La storia di E.

“E trovo dappertutto la poesia, anche nell’atrio a casa mia, tra odor di chiuso e di brioches”

Chiuso per ferie 29,Agosto,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 3:11 pm

E così è ora di spegnere anche il compiùtero, predere lo zaino e chiudere casa.
Vado a riprendermi la valigia che il mio trisavolo, cent’anni fa ha lasciato a Sarajevo.

Un bacio a tutti.

 

28,Agosto,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 10:38 am

Oggi è l’ultimo giorno di lavoro.
Domani parto, ma la scriverò domani la solita menata sul viaggio, viaggiare, e sulla valigia che lascerò a Sarajevo.
Oggi ci sarebbero un sacco di cose da raccontare, cosine, piccoli aneddoti di tutti i giorni. Il pomeriggio dolce con il mio maestro, ad esempio, un’altra casa vuota, gli spicchi di sole e il vento che gioca con le tende, il suo odore, le chiacchiere, i libri, l’inedito delle nostre vite, che ne avrei fatto a meno, ma è stato molto lieve. Ci vorrebbe un post più lungo, e io avevo in mente di raccontare un’altra cosa, cazzarola.
Allora mettiamo un segnalibro su questo pensiero del mio maestro e sull’educazione sentimantale che mi ha impartito in questi anni, sulla pianta di Leòn e sui personaggi femminili dei film di Clint Eastwood.
Metto un segnalibro e volto pagina così vi racconto che stamattina ero alla fermata dell’autobus, ancora dolorante, ancora indolenzita, già rincoglionita, con un solo antibiotico.
Sento qualcuno che dice qualcosa con un tono aggressivo, ma tiro avanti, non lo sento, ho un orecchio fuori uso. Intuisco solo l’ultimo pezzo: “Andiamo bene solo per lavorare, noi, ignorante e razzista”. Ignorante e razzista me lo dice abbastanza vicino, abbastanza perchè fosse per me, abbastanza perchè io voltassi lo sguardo e mi accorgessi che se non lo stava dicendo a me lo stava dicendo alla campana della raccolta differenziata.
Perchè sono ignorante e razzista?
Non posso fermarlo e chiederglielo, ha una borsa pesantissima, ma è tremendamente agile, il bastardo e sta saltellando via.
Gli avrò tagliato la strada? E’ l’unica ipotesi che riesco a fare.
E penso in che razza di paese ci stiamo trasformando che quell’uomo è così esasperato da pensare che io abbia fatto qualcosa di razzista. E anche penso che stava andando verso la mia porzione di vicoli. L’ho gurdato bene, sicuro lo incontro dinuovo quello, e mi dovrà dare una spiegazione. Razzista io.
Razzista lui, che pensa che io sono una bianca razzista, invece che una stordita con l’otite!

 

26,Agosto,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 8:06 am

Stamattina Il mio cervello sta un po’ più fermo. Ha smesso di fare le capriole, saltare sul letto e contorcersi come un indemoniato se gli chiedevo di fermarsi un secondo.
C’è voluto un mojito che mi ha stroncata e nove ore di sonno. Ma devo valutare, in tutto questo, il contributo dell’ibuprofen che sto prendendo per l’otite.
Fatto sta che i miei deliri di questi giorni stamattina non erano lì che mi aspettavano seduti sul cuscino e devo dire che è stato bellissimo svegliarmi senza un paletto che mi attraversava lo stomaco ma con una piacevole e reale sensazione di dolore lancinante alle orecchie, entrambe.
Sto pensando molto ai miei squisiti squilibri, in questi giorni. Pensavo che fosse la pillola nuova a crearmi una sindrome pre-mestruale tremenda, ma ora, al secondo mese di sospensione le cose non sono cambiate molto.
La mia nuova teoria è che aver vissuto con la sordina per tre anni ha stemperato tutto, anche le sterzate improvvise e i picchi e le montagne russe emotive che vivo. Mi sa che questa è la mia normalità e bisognerà abituarcisi a tenere semplicemente il guinzaglio corto nei giorni in cui mi sento una mosca in un bicchiere. L’importante è fare e farsi meno danni possibili.
L’importante è non cadere dal palco.
Mancano tre giorni alla mia partenza, non ho ancora fatto lo zaino, non ho ancora preso la marca da bollo per il passaporto, non ho idea di cosa portarmi, in compenso sono stata dal parrucchiere.
Alla fine, una volta arrivate a Belgrado andremo a Monstar, o a Sarajevo. Le visiteremo entrabe, curiosando nei dintorni, con una capatina per dare un’occhiata al ponte sulla Drina e una gita a Međugorje, perchè portare a casa  gadget cattolici di posti improbabili non ha prezzo. Da lì proveremo ad andare in Bulgaria dove visiteremo la regione a sud di Sofia, tra terme e monasteri.
Così sapete il mio piano. Ma non vi preoccupate, la mia fida compagna di viaggio, che ama l’organizzazione ben più di me, ha mandato alla Farnesina tutti i nostri dati, dovesse succederci qualcosa Frattini verrà a riprenderla e a finirmi personalmente con un colpo di crick.

