
Star of Bethlehem, per quelli che sono stati investiti da un camion e fanno fisioterapia.
L’ho allungato con la grappa alle spezie, zenzero, chiodi di garofano, cannella, scorza d’arancia. Quando ho paura di attraversare la strada ne metto quattro gocce sotto la lingua.
La vita qui nel vicolo rotola veloce verso l’estate, Matilda e Rachele giocano sul terrazzo davanti alla finestra, hanno solo un anno in più. Il mio pezzetto di cielo è sempre più assolato e la Cana comincia a patire il caldo. Non è cambiato molto, forse è per questo che sogno così spesso di cambiar casa. Ho comprato un copri-piumone nuovo perchè quello vecchio me l’hanno rubato, steso ad asciugare.
Ho fatto il cambio degli armadi e, piano piano sto lavando i maglioni. Ho fatto anche una cernita delle cose estive, aspettando i saldi.
Enzo gira per i vicoli in bicicletta. La mia, invece, è stata rapita dall’Uomo Che Pulisce Le Scale, l’avevo legata nel cavedio per passare l’aspirapolvere, e lui ha chiuso la porta a chiave. Così la guardo dalla finestra del bagno ma non posso mai usarla. Un giorno gli lascerò un biglietto: libera la mia bici! Ma adesso ho troppo da fare, gli esami si avvicinano e io vivo a scuola. Adesso che non c’è più nessuno a cui sento di dover preparare la cena corro molto meno e ho tempo per me. In genere lo uso per mettermi lo smalto alle unghie. Mi sento sempre un fiume secco. Cerco di far tornare l’acqua con calma, mi irrigo di film e di libri, mi irrigo con le buone idee e i progetti belli, con le chiacchiere e gli amici e con i sogni, che hanno ricominciato a parlarmi. Aspetto che un giorno tutto questo ricominci a scorrere naturale, senza che io scientemente e caparbiamente lo voglia ogni mattina. Un’ostinata liberazione della mia fantasia. Sto leggendo dei racconti di John Fante, pagine e pagine in cui racconta quello che gli sta intorno mentre riempie cestini di carta, aspettando che l’ispirazione arrivi.
Ieri mi è successa una cosa incredibile: ero a casa che stavo per uscire quando mi scappa l’occhio sul pavimento. C’era uno scarafaggio bello grasso che stava correndo. Io mi sono alzata, senza pensarci, ho preso in mano una ciabatta arancione e l’ho schiacciato. Poi ho tirato su la ciabatta e lui non era morto, così l’ho giustiziato con un altro colpo secco. Poi mi sono seduta sulla poltrona e ho pensato: ci sono voluti quattro anni di analisi e l’inverno di Stalingrado. Ma ho ancora un po’ paura degli aerei. Supereremo anche la paura degli aerei, siamo qui per imparare.
Nello stereo c’è Alì farka Tourè.
Ho due amanti in questo periodo, uno di montagna e uno di mare e, detta così, la mia vita sessuale potrebbe somigliare al menù di una pizzeria. La battutaccia sul tiramisù è d’obbligo.
Di questi amanti uno è molto complicato, parla di primavere tardive, l’altro è lineare come un disegno di seconda elementare, con uno parlo per pomeriggi interi, e non sospetteresti mai qual’è dei due, con l’altro non parliamo mai. Ci teniamo compagnia, ci sosteniamo, ci guardiamo di soppiatto per capire che cosa ci facciamo in quelle case vuote, io e lui, ancora insieme, ma non andiamo mai oltre questo oscuro governo o i libri che leggiamo. Ringrazio che ci siano, questi due amanti, e che ci siano entrambi, in modo che nessuno dei due si mangi a morsi la mia vita. Ma io cerco qualcuno con cui andare a fare la spesa. Qualcuno con cui bere le tisane d’inverno e che, comunque, sia capace, un giorno, di piangere davanti al re di Svezia. Loro non ce la farebbero, neanche sommati.
