dei villaggi sassoni che sono posti meravigliosi sui Carpazi. Ma ho paura che faccia caldo. Tanto caldo.
E quindi, per oggi, non stampo nessuna cartellina magica con dentro itinerari e prezzi.
Ma suggerimenti?

 

Un posto d’oltremare che è lontano solo prima di arrivare… 29,Aprile,2009

Archiviato in: Progetti bislacchi — diversamentequilibrata @ 9:48 am

Aspettando che la Comune si pronunci sulla faccenda del teatro, e anche cominci il dibattito, oggi ho fatto l’agenzia di viaggi.
Sto studiando itinerari possibili per le vacanze d’estate.
Vince chi, senza barbatrucchi, indovina qual’è il viaggio che ho sognato oggi…

 

Metti l’olio nei stantuffiiiiiiiiiii 28,Aprile,2009

Archiviato in: Progetti bislacchi — diversamentequilibrata @ 6:57 am

 

Care Compagne e Cari Compagni,
Intervengo nel dibattito sul teatro che è venuto fuori dal commento della Compagna Acca.
Allora io vi dico questo, che leggendo quel commento a me si è acceso una specie di ardore, un entusiasmo, un sorriso da una tetta all’altra. Ce li avete presente quei sorrisi dove ti sorride il cuore? Ce l’avete presente l’amore, quello dove ricevi una mail dal tuo innamorato e ti elevi a qualche centimetro dall’asfalto? Ecco, per me è stato così.
Ma se voi non scrivete io come faccio a recitare?
Non so, è stato come se Brad Pitt mi diceva se andavo al cinema con lui.
Bionda è bionda, la Compagna Acca, del resto.
Non entro nel merito di quello che è stato Gramsci ventinove, perchè io vi ho sempre sostenuti e applauditi da fuori. Sicuramente c’è un momento, ha ragione la Nessi (e questa scrivetevela sull’agenda, dò ragione alla Nessi), in cui una sceglie dove vuol mettere energie. Perchè non puoi fare mille cose, nella vita, se ce n’è una che si ciuccia le energie delle altre. E il teatro è così: ciuccia, ciuccia un sacco. E mi piace pensarla come lei, che, comunque, si sia creata una rete, bella. Perchè la Comune-ty, com’è adesso, deve moltissimo a Gramsci29.
E adesso vi dico di me.
Io ho fondato le bisbetiche (mettetevi seduti) dieci anni fa. E abbiamo cominciato facendo un laboratorio scrauso, in una casa vuota.
Abbiamo continuato con uno spettacolo scrauso, debuttato una sera in cui la protezione civile continuava a dire alla radio di stare a casa, che c’era l’uragano. Era l’Otto marzo del duemilauno.
E da lì abbiamo provato tutto, io e il Puntoggì, dico. Abbiamo fatto uno spettacolo con dodici dilettanti in scena, abbiamo lavorato con gli attori veri. Abbiamo imparato mille cose, ma mille. E poi abbiamo smesso.
Vuoto creativo, dicevamo. Vuoto creativo. Dobbiamo fare qualcosa di dieverso. Un modo più nostro di fare teatro. Perchè spettacoli come A2 all’ora sono belli, sono belli anche da fare. E poi c’era la macchina del fumo e il mantello del diavolo, con cui abbiamo giocato per tre giorni. Che cos’è sguazzare per il palco di un teatro vuoto, in mezzo al fumo, con un mantellone nero? Vi giuro che vale tutta la preparazione dello spettacolo. E poi l’odore dei teatri vuoti, il momento in cui si montano le luci, il mio meraviglioso Biondofratello che si comporta come il capitano della nave dei pirati, sbirciare gli spettatori che entrano, la tensione della prima, gli attori che svarionano e il mio intestino che si contorce come un indemoniato, l’inchino poi il sipario.
E’ bellissimo.
Ma è anche vero che non facevamo cose che altre compagnie teatrali non facessero. E questo perchè eravamo molto diversi, non avevamo uno scopo comune. Ci voleva sempre qualcosa che avesse un valore artistico di per sè, un testo veramente bello. Ma io non ce la faccio a scrivere un testo veramente bello ogni anno. E così stavamo finendo come quelle compagnie teatrali che si chiedono quale Pirandello mettere in scena.
In questo clima. E in questa mia primavera di attese e compiti creativi, è arrivato il commento della Compagna Acca.
Le manca il teatro, come a me.
E io ho sentito mille cassette della frutta fiorirmi nel cuore.
Sono passata al capezzale del Puntoggì, febbricitante, e gli ho detto teatrosociale? E l’ho visto illuminarsi.
Manca anche a lui.
Io non ne ho vogia di fare Pirandello. Io voglio fare teatro sociale.
E voglio farlo con la gente, facendo i laboratori. Non con gli attori mercenari.
Mi piace di più. Bisogna provare tutte e due le cose, perchè veder lavorare un attore vero ti insegna tanto. A scrivere, in primis. E a farti domande mentre scrivi.
Ma a me piace la gente. Più degli attori.
E allora vi butto lì questa valigia qui. Ho dieci anni di esperienza, bene o male. Se c’è una cosa che so fare sono i laboratori, ci ho fatto anche la tesi di laurea sopra. E, visto che neanche le Bisbetiche sono morte in un lago di sangue (e non è neanche detto che siano morte), ho contatti e aiuti dall’esterno.
Insomma. Eccomi. Muoio dalla voglia di farlo.
Parlo per me e parlo per il Puntoggì, sebbene sia morto, perchè sul teatro nessuno fa niente senza l’altro. Noi siamo scenicamente inscindibili.
Questa è la bicellata di partenza.
Vorrei che ne parlassimo bene per non avere dubbi nè incomprensioni.
Paolino, si può fare un forum sul sito della Comune? Così può intervenire anche chi non ha blog.
Vorrei che parlassimo anche, apertamente e senza reticenze, dello spettacoloper il Manifesto, se vi è piaciuto farlo, se invece no. Fare questosì questonò per crearci un metodo.
E vorrei che intervenissimo tutti, e senza aver paura. Si parla d’arte, l’opinione di tutti è preziosa. Nessuno si deve offendere, nessuno deve aver paura di offendere gli altri. Sarà un dibattito gentile.
E se qualcuno si offende lo dice e va nella poltroncina del broncio a spiegare il perchè.
Questo lo dico per tutti quelli che hanno paura a dirmi le cose perchè pensano che ci rimango male. Prometto solennemente che rimarrò per sempre vostra amica e non penserò cose brutte di voi se non siete daccordo con me. Potete sputare tutti i rospi di sempre.
E questo è un post per la Comune-ty. Ma metti che voglia partecipare anche qualche extra-comune-tario che passa di qui, lasciate un commento e vedremo di imbarcarvi su questo bastimento in partenza.
Spero in partenza.
Dai, cosa ne dite?