 

25,Agosto,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 1:31 pm

Non scrivo neanche oggi.
Ho l’otite, ho sonno e ho il cervello tutto sgangherato.

Domani…

 

24,Agosto,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 10:35 am

E finalmente sono una donna che ha finito i lavori, ha vuotato gli scatoloni, si è depilata e adesso ricomincia ad assomigliare a sè stessa, pronta a riposarsi, una settimana prima della partenza.
Cinque giorni di equilibrio, pace e esercizio dell’occlumanzia. Ci ho il cervello che fa le capriole.

 

Periodo blu 20,Agosto,2009

C’era una volta io che ero una donna innamorata di un uomo che aveva il sorriso delle foto di mio nonno. Tre anni d’amore, giorno più, giorno meno, tre anni di un amore voluto con una tenacia e una caparbietà ottusa. Un amore che si è mangiato tutto il resto, sottraendo ogni giorno un pezzettino, mandando tutti gli altri sentimenti a nascondersi, eliminando la passione, facendo sparire le canzoni e diventando l’unico polo di attenzione. C’era una volta un amore che calamitava tutto verso di sè, un amore per cui niente sembrava troppo, un amore per cui ho sacrificato qualsiasi cosa.
E’ stato un piacere suonare con lui, per tre anni, tutti i giorni e le notti. Brindare all’iceberg, all’acqua che piano piano si alzava, alle scialuppe di salvataggio che non bastavano e, infine, salutare i topi, i penultimi a lasciare la nave. Perchè per ultima scappa sempre la speranza.
E’ andata, come se ne vanno i temporali d’estate, come passano gli incendi.
E poi sono tornati, pian piano, i sentimenti che si erano nascosti, è tornata la passione, sono tornate le voci degli amici, che c’erano anche prima, ma le sentivo lontane, lontanissime sotto lo scrosciare della pioggia.
Così ho svuotato la casa, l’ho cambiata e l’ho riempita dinuovo, diversa, più bella. Ho elaborato il lutto attraverso il sudore, diciamo che ho regalato al mio lutto un gran finale, un meraviglioso finale in stile Almodovar.
Ma ieri sera ho pensato che c’è qualcosa in più, e, se spiegandolo vi sembra una schifezza new-age, beh, pazienza, la sopporterete.
Ieri sera ho pensato che questa casetta nel vicolo si è riempita di tutte le energie belle delle persone che ci hanno lavorato dentro, si è riempita di chiacchiere e di storie, si è riempita di progetti e di sguardi al futuro. La mia casa, ieri sera, con tutti gli scatoloni dentro, con i mobili ancora alla rinfusa, con la cucina mezza montata e il bagno, invece, vuoto, pulsava di felicità.
E’ iniziata in sogno, qualcosa dentro la mia pancia mi chiedeva di farlo. E’ proseguita piangendo sulla spalla del mio Innamorato che fa quello strano mestiere, tra parentesi credo che continuerò a chiamarlo così, nonostante le cose tra noi abbiano ormai preso una piega diversa. Del resto, chi può negare che io sia perdutamente, spudoratamente innamorata di tutte le persone incredibili a cui decido di legare ogni giorno della mia vita, ogni membro della comune-ty, ogni ospite gradito del vicolo, ogni compagno d’attesa di mostri sul molo. Io, da quando sono tornata Io, e sono tornata a sentire, vi guardo tutti e mi godo la sensazione di beatitudine dell’avervi vicino. E così è per quest’Innamorato qui, che con quello strano mestiere che fa è un compagno e rimane il cromosoma ipsilon più intelligente in cui sia inciampata negli ultimi anni.
Così, dicevo che è iniziata con lui che mi consolava e, per farmi contenta, spulciava in mezzo alle mie buste verdi preoccupanti e mi diceva che no, non mi verranno ad arrestare per frode fiscale come Al Capone. E’ continuata cenando sul pavimento e canticchiando le canzoncine degli anni novanta. Poi ci sono stati Paolino e la Pace Fortissima, la stupidera del Puntoggì e della Paola, che ridono come matti, mentre soffrono per i loro amori tutti storti. Poi gli scatoloni sono migrati nel posto dove hanno fatto la nanna aspettando la fine dei lavori. Quindi, con il Biondofratello, che è capace di fare retromarce increbibili con il furgone, e la Nessi, che ha i traslochi direttamente scritti nel dna, tutti i mobili sono finiti in Vico Dolcezza a far sembrare il cortile la casa delle bambole.
