E mentre la Nessi va a cacciare i leghisti senza di me, e senza neanche mandarmi un sms, che un sacco mi sarei divertita e invece no, ero a scuola che aspettavo e aspettavo una lezione che non è mai arrivata e allora potevo scendere quelle due o tre vie e andarci anche io a cacciare i leghisti brutti e cattivi che, tra l’altro, un mio allievo è anche passato di lì ed è rimasto impressionato dal manifesto con l’indiano e mi è toccato, per un’ora e mezza, fargli le pulizie dentro il cervello se no ci si annidava dentro l’indiano e già ce n’è un mucchio di schifezze che hanno fatto il nido nei neuroni di questo mio allievo, che ci mancava quello: loro hanno subito l’immigrazione, a schiaffi gliela dobbiamo far subire l’immigrazione a quelli.
Ciò detto, ma non c’entra tanto col post che volevo scrivere, stamattina stavo sbirciando sul giornale di un tizio sull’autobus, che, per inciso, era l’odioso Secolo XIX. C’era un articolo che raccontava di un ragazzo che ha contestato un bolso senatore fascista che non sarà nominato qui nel mio blog. Questo bolso senatore fascista lo fa bloccare dalla scorta e gli dà un pugno. Tipico vile comportamento bolso fascista: per spaccarmi la faccia hai bisogno degli amici che mi tengono .
Ma leggete la notizia da repubblikit: è diversa. Cioè, voglio dire, io lavoro con dei diciassettenni rissaioli che di queste cose ne sanno. Fa la differenza che io gli racconti che questo porco fascista vigliacco e bolso l’ha fatto bloccare dalla scorta perchè non era capace di menarlo da solo. C’è un oceano di differenza per i miei bulli. Ma su repubblikit non lo dicono. E allora ammettetelo che remate contro.
Mi stupisco.
E chiudo qui il post.
Anche se volevo parlar d’altro e precisamente della mia campagna elettorale nelle mailing list degli animalisti cerebrolesi.
Ma ve lo dico un’altra volta…
29,Maggio,2009
Il post (ovvero il machete) 28,Maggio,2009
Se c’è una cosa che insegnano a noi ragazze carine e intelligenti, fin da quando siamo piccole è stare lontano dai fondamentalisti. Perchè poi va sempre a finire male. E’ una cosa che tutte le mamme ti dicono.
Solo che poi una ha l’educazione nel sangue e pensa che no, con tutti vale la pena di parlare e di mediare, di scambiare opinioni e competenze, pensa che bisogna crescere e conoscere. E si fa infinocchiare. E ci rimane male.
Io sono qui, per l’ennesima volta, con il capo cosparso di cenere, come nelle favole, contrita, perchè ho disobbedito alla mamma, non ho ascoltato i consigli, ho fatto di testa mia, la testa di Pollianna, per inciso. E come al solito sono rimasta delusa, delusa e amareggiata.
Adesso, per chi ha voglia di leggersi la cosa dall’inizio, metto lo storico dei link:
scrivo questa stupidaggine sui Fiori di Bach e si scatena una selva di commenti.
Rispondo con un altro post, con cui complico la situazione.
Il fatto è che pensavo di essere stata poco gentile, forse troppo tagliente, forse antipatica.
Il week-end successivo Alecs viene a trovarci a Genova, usciamo a cena insieme, facciamo le chiacchiere, scherziamo, lo portiamo in giro con i nostri amici e lo accompagno alla macchina ciucciandomi uno sproloquio di affari suoi che neanche un’ analista.
Il risultato è questo post vergognoso dove io e il Puntoggì (ma anche quelli che erano con noi quel sabato sera) saremmo Apertelevirgolette Persino la dissidenza è parte del conformismo. Per essere “alternativi” basta raccontarsi la rivoluzione prossima ventura il sabato sera di fronte ad una birra e praticare una qualche filosofia orientale. Chiuselevirgolette.
Sono convinta che questo sia contrario alle regole dell’ospitalità e dell’educazione. E anche usare parole come ignoranti e creduloni non è per niente educato, sempre che uno abbia voglia di mantenere aperta un’amicizia.
Vi linco anche la risposta del Puntoggì con cui concordo in pieno.
Il fatto è che trovo fuoriluogo questo tono da piccolo professore pedante che ti vuole spiegare che cosa sia lo scetticismo. Trovo altresì fuoriluogo le affermazioni tagliate con il coltello. E non voglio che qualcuno che crede di aver in mano un metro di giudizio universale si permetta di contestare quello che io decido di pensare. Nello stesso modo in cui la Chiesa Cattolica non ha nessun diritto di dirmi che sono una zoccola in base a un presunto indice di moralità che solo Lei dovrebbe possedere.
Io sono relativista e vivo in pace con il mondo intero perchè rispetto le opinioni del mondo intero. E sono un’illuminista perchè sono veramente convinta che ogni uomo sia dotato di ragione e questo, soprattutto, sia il motivo per cui tutti siamo degni di rispetto. Siamo degni di rispetto noi e i nostri pensieri. E poi ci sono le discussioni, anche accese, belle soprattutto perchè accese. E ognuno si porta a casa pezzi preziosi, spunti di riflessione, nuove idee.
E’ con questo spirito che abbiamo acconto Alecs.
E io ci sono certi giorni che un po’ la capisco la storia della Vandea. Ci si rimane male davanti a chi, ancora, si nasconde dietro al sacro cuore, alla sacra scienza, al sacro ho sempre ragione io.
Io sono andata a dormire, quella sera, con la sensazone di non aver cambiato idea, ma di aver ascoltato delle storie belle, di aver fatto una chiacchierata piacevole, e di aver capito qualcosa in più su come la pensa Alecs. Mi sono divertita.
Questa la candido per il Premio Cappuccetto Rosso.
E non mi rovinerò lo smalto sulla tastiera per ribattere le affermazioni un po’ ingenue e un po’ violente che ci sono su quel post, perchè credo di aver già sufficientemente spiegato come la penso in quello che ho scritto prima che Alecs venisse a trovarci a Genova.