Fumo sempre old holborn giallo e mi stanno venendo le rughe intorno alla bocca per colpa dei filtri troppo piccoli.
Ho ritrovato mia zia su facebook e ogni tanto mi chiama al telefono: abbelladèziaaa! Dove sei finita che non mi scrivi mai? Ha un accento spassosissimo e fa l’editor di mio zio noioso scrittore cieco. Quando starò meglio le manderò qualcosa di mio.
Ho appeso lo specchio lungo alla porta del bagno. Non so perchè non ci avessi pensato prima, adesso posso specchiarmi senza spostare tutti gli asciugamani e la mia vita è decisamente cambiata in meglio. Il mio telefono è sempre quello che conoscevi, sempre tenuto insieme con lo scoch e ha sempre la stessa suoneria: lachodrom dei litfiba, beati anni novanta.
Io miei capelli stanno crescendo, ma non mi danno noie neanche adesso che c’è questo odioso caldo umido, questo taglio, dopo mille tentativi, è quello giusto.
Audrey si sta riempiedo di fiori bianchi e mia madre ha rapito la pianta di maggiorana per vedere se riesce a resuscitarla con un po’ di sole e di cure.
Ho ricominciato ad affettar verdure. In questo periodo le congelo quasi tutte, così quando mi servono sono già spezzettate e lavate e ci metto poco a cucinare. Serve astuzia a una donna che ha così poco tempo. Serve un po’ di ordine e cercare di andare a letto presto.
Adesso fumerò un’ultima sigaretta e salirò sul soppalco.
Non posso dire di essere felice, ma neanche triste. Cerco di vivere al presente indicativo e concentrarmi sull’attimo, di bere tutto quello che sto facendo e sentirne il gusto. E mi chiedo che gusto mi lascerà in bocca questo periodo, quando sarà passato. Quello che mi fa stare bene è la consapevolezza che non c’è più nessun mostro nell’armadio e che il peggio è passato. Tutto quello che mi può fare del male sono le cose normali della vita che si possono affrontare.
E’ finito anche l’ultimo ciddì di musica del deserto, fuori c’è un vociare di mille lingue diverse, la notte è tiepida e penso che me ne andrò a dormire.

non saprei dirti perché e percome. ma questo postulo mi ha commosso. cogli occhi lucidi, proprio. e chissenefrega del perché e del percome, a ’sti punti. me ne sto commosso. bon. grazie.
ti sei scritta una bella lettera. e quando la rileggerai, tra molto tempo, avrai tenerezza di te stessa. perchè stai su e poi cadi giù e poi ti sai rialzare e stare un equilibrio tra le cose quotidiane che sono l’essenza della vita. che l’eroismo è saper approfittare delle cose quotidiane, delle piante di maggiorana e mi viene anche da ridere perchè poco fa sono scesa al pian terreno a bere un bicchiere d’acqua e sulle scale, prima del cratere all’ingresso (ho comprato le mattonelle!! appena il massetto di cemento asciuga c’avrò un pavimento rustico stile cotto ma di gres lucido che ci puoi perfino pattinare) che dicevo? ah sì, sulle scale. uno scorpione grassoccio. di quelli che ti passa il sonno metti che sale le scale e mi viene a trovare nel lettone. ho preferito non sporcare la mia ciabatta rosso bordò. c’ho steso un pezzo di giornale sopra. e l’ho giustiziato. ma pure il mio è sopravvissuto. e allora ci sono andata d tallone, che la pianta lascia vuoti di pressione. morto spiaccicato.
un bacione amica
cercando un discorso di stalin mi sono trovata il tuo bolg davanti,ho letto questo post e quelli precedenti.uno mi ha spaventata ma non questo anzi in questo ho ritrovato la mia storia.ti sento vicina anche se virtualmente ma io ho ancora molta schifezza nel cuore e nell’anima.
Cometa, cara.
Passa la schifezza, se uno la lascia andare via. Credo.
Ti abbraccio.
E spero di non dover più scrivere post spaventosi.