Quando è venuto il caldo e tutti sono partiti c’è stata Coraline e la pittura. Poi sono tornati la Ragazza Fuori Moda e il Puntoggì, e solventi, disegni e musica da contrabbandieri del lago, tanto che per il resto della vita assoceremo l’odore dell’acquaragia a Davide Van Des Fros.
E gli amici siciliani, che mai avrei pensato che ci sarebbero stati anche loro in questa fase, sono comparsi, un giorno, a sorpresa. E la Compagna Amber che ha portato la spazzatura. Tonnellate di spazzatura.
Quando è arrivato il momento dell’Esodo, riportando tutto a casa, la Ragazza Fuori Moda, prima di ripartire per la Sicilia (è tutto un via-vai, in questi giorni d’agosto) ha partorito l’idea geniale: abbiamo chiesto aiuto al Maschio dei Balcani.
Io credo di non averne mai parlato qui, ma il Maschio dei Balcani è il mio fratello segreto perduto in Albania. Io ve lo dico subito, a scanso di equivoci, che questo fratello segreto ha tosto venticinque anni e tiene morbide matasse di muscoli appiccicate in posti che una donna eterosessuale nota con piacere e anche confesso che ha un odore di animale giovane che non passa indifferente all’ormone. Ma di venticinquenni traslocatori ce n’è un sacco da guardare, non è quello, non è una faccenda di stereotipi da festa di addio al nubilato. E’ che il Maschio Balcanico ha qualcosa di speciale che non so, o non so ancora definire bene, per cui, quando gli sto vicino, io sono tranquilla. Per me quel ragazzo è un ansiolitico, uno spinello buono, una tazza di latte con il miele. L’ho conosciuto ai tempi di un altro trasloco, avevo appena litigato con questo mio passato amore, era finita in suppliche e mal di stomaco, era finita, come al solito, con me che cercavo di ipnotizzarlo e lui diceva di sì e tanto faceva di no e non se ne usciva. La seconda volta ci siamo visti quando sono partita per le vacanze, appena tagliati i ponti e bruciate le navi e minate le strade con il mio ex-amore, con i dissennatori che mi mordevano le caviglie, il lexotan nella valigia e una faccia da disastro ferroviario. C’era lui e io stavo bene. Credo che sia per il fatto che è la versione extracomunitaria dei maschi con cui sono cresciuta. Potrebbe essere stato copincollato direttamente dai miei anni ottanta e si lega in maniera profonda a quella parte di me che è la ragazzina del carmine, al mio piccolo mondo antico.
Così, negli ultimi due giorni abbiamo caricato e scaricato scatoloni e scatoloni con la mia vita dentro, abbiamo riso, ci siamo presi spietatamente in giro, ci siamo divisi le sigarette, ci siamo raccontati le nostre storie malate, i nostri casini, abbiamo giocato a tirarci l’acqua e a darci gli spintoni.
E questo senso di casa e di tranquillità è stato il collante di tutta questa lenta costruzione, di questo reatauro gentile.
Ieri sera c’è stata la cena di inaugurazione del periodo blu del vicolo, lui non poteva mancare, ma c’era anche il Puntoggì che nel frattempo ha ricominciato a sorridere, c’era l’Avvocata Nostra (salve), c’era Coraline, poi sono arrivati con il cibo anche la Strega e lo Gnomo del Balcone, e il mio vicino suonatore di organetto, e anche un altro vicino, sconosciuto, trovato per caso e invitato.  Una serata bellissima. La prima e perfetta, a inaugurare tutto questo tempo della mia vita che, se lo avessi chiesto un anno fa avrei detto che no, che non lo volevo, che mi faceva tristezza solo il pensiero, che mai, che tutto quello che volevo erano i nostri bambini con i denti accavallati.
E invece la vita mi stava preparando una sorpresa: questo periodo blu. Questo luminoso periodo blu, di cui vi dico grazie, perchè ci siete a tenermi compagnia, perchè la vostra compagnia è la mia preferita, e perchè se continuo a essere così sentimentale in un post già così lungo e così noioso, finirà che mi prendete per il culo fino all’ultimo scatolone svuotato, e quindi la smetto.
Ma però grazie.
Stamattina io vi bacerei tutti uno per uno.