Semplicemente chiuderò dicendo che noi pseudo-rivoluzionari-del-sabato-sera spesso la pensiamo diversamente e ne parliamo. E contiunuiamo a pensarla diversamente. La Betta è credente, io sono agnostica, la Nessi è atea, nessuna di noi la pensa come l’altra, ma ci rispettiamo e dove non arriva una arriva l’altra ed è per questo che la nostra amicizia è preziosa. Paolino gli piace il nucleare, a me fa schifo, alla Strega fa schifo e la Pacefortissima ci lavora dentro. Non è che io penso che la Pacefortissima è una squilibrata perchè si è laureata in una cosa che per me è pericolosa. Il Puntoggì ha piantato la psicoterapia e fa lo sciazzu. Io ho piantato tutto per la psicoterapia, così io gli dò i consigli del dottorfroid e lui mi fa lo sciazzu. Poi piango perchè mi fa male. Poi però sto meglio.
Siamo diversi e ci rispettiamo. E’ questa la nostra forza. Perchè è questo che ci fa imparare sempre nuove cose.
Così queste nuove cose possiamo prenderle e affogarle in una birra-pseudo-rivoluzionaria del sabato sera.
Stronzo.
Attenzione, questo è un post fantasma… 27,Maggio,2009

L’ho scritto oggi, ma lo pubblico appena il Puntoggì dirà la sua sulla faccenda.
Perchè io e il Puntoggì siamo così: lui è il bisturi, io il machete. Lui il laser, io l’atomica. E allora, alla deflagrazione, abbiamo deciso di far precedere l’argomentazione. Perchè a me le argomentazioni mi esplodono anche quando cerco di scriverle leggere e concilianti. Figuriamoci quando, come questa volta, non ho intenzione di andarci giù leggera, e nemmeno conciliante.
Puntoggì, a te la parola…
Resistenza urbana solitaria 26,Maggio,2009

Notte, strada di casa.
Giro con una cacca confezionata in un sacchetto del freezer, la Ganja ha dato del suo meglio, ma in questa città c’è un cestino della spazzatura ogni sei chilometri e da uno all’altro bisogna prendere l’autobus.
Mi cade l’occhio sulla saracinesca di un negozio chiuso. Insieme ai bigliettini delle guardie giurate ci sono due volantini. Della lega.
Controllo gli altri negozi, puliti.
Perchè non solo Dio non esiste, ma non ti capita mai di trovare un leghista che appesta la città dei suoi stupidi volantini mentre giri di notte con una cacca in mano.
Li estraggo con cura.
Li guardo: moschea, immigrati, sicurezza, la foto di uno sbirro davanti a una scuola come se fosse una cosa bella. E apprezzamenti poco gentili sulla sindaca, che non mi piaceva neanche a me, ma allo stato attuale mi lecco le dita e ringrazio.
Così penso che quel negozio chiuso potrebbe essere connivente, penso che ci sarà un motivo per cui hanno lasciato queste schifezze di volantini solo da loro.
La prima idea è di prendere il contenuto caccoso del sacchetto e spargerlo sulla maniglia della sarracinesca.
E se poi sono compagni? E se i leghisti li hanno messi lì come provocazione?
Allora io peggiorerei la situazione.
Guardo la cacca.
Guardo i volantini.
Guardo ancora la cacca.
La appoggio per terra e cerco un foglio. Compongo una frase, lo arrotolo in modo che si legga nella trasparenza del sacchetto, come un messaggio in bottiglia.
“Meglio una cacca che i volantini della lega”.
lettera 24,Maggio,2009

Star of Bethlehem, per quelli che sono stati investiti da un camion e fanno fisioterapia.
L’ho allungato con la grappa alle spezie, zenzero, chiodi di garofano, cannella, scorza d’arancia. Quando ho paura di attraversare la strada ne metto quattro gocce sotto la lingua.
La vita qui nel vicolo rotola veloce verso l’estate, Matilda e Rachele giocano sul terrazzo davanti alla finestra, hanno solo un anno in più. Il mio pezzetto di cielo è sempre più assolato e la Cana comincia a patire il caldo. Non è cambiato molto, forse è per questo che sogno così spesso di cambiar casa. Ho comprato un copri-piumone nuovo perchè quello vecchio me l’hanno rubato, steso ad asciugare.
Ho fatto il cambio degli armadi e, piano piano sto lavando i maglioni. Ho fatto anche una cernita delle cose estive, aspettando i saldi.
Enzo gira per i vicoli in bicicletta. La mia, invece, è stata rapita dall’Uomo Che Pulisce Le Scale, l’avevo legata nel cavedio per passare l’aspirapolvere, e lui ha chiuso la porta a chiave. Così la guardo dalla finestra del bagno ma non posso mai usarla. Un giorno gli lascerò un biglietto: libera la mia bici! Ma adesso ho troppo da fare, gli esami si avvicinano e io vivo a scuola. Adesso che non c’è più nessuno a cui sento di dover preparare la cena corro molto meno e ho tempo per me. In genere lo uso per mettermi lo smalto alle unghie. Mi sento sempre un fiume secco. Cerco di far tornare l’acqua con calma, mi irrigo di film e di libri, mi irrigo con le buone idee e i progetti belli, con le chiacchiere e gli amici e con i sogni, che hanno ricominciato a parlarmi. Aspetto che un giorno tutto questo ricominci a scorrere naturale, senza che io scientemente e caparbiamente lo voglia ogni mattina. Un’ostinata liberazione della mia fantasia. Sto leggendo dei racconti di John Fante, pagine e pagine in cui racconta quello che gli sta intorno mentre riempie cestini di carta, aspettando che l’ispirazione arrivi.
Ieri mi è successa una cosa incredibile: ero a casa che stavo per uscire quando mi scappa l’occhio sul pavimento. C’era uno scarafaggio bello grasso che stava correndo. Io mi sono alzata, senza pensarci, ho preso in mano una ciabatta arancione e l’ho schiacciato. Poi ho tirato su la ciabatta e lui non era morto, così l’ho giustiziato con un altro colpo secco. Poi mi sono seduta sulla poltrona e ho pensato: ci sono voluti quattro anni di analisi e l’inverno di Stalingrado. Ma ho ancora un po’ paura degli aerei. Supereremo anche la paura degli aerei, siamo qui per imparare.
Nello stereo c’è Alì farka Tourè.
Ho due amanti in questo periodo, uno di montagna e uno di mare e, detta così, la mia vita sessuale potrebbe somigliare al menù di una pizzeria. La battutaccia sul tiramisù è d’obbligo.