 

Lunedì 27,Aprile,2009

Quando ero piccola si usava dire “sono strinata” per descrivere lo stato di coscienza in cui verso stamattina.
Poi ho sentito l’Amica Paola.
Poi ci siamo mandate i messaggini con la Gìa.
E ho capito che, in realtà, ci dev’essere una tempesta solare in corso.
Io mi sento come se avessi ballato tutta la domenica. Stanca e frastornata. Se fossi un’altra donna sarei anche confusa.  Questo Velista certe volte si contorce come se qualcuno avesse in mano la sua bambolina voodoo e se la stesse spassando un sacco. E’ un uomo molto tormentato.
Io, invece, sono una donna che ha voglia di focalizzarsi sulle sue cose. Questa settimana farò i compiti creativi, e cercherò occasioni. Voglio occuparmi della mia bicicletta, voglio vedere le mie amiche. Voglio andare in palestra e, piacendo a dio, svuotare l’armadietto.  E poi basta, che la settimana è corta.
Il primo maggio saremo qui.

 

Sulle principesse, in risposta alla Strega (e con un titolo così si faticherebbe anche un po’ a pensare che è un post molto serio…) 24,Aprile,2009

Stavo rispondendo al post della Strega, ma mi stava uscendo un po’ lunga, e allora ho deciso di trasferire tutto qui.
Compagni, continua il dibattito!
Io non dico che sto cercando un uomo che mi copra di attenzioni e che faccia lo zerbino e che baci la terra che calpesto. Ci mancherebbe altro. Nella mia lunga carriera di femmina tormentata e infelice ne ho avuti a mazzetti di uomini così, e posso dire, con certezza, che li odio. Li odio perchè è veramente il rapporto del vampiro con il suo servitore e  non sono sicurissima che, alla fine,  quella che ne esce peggio sia proprio il vampiro:  io, tanto per cambiare.  Un servitore gioca sulle tue debolezze per tenerti vicina, riempie i tuoi vuoti per sedarti e ti trasforma, pian piano, in una pianta d’appartamento. Finchè tu non ricominci a sentire l’istinto della libertà e della caccia e, tra mille sensi di colpa, lo molli.
Emu sa detu, dicono qui a Genova.
Abbiamo già dato.
Ma, visto che il palazzo della saggezza è lastricato di perite cellule epatiche, abbiamo dovuto, giustamente, sperimentare anche l’estremo opposto. Per ora non ho nessun mostro mitologico per esemplificarlo.
Mostro mitologico cercasi.
Quando ho parlato del concerto di Finardi e delle canzoni dedicate io non raccontavo di un episodio a dieci anni dal nostro primo incontro, quando ero giovane mi guardavi sempre e adesso mi dai per scontata. Ci eravamo appena incontrati, metti che fosse la seconda estate che passavamo insieme.
Il fatto è che lui sì, voleva stare con me, e sì, voleva una progettualità, e sì, gli piacevo, e sì, gli piaceva la nostra vita. Ma no, non era mai felice, gli mancava sempre qualcosa, era sempre incazzato per qualcosa, ce l’aveva sempre con me per qualche motivo, sentiva, in continuazione che io mancavo, nei suoi confronti. Ed è per questo che non dava niente, neanche fiori, canzoni e cioccolatini, che sono le cose banali, che sono le cose che, per ricordartele, puoi anche mettere un promemoria sul telefonino.
Io ho vissuto per due anni e mezzo con un uomo che, sotto sotto mi odiava perchè incolpava me dei suoi casini, del male che sentiva dentro.
Questa è stata la mia situazione, in particolare.
Poi non posso escludere che esistano uomini che non emanano romanticherie, semplicemente perchè non è nel loro modo di essere. Io, del resto, mi dimentico tutti gli anniversari, non c’è modo di ricordarmeli.
Perchè ognuno esprime in gesti il suo amore, la sua dedizione  in modo diverso. Ed è giusto rispettare il modo che il tuo uomo ha di esprimere l’amore che prova per te. Senza forzarlo.
Poi verranno gli anni e verranno i momenti di stanchezza e verranno i momenti in cui ci si ritrova. Ma qui non stiamo parlando di una storia che si è esaurita, nè di un momento di stanca, nè di una donna che fa i capricci perchè dopo vent’anni non mi regali più i fiori e non mi guardi più.
Qui si sta parlando di una storia tutta storta, che ho voluto vivere fino in fondo e nonostante, con tutto quello che mi è costato. Così analizzo i segni e le mie ragioni. E cerco di capire com’è che non l’ho lasciato subito, con la storia della Comasca, oppure al concerto di Finardi, oppure dopo il nostro primo anniversario, oppure dopo quello schifoso venticinque aprile dell’anno scorso, oppure quella volta che ho trovato il coraggio di dirgli sì, lo so che hai un’altra e lui mi ha menata, perchè ha fatto anche questo. Per poi rinfacciarmi il fatto che quella sera l’avevo tenuto due ore sul pianerottolo, in piagiama a calmarsi.
Era questa la vita che facevo io. Piano piano viene fuori.
Io e il Velista Meraviglioso siamo due naufraghi. Ci siamo incontrati con la sete negli occhi e la fame nelle costole e la stanchezza di chi si è caricato sulle spalle anche troppo. Non ne parliamo dei nostri casini, solo così, con leggerezza, menomale che non c’eri la settimana scorsa, facevo schifo. Il mio Ecs mi è passato sopra con un trattore.
Ma ce lo leggiamo addosso. E ci riserviamo attenzioni belle e superficiali come una canzone, una telefonata. Io che sempre gli dicevo che un giorno, appena mi fossi ripresa, avrei cucinato per lui. Magari questa è la volta buona. E parole e racconti. E le cose che mi insegna e le cronache della scuola che a lui sembrano piacere moltisimo. Ci coccoliamo perchè siamo simili.
Ma è una storia diversa, un’altra cosa, un altro rapporto, altre prospettive. Non c’entra niente.
Semplicemente lo guardo donarmi con naturalezza piccole cose e, piano piano capisco, ricordo. E ringrazio.
Quello che volevo dire è che abbiamo diritto a essere amate perchè siamo donne speciali e preziose. Non dobbiamo pensare che se ne trovino tante di persone come noi. Che abbiamo diritto a essere sostenute, perchè facciamo la rivoluzione tutti i giorni, e ci stanchiamo. E siamo belle, ma belle pesantemente, quando giriamo tutte insieme è uno spettacolo. E siamo coraggiose perchè ci succedono sempre un sacco di guai e noi ci tiriamo su le maniche e ci lavoriamo sopra. E siamo appassionate e siamo colorate e siamo robuste, ma anche morbide.
E’ che per me è stato molto difficile riuscire a rimanere tutta intera avendo vicino un uomo che, costantemente remava dall’altra parte perchè malsopportava e contemporaneamente amava che io fossi tutte queste cose.
E dico non accontentiamoci non perchè dobbiamo trovare un servitore, ma qualcuno che sia al nostro pari, e ci guardi da pari, con cui possiamo camminare nei momenti di stanca, nei momenti di sconforto, nei momenti da costruire, nei momenti che vorrei bruciarti vivo perchè non ti sopporto più. Che già la vita è difficile e l’amore è un casino. Ma se anche parte male, com’era partita male la mia storia, allora tantovale spararsi nelle ovaie subito. Guarisci prima e fa meno male.

