
Duemilauno.
Io avevo ventiquattro anni e il mercoledì giravo per il centro storico, la mia macchina fotografica zenith al collo, le sue scritte in cirillico. Pesava sei chili, la macchina più l’obiettivo, ed era arrivata a casa mia grazie a mio padre che l’aveva barattata con un vecchio frigorifero su una nave russa.
Genova si stava preparando con le grate, con la saldatura dei tombini, con il centro blindato a vivere il trauma collettivo della nostra generazione. Il nostro undici settembre. Dov’eri tu durante il G8? Ti possono rispondere tutti, anche quelli che sono scappati in Piemonte a mangiare i ravioli.
Otto anni dopo mi ricordo e con le dita cerco di dipanare le cose che sento, ancora un’ombra di paura se penso ai lacrimogeni, la rabbia, la stanchezza, sento tutto il bene che voglio alla gente che c’era, lì, con me, le vecchie alle finestre, quelli che erano a casa, guardavano la televisione e che ci telefonavano, attenzione a Corso Sardegna. E sento che mi dispiace. Mi dispiace per mio padre, mi dispiace per i portuali, mi dispiace per i vecchi delle case del popolo. Cazzarola, proprio a Genova, la città dei partigiani, la città del trenta giugno. Mi dispiace perchè mi sarebbe piaciuto potergli dire: vedi come mi hai insegnato bene? El fascismo quiere conquistar Madrid. Madrid sera la tumba del fascismo.
Non è che abbia funzionato proprio benissimo-benissimo neanche a Madrid. Ma a me il G8 è pesato, neanche fossi un figlio maschio. Mi è pesato il confronto, la brutta figura.
E adesso siamo in questa stagione di mezzo, spaccata e offesa da giorni agonizzanti e disperati, lungo i quali anche i migliori si danno un prezzo.
Duemilanove. E’ mercoledì in questo paese disastrato.
Io sono in ufficio. Il pomodoro gigante che vive sospeso sulla mia testa mi sta distruggendo lo stomaco. E, naturalmente, ho dimenticato la medicina a casa. Il mio regno per un sorso di gaviscon.
Cerco notizie di quello che succede in giro, repubblikit, il manifesto, indymedia, actiong8. Non ci si capisce una fava. Arresti, casino. Il corteo all’Aquila di venerdì si fa o non si fa? E se si fa è giusto andare? Oppure no?
Ma soprattutto checcazzo fai il corteo di venerdì?
Otto anni dopo sono riusciti a confondere anche noi. Pensavamo di essere in un paese di merda, con un governo fascista di merda, con uno stato di polizia di merda, e invece eravamo ancora all’inizio della discesa. Mi chiedo a che punto siamo e dove sta il fondo. E quanto gaviscon mi costerà la risalita.
Ognuno di noi, in questi otto anni, si è impegnato ogni giorno, nel suo lavoro e nelle cose che fa fuori dal lavoro, scrivendo, parlando sull’autobus, facendo la spesa, insegnando, giocando, leggendo, pensando. Ma è come quei paesi dell’entroterra che man mano franano a valle, acquazzone dopo acquazzone, inverno dopo inverno, sempre, impercettibilmente più giù. E poi sui muri vedi le spaccature del fottuto decreto sulla sicurezza, Napolitano, non firmarlo. E’ ovvio che non è costituzionale. Se mi ci metto io a leggerlo sono sicura che un motivo lo trovo, figurati se non lo trovi tu, non firmarlo. Dal ripasso di diritto che ho fatto con l’Orchetto mi sono fatta questa idea che, perquanto preferirei Zoff, in questa partita qui, in questo secondo tempo disperato, il Presidente della Repubblica è il portiere. Ci conviene giocare proprio bene in difesa, ragazzi. Lo sapete che, se disgraziatamente qualcuno, in ufficio, mi dice che è senza permesso di soggiorno, io sono tenuta a chiamare il centotredici per farlo arrestare? E lo sapete che se non lo faccio e c’è Calderoli che mi spia, nascosto tra il pubblico, può chiamare il centotredici e farci arrestare tutti e due?
E’ un paese che sta scivolando e queste sono le crepe sui muri.
Così sono contenta che la Strega faccia i programmi per l’estate, faccia il cineforum e le gite in battello e il riordino dei libri. Perchè si gioca meglio quando si è in squadra, perchè tutti insieme mi fa meno paura, perchè ne possiamo parlare e ci possiamo spiegare e ci possiamo sostenere e ci possiamo far venire le idee.
E, per adesso, mi sa che questa è la nostra resistenza.