Di questi amanti uno è molto complicato, parla di primavere tardive, l’altro è lineare come un disegno di seconda elementare, con uno parlo per pomeriggi interi, e non sospetteresti mai qual’è dei due, con l’altro non parliamo mai. Ci teniamo compagnia, ci sosteniamo, ci guardiamo di soppiatto per capire che cosa ci facciamo in quelle case vuote, io e lui, ancora insieme, ma non andiamo mai oltre questo oscuro governo o i libri che leggiamo. Ringrazio che ci siano, questi due amanti, e che ci siano entrambi, in modo che nessuno dei due si mangi a morsi la mia vita. Ma io cerco qualcuno con cui andare a fare la spesa. Qualcuno con cui bere le tisane d’inverno e che, comunque, sia capace, un giorno, di piangere davanti al re di Svezia. Loro non ce la farebbero, neanche sommati.
Fumo sempre old holborn giallo e mi stanno venendo le rughe intorno alla bocca per colpa dei filtri troppo piccoli.
Ho ritrovato mia zia su facebook e ogni tanto mi chiama al telefono: abbelladèziaaa! Dove sei finita che non mi scrivi mai? Ha un accento spassosissimo e fa l’editor di mio zio noioso scrittore cieco. Quando starò meglio le manderò qualcosa di mio.
Ho appeso lo specchio lungo alla porta del bagno. Non so perchè non ci avessi pensato prima, adesso posso specchiarmi senza spostare tutti gli asciugamani e la mia vita è decisamente cambiata in meglio. Il mio telefono è sempre quello che conoscevi, sempre tenuto insieme con lo scoch e ha sempre la stessa suoneria: lachodrom dei litfiba, beati anni novanta.
Io miei capelli stanno crescendo, ma non mi danno noie neanche adesso che c’è questo odioso caldo umido, questo taglio, dopo mille tentativi, è quello giusto.
Audrey si sta riempiedo di fiori bianchi e mia madre ha rapito la pianta di maggiorana per vedere se riesce a resuscitarla con un po’ di sole e di cure.
Ho ricominciato ad affettar verdure. In questo periodo le congelo quasi tutte, così quando mi servono sono già spezzettate e lavate e ci metto poco a cucinare. Serve astuzia a una donna che ha così poco tempo. Serve un po’ di ordine e cercare di andare a letto presto.
Adesso fumerò un’ultima sigaretta e salirò sul soppalco.
Non posso dire di essere felice, ma neanche triste. Cerco di vivere al presente indicativo e concentrarmi sull’attimo, di bere tutto quello che sto facendo e sentirne il gusto. E mi chiedo che gusto mi lascerà in bocca questo periodo, quando sarà passato. Quello che mi fa stare bene è la consapevolezza che non c’è più nessun mostro nell’armadio e che il peggio è passato. Tutto quello che mi può fare del male sono le cose normali della vita che si possono affrontare.
E’ finito anche l’ultimo ciddì di musica del deserto, fuori c’è un vociare di mille lingue diverse, la notte è tiepida e penso che me ne andrò a dormire.
Terra Madre 21,Maggio,2009
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Ieri sera sono andata al cinema a vedere Terra Madre.
E’ un documentario bellissimo, di quelle cose che vedi la sera e la mattina, sull’autobus, ci stai ancora pensando.
E’ un viaggio nel meglio che c’è. Parla degli incontri che ci sono stati nel 2004, 2006 e 2008 della Rete Terra Madre. Fa vedere platee di contadini e pescatori di tutto il mondo, facce belle da farti commuovere. Ho visto un ragazzino di quindici anni del Massachusetts che ha cancellato di colpo la fatica di essere un’insegnante in quest’Italia mediocre, e non era quello che raccontava, non era l’orto biologico della scuola, era il sorriso che aveva. Era l’entusiasmo.
E poi hanno fatto vedere l’arca di noè dei semi che hanno costruito al polonord, dove saranno conservati campioni di tutti i semi del mondo. E poi c’è la storia di un contadino che è visuto cinquant’anni da eremita ma è riuscito a salvaguardare in maniera incredibile il pezzo di terra dove viveva. Arava la terra a mano, perchè il trattore la rovina.
Questa la prima metà del film. Tutta la seconda metà è un viaggio di immagini bellissimo.
Non è solo un documentario, è una ricreazione da questa schifezza di periodo che ci tocca vivere, è una pacca sulla spalla, è una direzione gioiosa, è che non siamo soli, c’è un sacco di gente come noi in giro per il mondo. E’ che ti senti bene quando esci dal cinema, e hai voglia di fare mille cose.
Io tengo d’occhio il sito.
E anche la smetto di dire che in venticinque metri quadri è impossibile fare la raccolta differenziata. E la faccio.
E poi, comune-ty, ricominciamo a parlare di ecologia, decrescita, ecobarbatrucchi e vite sostenibili come facevamo prima di quest’inverno tremendo? Ri-co-nin-cià-mo?
Sull’autobus 20,Maggio,2009
Autobus.
Sette e venti.
Ci sono due ragazzini in età da scuole medie che fanno i ragazzini delle scuole medie, uno seduto davanti all’altro.
Io sono in piedi e li spio.
Ce n’è uno che guarda lo schermo del suo cellulare come se dentro ci fosse tutta la verità sull’omicidio Kennedy e te lo dicessero una volta sola.
Allungo l’occhio.
Naturalmente sullo schermo c’è un porno, che alle sette e venti del mattino ci vuole un ragazzino di quattordici anni.
Me la rido sotto i baffi, mentre l’altro si mette le cuffie dell’i-pod.
Allora il pornofilo, annoiato, comincia a scorrere una galleria di immagini.
E io pensavo: chissà cosa c’è lì…
Ve lo dico che cosa c’era.
C’era Di Canio che fa il saluto romano, c’erano vignette razziste che non sono riuscita a leggere, ma negri era scritto grosso.
C’era un cartello di divieto, con dentro falce e martello.
C’era il mascellone bastardo, vivo e vegeto.
E io ho pensato: adesso lo picchio. Senza che se lo aspetti gli mollo un bello sberlone sulla nuca, così impari a collezionare ’ste cazzate, se non te lo insegnano i tuoi genitori te lo insegno io, cancella tutto e vatti a lavare le mani col sapone. Preso per un’orecchio e strattonato come si usava ai tempi in cui secondo lui si stava meglio.
Proprio così pensavo, di prenderlo per un orecchio, questo ragazzino pulito, che non aveva l’aria del bullo di periferia, che non era rasato, niente buffi berretti, niente tatuaggi equivoci.
Un quattordicenne normale.
Sono scesa dall’autobus prima di cedere alla tentazione, perchè non si insegna bacchettando le mani, tantomeno sgridando e umiliando. Si insegna con calma e parlando e dando l’esempio, secondo me.