 

20,Agosto,2009

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Operazione Esodo 18,Agosto,2009

Archiviato in: Progetti bislacchi — diversamentequilibrata @ 1:40 pm

Mobili praticamente finiti.
Non ci resta che riportare tutto a casa, tra stasera e domani. E poi potrò godermi un po’ di tranquillità, con la mia casetta pulita e rimessa a nuovo.
Dieci giorni di tranquillità e poi il 29 agosto si parte.
Sono molto stanca e come sempre, quando sono molto stanca, si ammucchiano elenchi sul mio desktop: cose da fare per il trasloco, altre cose da fare a casa. Conti dei soldini che non ci sono, comefarò, comefarò quando torno, cose da portarmi via.
Due giorni e poi potrò dedicarmi alla riapertura degli scatoloni, al ripopolamento della mia cucina. Mi depilerò, mi farò bella, mi aggiusterò tutti questi capelli che sembro tornata dalla Parigi-Dakar e è anche un po’ vero. Mi terrò qualche pomeriggio per andare a leggere al mare, questo week-end verrà mia Sorella e ce ne andremo a prendere il sole felici. La gatta avrà tutta la casa da esplorare e porteremo il Gìpunto a mangiare le focaccine di Crevari alla festa dell’ (mmmmh) dell’? Alla festa dell’, beh, quella che una volta si chiamava Festa dell’Unità.
Con un po’ di buona fortuna ci vorrebbe un Maestro che ritorna dalle vacanze di un umore un po’ meno Bogart e un po’ più Eastwood per partire per Sarajevo con una punta di dolce nel cuore.
Dieci giorni di fine estate, di siesta nel caldo del pomeriggio, il mio ciddì con la preghiera, i rumori della strada e il ramadan che comincia venerdì. Il profumo dell’harira e del thè alla menta alla sera. Il pensierò che andrà al sole che si tuffa nell’oceano, alla perfezione di Essaouira, ci tornerò, prima o poi. Intanto torneranno a casa la mia tagine colorata e le mie spezie, aspettando di vedere la Bosnia durante il Ramadan, aspettando di vedere il mio letto di Monstar, i miei paesaggi dell’Erzegovina, la frontiera con la Bulgaria, e pensare ancora che ci devo tornare, che sarebbe un posto dove vivere, come tutte le volte che vado in qualche posto. E poi, quando mi penso con lo zaino mi passano anche gli elenchi e le preoccupazioni per i soldi, e per il futuro, e per i prossimi due giorni che però sono gli ultimi, e va bene così.

 

14,Agosto,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 9:14 am

Mi sto rileggendo.
Ci penso un po’, e poi scriverò delle cose.
Per adesso ho una certezza. Due cose ho fatto come si deve in questi ultimi tre anni: l’analista e questo blog.
Ma ci penso un po’.
E poi lo scrivo.