 

Elementi di teoria del distacco 23,Aprile,2009

 

Stanotte ho fatto un sogno.
Ho sognato che ero seduta a fossatello appoggiata alla vetrina di quel negozio che prima vendeva articoli vari per mignotte, dal vestiario alle fruste alle scarpe. Adesso, invece, è un negozio della Omnitel.
Ero seduta lì che fumavo e arriva un tipo. Il genere sopravvissuto all’eroina dagli anni ottanta a oggi, il genere fascista folle, nervoso e sdentato. E molto , molto cattivo.
Allora, questo arriva da dietro e mi stende con un piede di porco, dritto sulla testa, sono seduta ma cado. So che sto sanguinando e che lui è in piedi, davanti a me, che brandisce ora una mazza da baseball ora un bastone chiodato. Ma intorno è pieno di gente,  lo tengono fermo. Io sanguino, mi fa male da tutte le parti ma non ho tanta paura. So che qualcuno ha già chiamato gli sbirri e l’ambulanza. E mentre lo guardo, sempre minaccioso, sempre con il bastone in mano, con la lingua cerco di capire se mi manca qualche dente.
Il mio inconscio va alla grande da quando sono tornata dalle ferie.
E’ che ieri sera riflettevo se scrivere o non scrivere questo post e alle eventuali conseguenze. Io non lo so se il mio Ecs lo legge ancora questo blog, forsesì, forsenò. Ma so che in questi mesi, e anche, sospetto, nei mesi in cui vivevamo insieme, mi ha mazzuolata a più non posso ogni volta che la mia vita sembrava andare per il verso giusto.
Fino all’ultima volta, con il piede di porco, dunque.
E allora ho pensato che adesso lo scrivo sì questo post. Ma cosa mi succederà dopo? Troverà un modo per farmelo pagare o rispetterà la mia ricostruzione?
Quanto male mi farà? E quanto male mi fa autocensurarmi perchè qualcuno forse mi legge o forse no?
Allora io scrivo, perchè la mia vita, ormai è mia. E questo spazio è mio.
Pazienza per le ripercussioni, se ci saranno ripercussioni.
La Nalista dice che questi discorsi sono i dicorsi normali di elaborazione del distacco.
Allora qualcuno della Comune si ricorderà, tanti tanti anni fa, tipo due, di un concerto a Camogli, un concerto di Finardi.
Non ci siamo visti, perchè noi siamo arrivati dopo. E perchè siamo rimasti in disparte. E il motivo per cui  siamo rimasti in disparte, a quel concerto, era che  io avevo un fastidio di vivere che avrebbe potuto illuminare il palco.
Quel fastidio di vivere mi era venuto ascoltando Patrizia, nota canzone amiccante:
Hai gli occhi verdi come il mare,
di un atollo tropicale,
aperti comeil cielo delle praterie…
Era la prima canzone di una cassetta per il walkman che il mio ex-fidanzato-storico mi aveva regalato per portarmela in gita di classe, in terza liceo, a Napoli.
Avete presente le cassette che si facevano per la fidanzata, al liceo?
Le ascoltavi e le riascoltavi duecento volte, con i sospiri e le farfalle nel cuore.
E, mentre la riascoltavo, con tutte le cose belle e smelense che ci mette dentro Finardi per la sua Patrizia, mi chiedevo: dov’è la canzone del nostro amore? Eh, dov’è la canzone del nostro amore? Quand’è che mi hai regalato dei fiori, o dei cioccolatini? Quand’è che mi hai fatta sentire, sicuro e senza dubbio la tua principessa, quando?
Poi la canzone è finita, ne è venuta un’altra e io ho aggiunto quel sassolino alla cava di ghiaia che mi sono portata nelle scarpe per tre anni e che sempre ho fatto finta che non ci fosse.
Perchè cammini come se ti avevano fasciato i piedi da piccola? Mah, così, mi piace…
Due anni dopo quest’uomo se n’è andato. Scommetto che era una cosa che non avevate ancora avuto  modo di leggere, su questo blog, negli ultimi mesi, vero?
Due anni dopo, venerdì scorso, crollavo dal sonno fra le braccia del mio Velista. Lui lo sa che io sono come i bambini, saltello fino a un minuto prima e poi basta, finisco le energie e mi addormento di schianto, non ho riserva.
Così io sonnecchiavo e lui ha tirato fuori un congegno supersofisticato, che è un po’ come il mio portatile ma è grosso come un pacchetto di marlboro centos. Me lo appoggia all’orecchio e mi fa sentire una serenata.
Bellissima, così dolce che sembra una ninnananna. E’ una serenata siciliana. Si chiama Nicuzza. Io dormivo e lui mi accarezzava e mi traduceva il testo.
E mi sentivo una principessa.
Così, in queste serate forzatamente tranquille e casalinghe, per via dell’influenza, ho cercato la canzone su you-tube, l’ho riascoltata e ho pensato un sacco.
Ho pensato che io e questo mio meraviglioso Velista ci piaciamo un sacco e andiamo d’accordo e ci divertiamo insieme e saremmo capaci di chiacchierare per una nottata intera, nudi bruchi, se uno di noi, a un certo punto, non finisse per crollare. Ma, detto questo, è un mio amico, anzi, uno scopamico, come amo definirlo.
Non abbiamo una progettualità, non faremo mai dei figli insieme e mai ci verrebbe neanche il sospetto di farli. Ognuno ha la sua casa, la sua vita, le sue storie con altre persone.
E’ una bella, sana, scopamicizia.
Così sana che è capace di farmi sentire una principessa.
A maggior ragione, se hai una progettualità con qualcuno, se c’è un futuro da pensare, se due vivono insieme e dividono il letto e le spese e i pochi metri quadri della casa, a maggior ragione dev’esserci qualcosa di speciale, specialissimo.
Qualcosa che dici: questa storia la racconterò ai miei nipoti.  E avrò la stessa faccia che aveva mia nonna quando ascoltava la paloma.
Ma io, che cosa cacchio avrei raccontato ai miei nipoti? Dopo che ho fatto i capricci, un giorno, mi ha spedito per mail la rapsodia in blu di Gershwin?
Potrei dire che ci sono voluti due anni per poter sopportare un distacco.
La mia Nalista dice che a volte bisogna passare anche attraverso esperienze molto buie. Ma adesso posso dire, con assoluta certezza e senso di leggerezza che, se un giorno mi capitasse di riascoltare Nicuzza, penserei sicuramente a quella notte e a quello splendido marinaio siciliano transitato per la mia vita.
Ascoltando Rapsodia in Blu, continuerò a ripensare all’inizio di Manatthan.
E allora questo post lo scrivo per me, per ricordarmelo la prossima volta che vivo con qualcuno: se sei una principessa non lasciare che qualcuno riesca a convincerti che sei una vecchia, grigia, sciatta compagna d’armi. E poi lo scrivo per la Nessi, e anche per la Compagna Amber. Lo scrivo per la Betta, che non si sa mai, lo scrivo per l’amica Paola.
Ma lo scrivo anche per la Strega, che ha fatto una vita diversa e non saprà mai, in pieno, quanto è fortunata, e per la Gigi, chissà, magari un giorno servirà anche a lei. E poi per la Giuliana, come augurio, lei che va contro-corrente e, in questo periodo di sfighe amorose, invece comincia a convivere. Per la Tommasa, che ne ha bisogno comeun pesce di una bicicletta. E anche per tutte quelle che passano e passeranno di qui, in questa primavera di strani sogni, pensieri e begli incontri.
Buona fortuna, ragazze.
E ricordatevi sempre quanto siete preziose.