Così l’ho lasciato andare. Non avrei potuto far niente per lui, non sull’autobus alle sette e venti del mattino.
Ma però.
Siamo nella merda.
Attenzione…Sopra Lenin! 19,Maggio,2009
Sara mi ha citata sul suo frigorifero!
“Il palazzo della saggezza è lastricato di perite cellule epatiche”
Scusate se cedo, per una volta, a un piccolo momento di vanità. Del resto, in questo periodo incasinato c’è bisogno di tutto. Anzi, se avete dei fiori, dei cioccolatini, delle parole di incoraggiamento e dei bacini che vi avanzano, io me li prendo. Ah, sì.
Cinque considerazioni da fine settimana 18,Maggio,2009
Copriti tranquilla, ci sono io che ti copro le spalle…
La settimana scorsa avevo la testa così stanca che sabato, mentre cercavo di fare il cambio degli armadi, mi venivano in mente situazioni, flash di cose che mi sono successe, come se li avessi sognati, come se giovedì e venerdì, in realtà, avessi dormito. Una sensazione stranissima.
Ho messo via un bel po’ di cose. Man mano le sto lavando con cura e le sto mettendo nelle scatole.
Lo scirocco di domenica si è portato dietro un caldo umido da voler essere al mare. Un caldo da siesta, da lunghe carezze, chiacchiere e lenzuola.
E io, in questo fine settimana ho pensato a me, a come rimbalzano su di me le cose. A quello che faccio io di me. La prima considerazione è una cosa da analista, che forse sarà un post, forse no. Ma intanto la devo verificare.
La seconda cosa è che gli ultimi vestiti del mio ecs sono usciti dalla casa di Aldo Moro. Non mi aspettavo di trovarci ancora qualcosa di suo. La prima tentazione è stata bruciarli in un falò, la seconda buttarli nella spazzatura, la terza lo staccapanni, la quarta in mare, alla faccia dell’inquinamento e la quinta disintegrarli con l’acido. Poi ho parlato con il Puntoggì, ci sono cose che non sapevo. E che mi hanno un po’ stemperato la rabbia. E allora le ho lasciate a lui. Bisogna essere capaci di accompagnare certi pezzi della tua vita alla porta, dolcemente.
E così vengo alle riflessioni di stanotte, che è la terza. Oltre questo, devo essere capace di dare un limite alla follia che tende a sistemarsi nella mia vita, perchè gli uomini che mi scelgo, tranne radiose eccezioni, tendono a tracimare. Perchè sono stanca e non ho bisogno di dichiarazioni d’amore, di offerte di protezione, di aiuto, di felicità. Le grandi passioni che mi tiro dietro mi sfiniscono e poi tanto non vissero felici e contenti neanche in un’altra vita.
E quindi ho pensato che fino adesso ho dato dei limiti per paura, per semplice autismo, perchè avevo voglia di stare sola. Ma non basta. I miei limiti d’ora in poi saranno limiti pensati, perchè, semplicemente, io sto bene con persone fatte così ma a una distanza di sicurezza dalla mia vita, dai miei progetti e dalla mia casa. Nessuno si presenterà più a sorpresa con le valigie, e neanche si scaverà una nicchia di consuetudine, un sì dopo l’altro. Se qualcuno vorrà vivere con me si dovrà presentare con una proposta intelligente, conscio di quello che vuol dire. Una roba da adulto.
E la quarta cosa è che l’estate scorsa mi ero comperata un paio di scarpe meravigliose che non mi ricordavo più e che ho ritrovato quest’anno.
E la quinta è che La Cura di Battiato è una canzone penosa.
E’ una vita piena di sorprese.
Squisiti squilibri 15,Maggio,2009

Sono giorni difficili per me, questi.
Lavoro duemila ore al giorno e sono sotto pressione costante perchè all’Istituto Ultima Spiaggia siamo in tempo di esami e ho mille allievi imparanoiati da seguire come una chioccia. L’Orchetto vede l’estate che si avvicina e ha cominciato a dibattersi come un pesciolino pescato. L’allieva Cattolica somiglia sempre di più all’urlo di Munch e già non era bellina prima. Quella del turistico sta aspettando che le comunichino se ha passato l’idoneità. Se l’ha passata me la ritroverò appollaiata sullo zerbino di casa quando torno alla sera, dai, prof, ripassiamo ancora un po’ prima di andare a dormire. L’unico è l’allievo biondo. Lui non è preoccupato, sorride, arriva in ritardo con le sue magliette assurde da vero duro: pugile di strada figlio di puttana. E vi giuro che, come didascalia alla sua faccia ha un effetto comico esilarante. E poi c’è la quarta da sedare e anche il serale che, arrivata al giovedì, mi dà il colpo di grazia.
Ma questa è cronaca di ogni maledetta primavera.
Il vero problema di questo radioso momento della mia vita è la chimica del mio cervello. Com’è che la chimica finisca sempre per rovinarmi l’esistenza, questo lo ignoro. Sarà qualcosa che c’entra con le mie vite precedenti (…vero Aleks?!?!)
Fatto sta che non ho ancora risolto il problema dell’odiosa pillola che mi ha mischiato gli ormoni come il gioco delle sedie. E di mese in mese va sempre peggio.
Ho appuntamento l’undici giugno con la ginecologa del barrio alto, sperando che lei sia capace di rimettere a posto le cose.
Perchè da metà mese in poi comincio a vivere sulle montagne russe. Per qualche giorno sono iperattiva e contenta. Un po’ troppo iperattiva e contenta, i pensieri vanno velocissimi, ma velocissimi velocissimi. Poi, una mattina mi sveglio stanchissima e comincia la fase discendente in cui mi sento tutti i giorni come se non dormissi da una settimana. Il mondo mi pare un posto ostile. Tutto mi richiede uno sforzo immenso, e dimentico ogni cosa.
Così, con calma, so che nella fase di down devo fare reagire un pochino i miei neurotrasmettitori, e mi regalo i cioccolatini a metà pomeriggio. Un lindòr rosso e un caffè doppio. Poi cerco di andare in palestra il più possibile, perchè ho scoperto che muovermi mi fa sentire più allegra e mi dà una sensazione di pace. Vado un pochino più lenta. E cerco di sospendere i giudizi sulla realtà.