 

Un post politico un po’ triste e sconsolato 23,Aprile,2009

Tanto per stare allegri...gr.

 Sento che sto per scrivere un post che, se per caso succede qualcosa, mi mettono in prigione e buttano via la chiave.  Perchè il venticinque aprile è la festa delle medie a cui hanno invitato solo metà classe, ma non è giusto no. Vengo anche io, porto i dischi, perchè volete il venticinque aprile tutto per voi?
Perchè vero è che nel quarantacinque, ma anche prima, da una parte c’erano gli antifascisti, dall’altra parte c’erano i fascisti. Noi, antifascisti, abbiamo vinto, abbiamo ricostruito l’italia, antifascista. E adesso siamo noi che festeggiamo.
E non è vero che i morti sono i morti di tutti e che i repubblichini furono qualcosa meno che (datemi un aggettivo per i repubblichini, dai…), qualcosa meno che quello che ha detto un anno fa Paolino: Voi che l’Italia l’avete lasciata al tedesco invasore, ora proprio non avete diritto di reclamarla.
Non ho la forza di vedere tutto questo. Un passo dopo l’altro questo lato oscuro mangia tutto, un morso dopo l’altro, un anno dopo l’altro.
Ne discutevo in Sicilia con Enrico: l’educazione è una battaglia persa e ha tempi lunghi. L’educazione è un lavoro in cui metti tutto te stesso e mai che vedi un risultato. Non è mica l’attimo fuggente.
Io mi ammazzo a spiegare a scuola, alla futura working-sfiga-class, la liberazione, il sacrificio dei partigiani, che non sono stati sempre vecchi e non sono stati sempre morti. Avevano la loro età quando erano sui monti.
E poi, capite, questi vedono il nano malefico in televisione, che dice che il venticinque aprile è la festa delle medie e ci vuole venire anche lui, comunisti bastardi che non mi invitate sui prati…e allora sapete cosa faccio? Vado dai terremotati, che loro mica mi fischiano.
E io mi viene la gastrite.
Perchè dovremmo fare qualcosa, davanti a tutto questo…Ma cosa? Cosa?

 

Ancora un geniale utente… 22,Aprile,2009

Archiviato in: Mirabili cronache del collocamento — diversamentequilibrata @ 10:56 am

Buongiorno, vengo a iscrivere questa ragazza che è straniera. Era la badante di mia moglie. Ma adesso, purtroppo, mia moglie è morta e io l’ho dovuta licenziare. Ma è bravissima, sa? Nel suo paese faceva la veterinaria!

 

22,Aprile,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 7:54 am

Oggi sono in piedi, sebbene tutta acciaccata, ancora.
Sono venuta a lavorare perchè mi sembrava di stare meglio, stamattina.
Le dueppì infallibili mi hanno rimesso in sesto: propoli e paracetamolo.
Il fatto è che stando qui seduta, parlando e cercando di star sveglia, ricomincio a sentire qualche dolorino.
Ma volevo andare a scuola, oggi pomeriggio.  Ho lezione con la Ragazza che fa Break Dance, l’Orchetto e la Malata Immaginaria. Un pomeriggio da non perdere.
Dovrebbe esserci un divano, qui, dove potersi sdraiare con la copertina, quando uno sta male.
La collega Sandoriana sbraita da dentro la sua stanza, non si capisce se ce l’ha con me, qualche utente, il calcio, il tempo, il governo.
L’ufficio è deserto, ci si potrebbe giocare a pallone, se il direttore non girasse, nervoso come un gatto. Muove anche la coda, indispettito.
Vado a cercarmi qualcosa di caldo.

 

21,Aprile,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 1:46 pm

Sono tutta acciaccata.
Ho i brividini di freddo e mi sento come se mi avevano presa a calci intanto che dormivo. Un po’ meno che alla diaz, i calci nel sonno, però, s’intende.
Mi sento come se l’unica cosa che volevo era il mio letto e uno zerinol e una camomilla calda.
Però oggi ho ripreso a scrivere scongelarestanca. Magari andateci a fare un giro. Ci sono le ricette facili per non vivere di chebabbi e yogurti con i cereali
L’ho scritto di mattina, perchè adesso se vedo le foto sbocco sulla tastiera, me misera e malmessa. Me tutta piena di virus cattivi.
Mi sto misurando la febbre, che qui in ufficio c’è anche il termometro.
Trentasette e uno.
Fantastico, un bel risultato che non vuol dire niente. Fosse stato trentotto e uno chiamavo già la cooperativa per dire che ero morta. E poi boh, il medico. Perché la verità è che non lo so che cosa devo fare. Non sono mai stata malata da quando ho la mutua. L’ultima volta che ho avuto la febbre sono andata a teatro a vedere Lella Costa che faceva “Alice, una meraviglia di paese”. Fatevi i calcoli.
Tra l’altro già era abbastanza visionario lo spettacolo di suo, poi io deliravo con trentanovemmezzo, quindi ho ricordi ondulati di quella serata, come se l’avessi vissuta specchiata nell’acqua.
E anche questo mi sembra un pomeriggio un po’ specchiato nell’acqua.

 

20,Aprile,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 10:16 am

Ma quand’è che smette di piovere???
Voglio dire, d’accordo essere contenti e non lamentarsi, come dice la Nessi delle condizioni avverse, ma Cristosanto, non smette più!
Io volevo andare a raccogliere il tarassaco e le ortiche. Volevo fare i ravioli di erbette di prato, volevo fare le passeggiate, cercare gli asparagi selvatici.
E invece piove.
E anche volevo mettermi le maniche corte.
E invece fa freddo.
E’ da ieri mattina, ma è successo anche stamattina, che il mio senso di ragno si guarda intorno. Come uno stato d’irrequietezza leggera, come la voglia di qualcosa di buono, a non so che cosa. Come l’autobus quando sai che sta per arrivare. Oppure solo una simpatica sindrome premestruale primaverile.
So cosa ci vuole.
Adesso faccio una pausa sigaretta e poi vado a cercarmi qualche bella ricetta nei mei siti preferiti.
E, con le mani in pasta, e la testa sgombra e le gambe stanche aspetto che la pioggia passi e che qualcosa di nuovo nella mia vita arrivi. Mi guardo intorno e aspetto. Ho passato tre anni della mia vita ad aspettar catastrofi.
Adesso riscopro un dolce aspettare.

 

Geniale… 17,Aprile,2009

Archiviato in: Mirabili cronache del collocamento, Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 9:55 am

Ufficio.
Entra un signore sulla cinquantina.

Buongiorno Signorina.
Ascolti, io mi dovrei iscrivere, perchè sa, avevo un’azienda agricola e l’ho chiusa a gennaio…perchè guadagnavo soldi a palate e mi vergognavo a essere così ricco in tempi di crisi.
E quindi, per capire meglio il mio prossimo adesso faccio un po’ il disoccupato…

 

Sono tornata 16,Aprile,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 1:39 pm
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E’ giovedì.
Piove.
E sono in ufficio.
Ce n’è abbastanza da tentare il suicidio.
E invece nel bel mezzo dell’inverno ho imparato che vi era in me un’invincibile estate.
Ora che è tutto perduto, tutto passato, tutto buttato alle ortiche, con tutta che con le ortiche si fanno i ravioli, e c’è da tenerselo in mente. Ora mi accorgo che ho vissuto due anni e mezzo con i diavili al culo, e il fatto che questa canzone ricorra, in questo periodo, in più e più post comunitari qualcosa vorrà pur dire.
Ho vissuto come l’idraulico di una vecchia pubblicità degli anni ottanta, che vedeva uscire zampilli ovunque nel muro e cercava di tappar falle montando rubinetti.
Ma ora che è tutto perduto, tutto passato, tutto buttato alle ortiche, con rispetto per i ravioli, io ho ritrovato i miei occhi.
Ve ne sarete accorti ( anche voi lettori) che non sono più come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre. Ho ritrovato il mio modo di vedere le cose, i miei progetti.
Sono tornata a casa, ieri mattina, e l’ho trovata tutta sporca e impolverata. Così, dopo la nottata sul treno, ho cominciato a pulire. Non ho concluso molto, ma, perdìo, persevererò. E poi ho aperto l’armadio e i miei vestitierano sgualciti e impeluccati e qualcuno puzzettava anche un po’. E allora ho fatto una lavatrice. Ma non è stata una buona idea, perchè adesso piove sui miei vestiti puliti.
Quando sono andata a scuola il registro era tutto in disordine, i compiti in classe sparsi. Li ho messi a posto.
Poi ho fatto lezione.
Poi sono uscita.
Poi ho fatto la spesa. E, intanto che facevo la spesa, mi sono chiesta: dov’ero finita?
Come sono riuscita a vivere con tre quarti di me impegnati a fare l’idraulico sfigato della pubblicità?
Adesso ho tutto il tempo e tutte le facoltà. Mi stanno tornando le voglie. La prima voglia di impastare, la seconda voglia di raccogliere le erbe nei prati, la terza voglia di far marmellate, la quarta voglia di mettere bene a posto la casa, la quinta voglia di aggiustare la bici, la sesta voglia diun pic-nic al mare, la settima voglia di scrivere, l’ottava voglia di andare dove voglio, la nona voglia di ridere, la decima voglia di non nascondermi, l’undicesima voglia di colorare, la dodicesima voglia di far cose, la tredicesima voglia di giocare, la quattordicesima voglia di dare quei minchia di cinque esami che mi servono.
Ora che è tutto passato e tutto perduto e tutto pappa per ortiche che verranno pappate a guisa di raviolo, è come se un campanello d’allarme si fosse spento. Come quando smette un rumore di fondo, o quando ti accorgi che non hai più mal di testa.
Al posto della paura e del sospetto e della fatica e dell’ansia e della tensione di quella che vede avvicinarsi il muro contro cui si schianterà, è rimasto un dolore anche un po’ dolce. Il dolore delle belle canzoni.
Sono tornata.
Nel senso che sono tornata quella che ero tre anni fa, in questi giorni. Più grande, più consapevole, con un bagaglione di esperienze in più, ma cristosanto, io, tutta intera.
E quando abbraccio gli amici e dico sono tornata e anche un po’ mi commuovo perchè è un sono tornata tutta, sono tornati i miei sentimenti, sono tornate le mie passioni. Sono tornate tutte le parti di me che sono state impegnate a fronteggiare i miei diavoli al culo.
Ne sono uscita. Davvero.
E ho voglia di fare mille cose, come quando sei stato malato, come quando finisci la maturità, come quando è primavera.
Oh.
E’ primavera.

 

Clandestina 14,Aprile,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 8:54 pm

Se c’era un premio darwin dei conti correnti io lo vincevo quasi sempre.
Oggi sono salita sul treno, alla stazione di Reggio Calabria. Ho cercato, da brava, il mio vagone, trovato. La mia cuccetta, trovata.
Solo che nel mio vagone, nella mia cuccetta c’era un uomo. E la cosa poteva farsi interessante, e invece no. Figuriamoci.
Allora io dico a quell’uomo che le ferrovie avranno fatto un casino, figuriamoci. Vergogna alle ferrovie.
Quindi lui, nei suoi sessant’anni in canotta biancogrigetta che spunta da polo lavata troppe ma troppe volte, guarda il mio immacolato biglietto fatto su internet e stampato, e in un nanosecondo mi dice: “Sbagghiò la data!”.
Chiamo in caloroso raccoglimento attorno al mio cuore tutti gli angeli e i santi. Respiro e vado dal controllore, poi da un altro controllore, poi dal capotreno e poi da altri due suoi scagnozzi e tutti mi guardano per quello che sono: bionda. Non mi merito altro. Che la gente mi guardi così, come se fossi bionda. Così bionda e stordita da sbagliare la data sul biglietto del treno.
Ho dovuto aspettare fino a Paola per sapere che no, non c’è una cuccetta libera. Per mia fortuna è rimasta una poltrona di prima classe, settantuno euri e solo perché ho fatto pena al giovane controllore che mi ha stampato il biglietto solo da Sarno in poi. Dormirò in poltrona davanti a un bambino che si muove e sguiscia come se lo pungessero. Ho voglia di fumare, ho sonno, mi dà fastidio l’aria condizionata e mi voglio lavare i denti. E ho vanificato tutto il mio piano geniale per fare economia sui trasporti di questa vacanza.
Il bambino ha allungato i piedi fino alla mia poltrona.
Adesso glieli mordo…