Poi viene sempre un giorno in cui, senza un motivo apparente, gonfio durante la notte, ma tantissimo, metto su anche un chilo e mezzo. Sto così una giornata, con le mani gonfie, le caviglie gonfie, e poi passa improvvisamente, con annesso pomeriggio in cui vado a fare la pipì venti volte. Di solito quel pomeriggio è pieno di lezioni e il bagno della scuola è sempre occupato al momento sbagliato. Perchè il Dio dei Liquidi è crudele e beffardo. E il mal di testa? Vogliamo parlare del mal di testa? E le mestruazioni scomparse da mesi?
Verrà l’undici giugno, lo aspetto come il venticinque aprile dell’ormone. Ieri mi ha sgridata anche la Nalista: ma non ti sembra di averci già una vita abbastanza difficile senza dover aspettare di delirare per farti cambiare la pillola?
Ma certe volte è complicato anche per me distinguere tra gli squilibri del cervello e gli squilibri di tutto il resto.
Maledetti ormoni fascisti…
Un vero vero giallo qui su questo blog…Fico! 14,Maggio,2009
Succedono cose misteriose sul mio blog.
Nei commenti a questo post è comparso un fantomatico Mario Mancinelli che, come avete modo di vedere con il linco, dice cose molto strane.
Evidentemente è un messaggio in codice per qualcuno. Ma chi, e perchè sta usando il mio blog per mandarsi i messaggi segreti? Il link che ha lasciato è invitocerimonia. Ma quale cerimonia? E la mail che lascia? e l’Ip? Sconosciuti, prima degli strani messaggi.
Comincio a pensare a tutte le ipotesi possibili:
La prima cosa è un colpo di stato fascista. Non chiedetemi perchè i fascisti dovrebbero fare un colpo di stato con loro stessi al governo, non so. Ma l’ho pensato molto seriamente. Una roba tipo Vogliamo i colonnelli.
La seconda cosa è un omicidio. Il sicario si mette d’accordo con il mandante in un posto a caso sulla rete. E allora il posto a caso sono io.
Magari una rapina. Il portavalori passa in un certo posto a una certa ora.
O, ancora meglio, l’appuntamento di due amanti clandestini. Mi venderei un rene per averci una storia così d’amore e così clandestina da lasciarsi gli appuntamenti in giro per la rete. Perchè, poi, questi due non facciano come tutti i traditori del mondo che si fanno le caselle mail anonime e segrete, invece, non lo so. Forse lei è sposata con un hacker che la controlla sempre, così lei riesce a fuggire solo per poco tempo, va in un internetcoso, apre un blog a caso e ci butta dentro l’appuntamento. Poi lascia l’url su un foglietto nascosto vicino ai cassonetti della spazzatura (dove ha una scusa per avvicinarsi), e il suo innamorato va a prenderlo.
Ma perchè non ci lascia direttamente l’appuntamento, nei cassonetti? No, questa soria non sta in piedi.
Fatto sta, che, a furia di pensarci su e di far fantasticherie, ho fatto qualche ricerca in rete. Difficilissimo, eh, quando qualcuno ti lascia nome e cognome.
Ma pensavo che fosse falso, ovvio.
Beh, trovo il numero e decido di chiamare.
“Buongiorno, è lei il signore che lascia messaggi misteriosi sul mio blog? Perchè sto morendo di curiosità…”.
E lui mi spiega che è un messaggio per il gestore del ristorante, scusi scusi, per l’inaugurazione di un campetto da calcio, scusiscusi, ma lei lo conosce? Glielo può dire? Scusi, eh…
Mi convince poco. Il numero di telefono c’è. Avrebbe potuto chiamare il ristorante.
Il mistero s’infittisce, e le ipotesi sono ancora tutte aperte.
Beh, quasi tutte!
Preparando il suo prossimo viaggio a ovest… 12,Maggio,2009
Si è accesa una discussione bellissima, nascosta tra i commenti dei miei innocenti fiori di bach.
Quell’ingenuo di Alecs chiude il suo interessantissimo intervento scrivendo:
“Magari ne parliamo per bene durante il mio prossimo viaggio nell’ovest, occhei?”. Io la vedo già una tavolata comune-taria rigorosamente divisa tra scientisti e umanisti, io e la Strega a fianco del Puntoggì, Lo Gnomo del Balcone anche, se no il Puntoggì non lo tratta più. Paolino, sicuro e la Pace, negli scientisti. E poi chissà, adesso non saprei collocare gli altri, ma ci sarebbe un gran casino, da discussione bella. E la Nessi, la Nessi indecisa, in un punto che non sta nella medicina tradizionale, vicino allo sciazzu, ma lontano dai fiori di bach.
Ci vorrebbe un test su Facciabuco: dove ti siederai alla resa dei conti???
Ma però, Alecs, prima della resa dei conti, che io non ho abbastanza voce nè la preparazione del Gìpunto, ti dico che, a mio parere, è il tuo punto di vista che è sbagliato.
E’ un punto di vista dogmatico, occidentocentrico e viziato da una serie di certezze che non sono certezze neanche un po’.
Ti riporto le tue asserzioni che mi hanno fatto venire la pelle d’oca e poi il prurito, e anche l’allergia e le piaghe e l’ernia e la forfora e le doppie punte. Insomma, quelle che non mi sono piaciute neanche un po’, visto che sono relativista, fino al midollo. E non mi permetterei mai di dividere il mondo tra chi sta alle mie regole e chi no.
“Di medicina scientifica ed affidabile ne esiste una sola, le “alternative” sono non-medicine, agopuntura compresa.”
“Non è questione di “approccio culturale”, ma di oggettività scientifica. Le tradizioni sono materia per gli antropologi, non dei medici. C’è un solo metodo scientifico, indipendente dalle diverse culture o tradizioni: le leggi della natura funzionano allo stesso modo a Ginevra, a Toronto ed a Pechino.”
Ecco, per una che è scappata urlando da mamma-chiesa-cattolica è difficile mandare giù giudizi tagliati con l’accetta, così, allo stesso modo.
Facciamo un po’ di chiarezza.
Non è vero che il metodo scientifico è centrale e irrinunciabile. E non è vero che è l’unico criterio possibile di realtà. Il metodo scientifico è stato inventato da noi intorno al milleseicento. E’ figlio di un certo modo di ragionare, della logica. Che ci piace, ci piace tantissimo. Ma non è l’unica branca della filosofia. Il metodo non dà certezza di verità, purtroppo. Ci regala semplicemente l’ordine rassicurante per poterci pensare su.