 

Imprevedibili aggiornamenti 12,Aprile,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 9:33 pm

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Me l’avevano detto che in sicilia a pasqua fa sempre brutto tempo.
Quello che non mi hanno detto è che il brutto tempo, sullo stretto, è uno scirocco rabbioso, che sbiadisce i colori sotto uno strato di sabbia e sotto un cielo di piombo che rimescola il mare in un girotondo di onde che non capiscono più dove andare. Uno spettacolo magnifico.
Come desterebbe meraviglia il mio tempo qui.
Sto mettendo in pratica un consiglio prezioso della Strega e ho cominciato a giocare con i bambini del mio clan siciliano. Li adoro.
Ho finito per farmi trascinare in partite di pallone uno contro uno nello spazio di un balcone, ho inventato storie, ho sostenuto conversazioni ai confini della mia realtà. C’è vita sotto il metro e trenta. Mi sono divertita. Non sarà mai la mia passione ma è stato bello.
Domani mi portano a Savoca a vedere le mummie!

 

Una gita a Tindari 10,Aprile,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 1:17 pm

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L’avevo detto e l’ho fatto, in una giornata senza sole.
Ho preso il pullman da Messina, al mattino. Ero l’unica passeggera e l’autista si è fermato mille volte sul ciglio di burroni spaventosi a farmi vedere il panorama, a spiegarmi le erbe selvatiche che crescono arrampicate sul promontorio e a raccontarmi storie di miracoli e di madonne che vogliono tornare a guardare il mare proprio da lì. E dagli torto.
Al santuario mi sono concessa una lunga chiacchierata con un prete di ottantasette anni. La sto prendendo sul serio questa ricerca della spiritualità. Forse ho capito qualcosa in più.
Ho pensato che dev’essere una cosa che ha a che fare con la fiducia nell’universo. Con la certezza, chi riesce ad averla, di essere qui per fare grandi cose e anche di averci una raccomandazione molto ma molto in alto.
Qualcosa della sicurezza e del buonumore che hanno i bambini che sanno di essere amati.
Proverò ad approfondire.
Sono stata un po’ in chiesa, a far foto e a pensare. E anche mi è venuto in mente che le chiese sono posti fantastici, se sono vuote, per pensare e stare in pace. Questa è la seconda cosa che devo annotare nei miei appunti di ricerca.
Fuori, poi, c’era vento e il tempo era peggiorato. Ho fatto un giretto al museo, ai resti delle terme e all’anfiteatro.
La scena migliore è stata la faccia di due tedeschi che hanno visto i cani del custode rincorresi e giocare nel museo. Certe cose non hanno prezzo.
Al ritorno un signore di Patti mi ha consigliato un’esperienza gastronomica sconvolgente: un dolce, una frolla ripiena di carne. La pasta frolla aveva una predominanza di cannella e chiodi di garofano. Il ripieno, invece aveva la consistenza di una marmellata spessa e può piacere a chi mangia volentieri la marmellata di castagne.
E così stanno passando questi giorni, a camminare e star zitta, a coccolarmi meglio che posso, a ristrutturarmi, mattoncino dopo mattoncino e prendere coscienza di una serie strabiliante di cose che non scriverò qui, ci sarà tempo di parlarne con gli amici.

 

Primo giorno a Messina 8,Aprile,2009

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E brindo ora alle presenze e alle assenze della mia vita con bicchieri di limonata al sale…

 

7,Aprile,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 10:16 am

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Tanto per cominciare io non sono sfortunata in amore. Non è vero che mi cerco gli uomini sbagliati, non è vero che è un periodo storico molto triste in cui gli uomini sbagliati crescono a mazzetti come le ortiche, e non è neanche vero che i miei irrisolti con la figura paterna mi tagliano le gambe.
La verità è che su di me, come su tutte le donne della mia famiglia, grava una maledizione.
Voi dovete sapere che la mia bisnonna era una donna bellissima. Ho passato tutta la domenica sera a far scavare mia zia nelle vecchie foto di famiglia. Vorrei poter avere un paragone, un’attrice che le somiglia, ma non saprei. Era una donna bruna, capelli neri, occhi scuri, una bella bocca fiera a cui piaceva l’obbiettivo. Una bellezza fuori dal comune, ecco, immaginatevi la Carmen. Una gitana irrequieta, ci sta proprio. Tenete conto, poi, che era una dei tremila figli della mia trisavola che, nell’ottocento si era presa la libertà di generarli tutti da padri diversi, occupandosene da sola.
La mia bisnonna era una donna fatale e, nonostante fosse nata nel millenovecento-otto, sapeva quel che voleva.
Un giorno un uomo facoltoso si è innamorato di lei. Doveva essere sua, era una specie di ossessione, l’ha corteggiata e poi l’ha supplicata e poi l’ha minacciata e lei no, quest’uomo non lo voleva. E lui, disperato, si è ucciso.
Ma prima di uccidersi è corso da lei con gli occhi allucinati, l’ha stretta a sé e, a due centimetri dal naso le ha detto: “Tu non sarai mai felice e ricordati che non lo sarà mai nessuna donna della tua famiglia”.

Non vedo l’ora di vedere la faccia della mia analista quando glielo racconterò.
Da lì a poco la mia bisnonna ha incontrato il mio bisnonno che era un navigante napoletano e, da lì, è cominciata tutta una storia controversa di uomini molto complicati e donne volitive, di matrimoni muti e figli che si sono sparsi come le palline di mercurio quando rompi il termometro.
Il mio bisnonno aveva studiato, era laureato in filosofia, con tutta probabilità. Era un uomo molto distinto, molto elegante, aveva gli occhi chiari e un naso veramente molto importante. Non so com’è ma, nelle foto, somiglia tremendamente al mio bisnonno emiliano. Avrebbero, curiosamente, potuto essere fratelli. Non si parla bene di lui perché, a un certo punto, è scappato a Genova con un’altra donna. Ma mia cugina, una volta, nascosto a casa della bisnonna, ha trovato un diario. Scriveva quell’uomo, e scriveva bene, e raccontava le sue avventure di marinaio e donnaiolo. Lei è riuscito a leggerlo in segreto, mentre la bisnonna era ancora viva. Adesso quel quaderno è sparito. Sarebbe bello poterlo leggere.
E così la mia bisnonna si è ritrovata da sola, con tre figli, in mezzo alla seconda guerra mondiale, sotto i bombardamenti. Lavorava come infermiera negli ospedali improvvisati. E poi, in barba alla guerra, alla povertà, a mio bisnonno scappato e alla tristezza, spesso organizzava in campagna feste meravigliose dove invitava tutti quelli che erano rimasti vivi. Non c’era molto, specie a guerra finita. Ma ognuno portava qualcosa dalla campagna, e bastava per tutti, poi c’erano quelli che suonavano e si ballava e tutti si chiedevano dov’è che trovasse le risorse per lavorare, tirare su i figli e occuparsi del buonumore di tutti.
Quando mio nonno è cresciuto, però, lei era molto preoccupata.
E qui c’è una spaccatura nei ricordi. Perché io, che ho conosciuto mio nonno da una certo punto della sua vita in poi e ho sempre pensato che fosse un vecchio rincoglionito conformista. E non saprei dire altro, perché l’ho sempre sentito parlare alla radio, piuttosto che con me. Faceva gare da radioamatore: in un’inglese imbarazzante contattava persone da tutte le parti del mondo, che gli mandavano cartoline. Vinceva la gara chi aveva più cartoline. C’era, nello sgabuzzino che era la sua stanza dei giochi, una cartina del mondo dove metteva una bandierina per ogni posto con cui aveva parlato.
I miei cugini, invece, lo ricordano come una specie di Marlon Brando in Fronte del Porto. Lo zio comunista-rivoluzionario. Lo zio donnaiolo, bellissimo, lo zio avventuriero. Ho visto anche le sue, di fotografie: bellissimo era bellissimo. Ma non sembra proprio lo stesso uomo che ho visto marcire pian piano in uno sgabuzzino.
E la mia bisnonna ha sempre coccolato mia nonna, che ha avuto la sfortuna di incontrarlo. Lei che, invece, mi è sempre sembrata un tiranno, un mostro, la donna più cattiva del mondo, in realtà gli è rimasta attaccata tutta la vita come una cozza. Dio sa perché.
Lui la tradiva, periodicamente scappava e lei sempre se lo andava a riprendere, con pazienza e rassegnazione. Poi, ogni tanto, da Genova partivano per Civitavecchia, insieme, in vespa. E lei si confidava e si lamentava e si apriva con questa mia bisnonna che, evidentemente, non aveva nessuna altro consiglio che tieni duro e sopporta, e parole di scusa. E’ come suo padre.
Questa mia zia di facebook è la sorella più piccola di mio nonno. Parla in continuazione e mi piace moltissimo. Ha divorziato da poco e vive in una casa enorme e spaventosa, tutta piena di mostri di porcellana che ti guardano da innumerevoli mensole, divani di broccato e crocefissi appesi. E’ una professoressa in pensione e abbiamo parlato per ore di scuola e insegnamento e abbiamo riso tanto quando, girando per la città, i suoi allievi la chiamavano prof, e ci giravamo entrambe. “Ma siete una dinastia”, ha commentato un ragazzino. E io ho pensato che fosse una cosa bellissima trovare, anzi, ritrovare qualcuno che mi somiglia così tanto, qualcuno che ha dato un nome e una storia a tante cose che mi sono germogliate dentro negli anni, e io non ho mai saputo da dove venivano.
Mia nonna materna mi ha regalato una storia familiare bellissima, la sua e delle sue sorelle, di quel paesino tagliato a metà dalla via emilia, delle rondini, del campanile, della pace dei campi, dei papaveri, degli animali da cortile. E’ la mia storia, ma è una storia Piccole Donne: io mi sono sempre sentita un po’ fuori posto. Questa, invece è una storia un po’ dura, è una storia di sofferenze grosse e anche ingiuste, è una storia di scelte tremendamente sbagliate, di persone che si succhiano l’anima a vicenda, di donne spolpate dalla vita e dal talento, di uomini di mare, di maledizioni, di suicidi e di fughe. Non le voglio così bene a questa storia, ma è maledettamente mia.
Alla luce di questa storia ci sta che io sia così, ci sta che scriva questo diario, chissà che cosa avrebbe detto il mio bisnonno, ci sta che mi sforzi di organizzare le feste sotto le bombe, chissà che cosa ne direbbe la mia bisnonna, ci sta il coraggio, come la mia trisavola, e ci sta che dovessi sperimentare, almeno una volta nella vita, il desiderio di rimanere attaccata come una cozza a qualcuno che stava correndo come un lemming verso il precipizio.
Grazie a dio c’è anche la mia storia emiliana che, con altri racconti, di altre vicende, su altri paesaggi, mi ha insegnato, prima che sia troppo tardi, a scendere.

 

Dalla nave 7,Aprile,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 10:10 am

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Immaginatemi in mezzo al mare.
Se guardo oltre i vetri della nave c’è solo azzurro, di mare e di cielo. E una leggera foschia a velare l’orizzonte.
Sono uscita a fumare una sigaretta sul ponte e ho visto tre delfini che saltavano non lontano dalla nave. Non sono neanche riuscita a fotografarli da tanto ero sbalordita.
Del Colombre, invece, neanche l’ombra.
Sono partita da Civitavecchia intorno a mezzanotte e ho dormito bene, otto ore filate, sui divanetti del ponte, nonostante la luce e anche la televisione accesa. In questi due giorni la televisione è stata una costante. Non ci sono abituata e mi fa impressione vederla al massimo delle sue potenzialità, calare sulle macerie del terremoto. E’ orribile vedere i cronisti con la faccia-da-tragedia, sentire i mezzibusti ripetere ossessivamente il bilancio delle vittime, e quei due abbracciati, e il danno al patrimonio artistico che non è importante, però, quanto le vittime, ma il romanico, come lo mettiamo a posto? Bruno Vespa mi ha rubato nel sonno venti-venticinque punti di QI.
Nonostante questo mi trovo in mezzo al mare. Il vetro attraverso cui guardo è a prua, direttamente rivolto al futuro. Ogni tanto sbircio per vedere se c’è qualche altro delfino.
Niente delfini. Ma quando arriveremo vicino alla terra sarò la prima a sorridere allo Stretto.