Non è che possiamo vivere sempre e ragionare sempre con Cartesio seduto sulle ginocchia. Esistono tante cose sulla terra e in cielo e nell’aria e nella testa delle persone, e nascoste fra le dita dei piedi delle persone, che Cartesio non avrebbe potuto immaginare. E forse laforza di gravità obbedirà alla stessa legge a Toronto e a Pechino, non discuto.
Ma la medicina non cura le persone ugualmente a Toronto e a Pechino. Perchè le persone sono natura e sono cultura. Magari la natura ha le sue leggi. Anche se non mi piace. Io non ci credo. Non credo che siano leggi, credo che siano costanti che noi studiamo. E su cui speriamo un sacco, perchè è tremendamente rassicurante pensare che una cosa che sia costante e affidabile nella nostra vita. Detto questo, parlare di Leggi di Natura, con tanto di maiuscole, mi sa di rivoluzione industriale, mi sa di positivismo, mi sa di ritratto di Darwin, quello che sembra Babbo Natale, quello dei libri delle medie. Puzza di vecchio.
Io penso che ci siano delle costanti e che di queste costanti bisogna tener conto. E dico che le costanti sono costanti di natura.
Ma esiste la cultura e la cultura cambia di posto in posto, di famiglia in famiglia, di clan, di stato, di regione. E anche di quello bisogna tener conto, perchè quello che guarisce me non guarisce una persona dall’altra parte del mondo.
Pensa ai danni che ha fatto la psichiatria, in nome di un presunto metodo scientifico e di Leggi certe.
Tempo fa, a un festival di Mantova, sono andata a sentire un etno psichiatra, gente che io adoro. Lui diceva guarda che strano questa cultura occidentale che vuole assolutamente colonizzare tutte le altre e che è impermeabile a tutto. Nell’incontro si impara, ci si scambiano pratiche. Noi esportiamo medicine. E non impariamo niente. Tanto chi non ci ha Cartesio appollaiato sulle ginocchia è un selvaggio.
Ecco, io sono scappata urlando dalla chiesa cattolica perchè i dogmi non fanno per me. E sono relativista, in culo a Ratzinger, perchè la tua opinione deve valere quanto la mia.
Sentirmi fare gli stessi discorsi dagli scienziati mi cascano tutte le cose che mi possono cascare, sento proprio tutto il significato profondo della forza di gravità.
Io sono cresciuta in un ambito culturale occidentale. Quindi quando un maestro di meditazione mi dice che devo fare il vuoto in testa finisco per pensare alle puntate dei cartoni animati. Il mio ragionamento viaggia su binari di logica così come li ha pensati Aristotele. E il metodo Cartesiano io l’adoro, in maniera totale. Ma io so che questa è la mia cultura e la mia formazione che ha degli indubbi lati positivi e anche un sacco di lati negativi. E so che ne so abbastanza e sono abbastanza centrata su me stessa per poter andare a esplorare quello che mi piace delle altre culture, annusarlo, usarlo, eventualmente farlo mio, oppure dimenticarlo. Io credo che questa si chiami apertura. Pensare e assaggiare.
Io me le ricordo le suore che ci dicevano di non parlare con il demonio, giuro. Io sono stata educata a distogliere lo sguardo, a non ascoltare, a non accettare le lusinghe, a non fidarmi di me stessa nè della mia fede, nè che Dio mi avrebbe salvata in corner. Sperimentare non è nell’educazione cattolica che mi è stata impartita.
Così, quando sono diventata grande e quando ho imparato a fidarmi sul serio di me stessa, ho pensato che no, non fosse giusto distogliere le sguardo, che io volevo il fungo che ti fa diventare gigante e la caramella che diventi piccola piccola, voglio passare per le porticine e seguire il bianconiglio.
Non corro nessun rischio. Tanto ci ho un angelo custode, io. Ho Cartesio nel taschino e quando c’è qualcosa che non mi convince, o sono spaventata o sono troppo attratta o semplicemente stanca, posso sempre cavarmela con lui.
La mia vita surreale (non è sempre e solo un complotto della sinistra, a volte è anche colpa mia…) 11,Maggio,2009
Intimità.
C’è una coppia tutta mischiata che sembra un quadro di Klimt.
Lui ha uno sguardo un po’ assorto e un po’ torvo, come i maschi delle canzoni dei Pooh. Lei sta fumando una sigaretta.
Lui: Ti devo dire una cosa…
Pausa
Pausa
Pausa…
Lei: Dai, dimmi
(pensando che negli ultimi sei mesi ha sentito di tutto, ma proprio tutto)
Lui: Ho messo incinta una ragazza
Lei: U! Che storia…
Lui: Ma è colpa tua, sai, è colpa tua… Se io e te eravamo fidanzati e tu mi stavi un po’ più vicina io non c’andavo a fare ’ste cazzate in giro…
Inchinatevi a me, oh lettori…
In nomination per:
- Situazione Surreale 2009
- Premio Speciale Monsieur Malaussène
- Menzione della Giuria Rivelazioni 2009, dopo essersi già aggiudicata a mani basse il 2008
- Miglior protagonista “Relazione Buffa 2009″
E se riuscite a battermi, da qui a dicembre, meritate una cena nel Vicolo da dodici portate…
Orfana di Facebook… 7,Maggio,2009
Per sconfiggere la nostalgia di facciabuco oggi ho fatto il test dei fiori di bach. E ho anche deciso di cominciare a prenderli.
Male che vada, un goccetto ogni tanto male non mi farà.
Hornbeam – Riempio di gioia e di coraggio i miei compiti giornalieri.
Olive – Sento scorrere in me un potenziale energetico
Rock Water – Mi lascio andare e ho fiducia nel corso della vita
Ma soprattutto:
Star of Bethelhem – Ho la forza di superare le mie esperienze traumatiche e di curare me stesso.
Apre l’agorà della Comune-ty!!!! 6,Maggio,2009

Compagni,
In un post della Nessi del 23 aprile mi ero impegnata a fare qualcosa di sinistra ogni settimana. E poi raccontarlo sul blog, in modo da non perdere di vista cosa voglia dire essere un popolo di sinistra in momenti bui e tempestosi come questi.
Allora io, la settimana scorsa, ho raccolto l’appello dell’Attrice Bionda e ho lanciato la proposta di ricominciare a teatrare.
Questa settimana ho continuato e vi dico le novità. La prima è che la sala è libera dal primo di giugno, quindi il primogiugno si comincia anche se viene la guerra nucleare.
Visto che è una roba che inizia d’estate, e non è bello iniziare le cose d’estate, sarà un seminario sul corpo e l’autostima, trattato con metodi teatrali.
Il laboratorio vero e proprio comincerà a settembre e all’organizzo ci penseremo dopo. Ma questo seminario sarà aperto a tutti, teatranti e non teatranti, tanto fa bene a chiunque. E non ci sarò solo io. Io coordino e faccio il lavoro noioso, ma quelli che vengono a insegnarci ce ne sarà uno diverso ogni settimana.
E’ aggratis, e se per caso ci servono dei soldini per il materiale facciamo colletta.
(aperta parentesi radionessi dove la maggior parte dei lettori non capirà una fava, eventualmente saltatela e scusatemi).
A me sembra una cosa bella e chiedo soprattutto ai comune-tari più restii alle cose teatrali organizzate da me di darmi fidacia, che un conto è un laboratorio e un conto è uno spettacolo. Quindi io spero che adesso o a settembre riusciate a partecipare, ma se non riuscite a partecipare, vi prego, non state zitte, almeno aiutatemi a organizzare, datemi i conigli, sostenetemi, che ne ho bisogno. Ho bisogno anche della voce contraria, eventualmente, le critiche, anche aspre, anche dure, per me sono importanti tanto quanto le pacche sulle spalle. Quindi non rinunciate no, dai, per piacere.
(Chiusa parentesi radionessi).
Per quanto riguarda l’organizzazione comunitaria di tutta la cosa, io vi ricordo che Paolino, con il sudore della sua fronte bella, ha creato la pagina
http://partnerpage.google.com/comunety.net
Che dovrebbe essere l’home-page di ognuno di noi. E anche ognuno dovrebbe anche averci la mail con la chiocciiola comune-ty.net.
Chi non ce l’ha si faccia delle domande.
La risposta giusta è sempre: chiedete a Paolino.
Adesso c’è anche il forum.
Lo trovate qui:
http://foro.comunety.net/
Dovete fare così che vi iscrivete con il nome e la passuord.
Lì ci possiamo mettere tutte le discussioni che vogliamo divise per argomenti.
Così usiamo la melalista per le gite e i picchi-nicchi, che sono cose corte e veloci.
E invece il forum per le grandi discussioni di organizzo. Così la Nessi non le viene più un ictus che le intasiamo la posta e tutto rimane più ordinato.
Quindi io aspetto le vostre iscrizioni.
Per piacere, non nicchiate che ci rimango male.
Anche perchè l’idea mia e dell’Attrice Bionda è quella di ricostituire il gruppo musica e spettacolo per finanziare una roba teatrale futura. Ma ne parliamo bene sul forum, ah, se ne parliamo bene.
Perchè il film del Che cominciava sì che erano a casa a farsi la pastazza e a parlare, ma poi partivano per Cuba. E io di qualcosa di fatto con le mani sento un po’ la mancanza.
La discussione sui blog 5,Maggio,2009
La Strega stamattina mi ha fatto un regalone. Giornata lunga, qui al collocamento. E noiosa, e soleggiata che avresti voglia di stringere la mano a tutti, salutare, è stato bello lavorare con voi, e scappare via.
E invece, stamattina, c’era questo post che ripropone la questione del blog come medium.
Io mi ricordavo che una volta, tanto e tanto tempo fa, avevamo già parlato di qualcosa del genere. E così sono andata a riesumare tutto il carteggio.
La Strega, io , il Gabbiano, e poi ancora la Strega.
Si parlava delle cose da scrivere nei blogghi. Si diceva: ma se scrivo gli stracazzi miei e qui ci metto la foto del mio gatto non romperò le palle a tutta la rete? Perchè devo ammorbare altri utenti con le mie inutilità quotidiane?
E, visto che la Comune ragiona, come si diceva, ah, se ragiona, partendo da questa riflessione qui che sembrava morta e sepolta ai tempi in cui ero una fanciulla con gli occhi lucidi d’ammore e contentezza, siamo arrivati a una riflessione ancora più importante:
Che tipo di supporto è il blog? Quanto il supporto influenza la scrittura? E quanto influenza i temi della scrittura?
Perchè ha ragione la Strega, sui libri non si mettono le foto dei gatti e si parla degli affari propri in maniera diversa e più mediata (se non sei Maggiani in è stata una vertigine, in quel caso hai la sensazione di aver aperto la porta del bagno e di averlo sorpreso seduto sul water, leggere per credere).
Ovviamente è importante anche il fattore tempo: il blog, come si diceva, è un mezzo veloce, una cosa mi succede e la scrivo. Per un libro ci vuole tempo. Per un libro, per arrotondare la scrittura, ci vuole scriverlo, riscriverlo e farlo decantare. E allora anche le cose che ci scrivi sopra si arrotondano e si trasfigurano.
E questo, secondo me, è il primo motivo per cui se io vi parlo delle mie storie non vi sembra di leggere Catullo. Catullo le ha vissute, poi le ha pensate, le ha macinate, poi le ha macerate, le ha messe in rima e poi ha fatto quello che i suoi amichetti chiamavano labor limae. Le mie sono storie d’amore novelle, buone per la tavola, le fave e il salame. Le sue sono storie d’amore barricate.
E’ anche il motivo, credo, per cui un lettore non si sente indiscreto, leggendo dell’intimità di Catullo, ma farebbe un po’ strano leggere, allo stesso modo, i miei dettagli di letto, mio-cene-scampi.
E poi c’è il rapporto con i lettori. Se uno va su un blog come lettore sempre può dire la sua, e anche condizionare l’andamento della narrazione. Pensate alla Zaube dei primi tempi, e la Zaube di adesso.
I libri non li puoi commentare, quello che è scritto è scritto. Sono lì, fermi. Sono impermeabili a chi li legge.
Io sono convinta che se Socrate fosse vissuto adesso il blog sì che l’avrebbe scritto, perchè è una forma aperta di narrare dove entra tutto. E’ un libro in forma liquida.
E allora sì che bisogna capire bene come usarlo, questo nuovo strumento che abbiamo per le mani, che si porta dietro una sua lingua, suoi modi, suoi tempi, suoi condizionamenti.
Ma adesso vado a mangiare…
La Mattonella Maledetta, dunque… 4,Maggio,2009
Sono così poco abituata a scrivere, le sere in cui sto a casa, che ci sono voluti dieci minuti buoni a trovare, nel mio medesimo computer, quello stesso computer che mi chiama padrona, un programma di videoscrittura. Cercavo word con la vù doppia blu senza ricordarmi che, in un impeto di ribellione al criminale monopolio della microsoft, avevo installato open offis.