 

La domenica delle palme 5,Aprile,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 10:27 pm

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Ed è stato così che, complici malattie e casini delle mie amiche blogghère, ho passato una giornata a Roma tutta sola soletta.
La serata non è stata un granchè, ero molto stanca. Mi sono accontentata di un giretto a fontana di Trevi, sempre bellissima e affollata, e poi di una cena in una specie di tavola calda vicino alla stazione.
L’albergo era carino e tremendamente rumoroso. Nonostante questo me la sono dormita dodici ore filate, ci voleva.
Stamattina ho aperto la finestra della mia stanza minuscola e ho realizzato una cosa: ho sbagliato completamente la valigia. Qui è giugno.
Quindi, per consolarmi, dopo la colazione, ho deciso di fare un po’ di shopping. Roma è micidiale per lo shopping, non riesco mai ad andarmene con il conto in banca illeso.
E, mentre il mio bancomat ancora mi insultava da dentro al portafoglio, ho realizzato che potevo spendere queste mie ore libere in maniera più costruttiva per me..
Dovete sapere che nel mio libro sulla creatività c’è scritto che bisogna recuperare la spiritualità. Io non vedo cosa possa c’entrare. Ma tant’è rimango una brava bambina, obbedisco e faccio i compiti.
Del resto, se mi sono occupata poco della mia creatività, posso dire che la mia spiritualità non esiste. Sarà colpa dei miei geni sparsi per la pianura padana, da ovest a est. Sarà che le suore hanno fatto il resto.
Ma io sono atea come una bistecca di maiale e mi viene tremendamente naturale vivere su un piano solo, quello della terra.
Così comincio a pensare a come potrei avvicinarmi alla mia spiritualità. Mica a Dio, che è un concetto troppo complicato. Ma quanto meno alla parte di me a cui piacerebbe che esistesse. Ci sarà, da qualche parte, quella me che vorrebbe andare in paradiso?
Ragionavo così, con due vestitini fantastici nello zaino, e mezzo cervello occupato a pensare che mi servono un paio di scarpe bianche, di vernice, molto anni cinquanta, quando mi è venuto in mente il mio allievo new age dell’anno scorso.
Lui diceva una cosa molto interessante, in mezzo alle sue mille stronzate new age. Diceva che non è utile per nessuno mettersi contro il papa, perchè è energicamente troppo supportato. Capito? Come se le preghiere, le speranze, le energie positive di tutti i cattolici del mondo andassero a finire lì, in Vaticano.
Fico.
E poi mi sono detta: se devo recuperare la mia spiritualità tanto vale che comincio da dove l’ho lasciata, in mano alla Chiesa Cattolica.
E mi sono diretta in metrò verso il loro quartier generale.
(A questo punto ci starebbe la marcia dell’Impero…ta-ta-ta-ta-tata-ta-ta-ti-ti-ti-ti-ti-ti-ti-ti-ta!)
C’era veramente tanta gente, ognuno con una palma, un ulivo, un qualcosa da benedire. Quando sono arrivata era già iniziato tutto e, fin dalle vie intorno, si sentiva la musica. Bella.
Per entrare in Vaticano i carabinieri ti controllano col metal detector, per vedere che tu non sia un pazzo che si fa esplodere. Non capisco com’è che lo fanno i carabinieri e non le guardie svizzere.
Ma io sono armata delle migliori intenzioni. C’è tanta gente, mille colori, un cielo bello come sono, al solito i cieli romani.
Stanno già servendo la comunione. Meglio, perchè la gente si muove e io posso gironzolare di qua e di là facendo foto e chiedendo informazioni.
Trovo anche un rametto d’olivo tutto per me, per terra. Lo raccolgo e me lo porto dietro.
Nel frattempo Ratzinger benedice la folla in tutte le lingue, e beccati questa bella benedizione energicamente supportata da tutti i cattolici del mondo. Respiro energie positive.
Finchè.
Preghiamo tutti insieme per quei poveri cristi (questa è mia, lui li ha chiamati in un altro modo) che sono affogati nel mediterraneo cercando di arrivare in Italia.
Va bene, penso. Si butta sul sociale.
E preghiamo che le loro anime vadano in paradiso.
E io penso che la maggior parte sarà stata musulmana. E anche lui dovrebbe saperlo che se c’è il paradiso dei cattolici questi col cazzo e col pensiero che ci entrano anche loro. A meno di non ammettere che le altre religioni ti spianano la strada, ma non sarebbe da Ratzingher.
Primo autogol. Vorrei alzare la mano per replicare, per chiedere una spiegazione ma Lui è troppo lontano e io non sono che una formichina in tutto quel mare di fedeli.
Voglio dire, potremmo pregare per le loro famiglie, così, magari, se abbiamo ragione noi, il nostro dio-uno-e-trino, magari, gli dà una mano, magari una calamità in meno, più pioggia per i campi, cose così, di vita quotidiana. Io penso: meglio pregare per i vivi, no?
Ma poi continua, dice che dobbiamo aiutarli questi poveri del mondo, specialmente gli africani, e io dico sì Paparazzi, fammi sognare, annulliamo il debito, smettiamo di sfruttare i paesi più poveri, chiudiamo le multinazionali, fagli il culo ai cattivi. E invece no., è una preghiera generica, una cosa di elemosina, una roba di pietà, come quando preghi i bambini di mangiare la minestra, e pensa in Africa che muoiono di fame.
Così la messa finisce e i pellegrini si distendono. Ed è quando i pellegrini si sciolgono che vedo le cose peggiori: vedo una nutrita delegazione spagnola che urla “Viva il Papa”. E le mie budella guizzano e si contorcono pensando che, perdìo, quelli sono i nipotini della Guerra di Spagna.
Sciamano per la piazza e sono tutti contenti. E’ tutto un viva il papa.
Ma se io ero il papa, a quel punto, ci pensavo su un attimo e mi facevo delle domande. Ci dev’essere qualcosa di sbagliato. Invocato come un giocatore di calcio. Perchè?
Cos’è questo culto della persona. Perchè viva il papa e non gesù o lo spirito santo?
Perchè la gente ride e scherza e canta canzoncine? Io immaginavo un’esperienza mistica. Persone in ginocchio che pregano e che poi, come dopo un bel film, ci mettono un po’ ad alzarsi.
Pensavo che uscissero da messa discutendo di quello che si è detto, di come lo si è vissuto. Come una cosa che ti tocca.
Invece intorno avevo solo foto ricordo e bandierine e suore contente.
Non è questa la spiritualità, secondo me. Non è questa la politica che dovrebbe tenere una chiesa che si dice cristiana cattolica, perchè io mi aspetterei più coraggio. Io, se ero Ratzinger, col cavolo che la gente se ne andava contenta. La gente se ne andava pensando al genocidio in Palestina, se ne andava facendosi i conti dell’inps per mettere in regola la badante, se ne andava sapendo che, al ritorno a casa lo aspettava una vita retta e difficile, una vita senza compromessi, una vita di solo bene e solo giusto. Che sei cristiano cattolico a fare, se no?
E non è spiritualità se consenti un carnevale di scout che ti vendono amuleti, che cos’è una palma benedetta se non uno sciocco portafortuna? Venditori ambulanti di rosari, immaginette e improbabili crocifissi.
Ma come fanno?
Così me ne torno al treno di corsa, perchè ho fatto tardi, ma triste, perchè la mia spiritualità non si trova qui.
Cercherò ancora, ma sono sicura che la parte di me che vuole andare in paradiso preferirebbe non farlo contornata di pellegrini polacchi in costume tradizionale.