La colonna sonora è un vecchio ciddì che avevo masterizzato ai tempi in cui scrissi (il passato remoto è d’obbligo)la mia prima commedia. Il titolo della compilation è “Tafazzi”, in onore di quel personaggio famoso che passava alla televisione, quando ne possedevo ancora una, vestito solo di una tutina nera aderente, martellandosi le parti basse con una bottiglia di plastica: praticamente l’emblema della mia vita
In questo momento c’è Carmen Consoli, l’ultimo bacio, tanto per dare l’idea, l’ultimo abbraccio mia amata bambina. Forse adesso spengo, perchè mi vengono in mente i tormenti amorosi dolci, ma sono lacrime, lacrime, mentre piove, piove e invece c’è altro di più e di meglio che devo fare stasera. Stasera devo cercarmi una mattonella e scrivere di lei.
Così la prima cosa che dovrei fare è trovarne una e provare ad instaurare un rapporto di amicizia. Ce ne vorrebbe una carina, simpatica, almeno un po’ diversa dalle altre, una mattonella speciale da cui farmi tenere compagnia, stasera.
In cucina non posso andare, le mattonelle della mia cucina non sono pulite come vorrei, ho controllato, mentre mi scongelavo la cena. Ce n’è una abbastanza in alto da non essere mai stata pulita da uno schizzo di hummus che anni fa è volato, qual vittima innocente, durante un litigio acceso, con il mio ex convivente. Le ho promesso che sarà la prima a essere passata con lo straccio alle pulizie di primavera. Sono furba, però, non ho specificato alle pulizie di quale primavera, e lo schizzo di hummus rimarrà lì, come monito, primavera dopo primavera, convivente dopo convivente.
Passo oltre, neanche il pavimento mi dice niente. Forse in bagno, una delle cento mattonelline da bagnoturco che risplendono alla luce dei faretti a basso consumo che da cinque anni chiedono di essere incastrati nel soffitto e penso che magari stasera è la sera buona, magari prendo lo sgabello e incastro i faretti al soffitto. Magari mi viene in mente qualcosa, magari tornando alle origini, io, figlia di una stirpe d’elettricisti, magari a contatto con corrente e fili e lampadine, potrei immaginare una storia da raccontare, magari potrei cominciare a sentire qualcosa, un personaggio che, magari, era nascosto proprio lì dentro, un personaggio che voglia farmi visita. E poi penso che è una scusa banale per non rimanere seduta al piccì, per non fare i compiti neanche stasera, per continuare spudoratamente a lamentarmi agli aperitivi del circolo Virginia Woolf che no, sono bloccata, che non sento più, che non è una questione di tempo, una questione di spazi, una questione di stile, ma una questione di sentimento, non sento più le cose che sentivo prima. E, mentre non sento, avvito lampadine, sistemo faretti, pulisco tracce d’hummus e non scrivo.
Non si fa così.
Allora, in questo modo, ispirata, in tuta e felpa con il cappuccio, in questo modo sola, con la caña che se la dorme serena nella sua cuccia e la gatta che mi guarda, a guisa di gargolla, dall’alto del soppalco, comincio a misurare la stanza con lo sguardo: ce ne sarà una che mi parla. E mi viene da ridere.
La scena è questa: c’è una giovane donna che gira per la casa guardando ostinatamente per terra, ascoltando le canzoni più tristi della storia della musica mondiale, guarda per terra e le viene in mente di tutto, ma niente che si possa scrivere. Niente che non siano i ricordi che il tempo, in cinque anni, ha scavato sul pavimento che si era scelta.
E’ l’ultima canzone. Una mattonella vale l’altra. Decido per quella più vicina al computer, quella che posso guardare scrivendo, e intanto mi alzo di nuovo. E rimetto il ciddì dall’inizio.
Mi passano una serie di pensieri per la testa, la lavastoviglie da accendere prima di andare a dormire, la finestra da aprire, prima di andare a dormire, una lavatrice da fare, sempre prima di andare a dormire, un sorso di coca-cola-zero… forse è quella!
Forse dovrei cominciare a bere qualcosa di più calato nel ruolo qualcosa di più Hemingway un bel bicchiere di whiskey, qualcosa di meno imperialismo yankee: magari sono i fantasmi dei sindacalisti colombiani uccisi dalla coca-cola-company che mi hanno maledetta, per questo non scrivo più, ho fatto incazzare qualcuno nell’aldilà. Ma l’whiskey deve avere cinquantamila maledette calorie al bicchiere e i fantasmi non esistono, e la mattonella è sempre lì che mi guarda come una bambina arrabbiata, vuole attenzione.
Nera è nera: come tutte le altre, del resto. Ha una superficie irregolare, come le altre. Come le sue sorelline è velata leggermente di peli di cane e ha una venatura che la taglia, a tre quarti, se è una cosa fatta in serie ce ne sarà almeno un’altra uguale in tutta la casa o forse ce ne sarà una uguale a casa di qualcun altro. Potrebbe essere una mattonella magica, la pesto con la mia ciabatta arancione toc toc, c’è nessuno? E magari mi rispondono in un’altra casa. Nell’altra casa c’è un’altra donna che ha qualcosa da raccontarmi, c’è un principe azzurro disposto a parlare tramite un pavimento fatato, c’è un gatto che si passa la zampa dietro le orecchie, laggiù pioverà, c’è una nonna che mi invita, domenica a mangiare da lei, e io le porto le paste, c’è una suora che sta dicendo il rosario, c’è un vecchio che ha fatto il partigiano, c’è qualcuno che conosco ma lo scopriamo dopo, c’è la mia metà oscura che vota forza-italia, c’è una sarta cinese, c’è qualcuno che sta suonando uno strumento, c’è una casa vuota da un sacco di tempo dove posso chiudermi quando non voglio farmi trovare da nessuno. Dall’altra parte c’è la jungla e la mia mattonella è precipitata lì da un elicottero, c’è una pantera che ci ha poggiato la zampa sopra, e speriamo che sia una mattonella di sola andata, la mia. Dall’altra parte c’è un locale per l’aperitivo, un giacimento intero di succulenti tramezzini, dall’altra parte c’è lo studio di un pittore, c’è un musicista bohemienne che lavora all’inps, c’è un viado annoiato con le labbra a canotto, c’è il suo barboncino, c’è la scarpa che ho sempre sognato ma non ho mai avuto l’equilibrio necessario.