 

Oggi mi occupo di progettare il mio viaggio… 13,Agosto,2009

Archiviato in: Progetti bislacchi — diversamentequilibrata @ 12:40 pm

C’è nessuno che è stato recentemente sui balcani e mi può consigliare cose?

 

Faidatè/Autodafè 12,Agosto,2009

Occhei, la parte faticosa dei lavori, ri-trasloco escluso, è finita.
Io sono stanca come se avessi fatto una scampagnata di dodici ore, cantando da sola l’anello del nibelungo, veloce veloce perchè se no non mi ci stava il crepuscolo degli dei, e poi fossi stata a un rave.
Stasera, venisse a trovarmi Marlon Brando in persona, sarò a nanna alle nove di sera, lo giuro.
Ieri pomeriggio Coraline si è presa una pausa e ho finito i lavori con La Ragazza Fuori Moda e la sua amica con i problemi sentimantali. Pitturi, chiacchieri, ti racconti: è molto bello. Mi chiedo di che cosa parlino i muratori veri nei cantieri, mi chiedo in che lingua, cosa si raccontino.
Più tardi è passata anche la mia Meravigliosa Amica Siciliana, che è a Genova per una settimana. E’ stato bello vedere parti diverse della mia vita tutte nella casa del vicolo in ristrutturazione, come le fate della Bella Addormentata nel Bosco, ognuna mette quello che sa fare, anche il thè, anche l’occhio non ancora abituato che scova i pezzettini rimasti bianchi. 
Il cavo della macchina fotografica è ancora scappato di casa, sto pensando di mettere la sua foto sui cartoni del latte e appiccicata alle fermate degli autobus. Per adesso, quindi, ancora niente immagini da postare qui.
Oggi tolgo i giornali e lo scotch di carta, raschio un po’ il pavimento e dò il mordente ai pochi mobili che non hanno chiesto asilo politico nel giardino di Vico Dolcezza. Quindi aspetto gli Elfi domestici per il preventivo.
Ho sentito due cooperative, fino adesso, una viene oggi pomeriggio, l’altra mi ha chiesto quattrocento euri sulla fiducia, senza neanche venire a dare un’occhiata. Io ne ho preventivati al massimomassimo duecento. Se me ne chiedono di più dovrò escogitare un piano B.
Non so neanche io quale, forse darò fuoco alla casa e scapperò in Argentina, piuttosto che doverla pulire da sola.

 

11,Agosto,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 10:48 am

Abbiamo quasi finito.
Manca la seconda mano di violetto alle pareti del bagno, i ritocchi più scuri alla stanza, e devo valutare la questione della seconda mano di verde in cucina. La ragazza fuori moda dice che va bene così, che ci sono tutte le pennellate incasinate che potrebbe anche sembrare fatto apposta. Io, se dò un’altra mano di verde le incasino uguale le pennellate. Sono molto indecisa.
Tantopiù che stanotte ho sognato che i miei muri tutti belli colorati si riempivano di muffa, pessimo avvertimento.
Gli elfi domestici vengono domani a dirmi quanti soldini mi chiedono per far risplendere splendente di pulito tutta la casa, spennellerò mordente sui mobili sopravvissuti, nel frattempo.
Poi si passerà al lavoro serio di restauro della credenza e degli scaffali sul terrazzo della Nessi.
Il peggio è passato.
Presto tornerà anche il Puntoggì e la mia vita finirà per sembrare quasi normale, sebbene, evidentemente, io la percepisca con la muffa sui muri.
L’umore del secondo giorno del ciclo è micidiale. Il secondo giorno è il giorno dell’apocalisse moriremo tutti entro venerdì, è il giorno in cui vorresti averci la palla di cristallo e vedere, vedere cosa c’è più in là, il secondo giorno è la certezza che non ci ho mai azzeccato e non ci azzeccherò mai, è la voglia di tornare a casa e trovarci un uomo con la pancia, raggomitolarcisi vicino come una gatta. Il secondo giorno è il giorno buio, muschioso e malinconico. Il secondo giorno se era una pianta era una felce, se era una poesia era crepuscolare, se era un piatto era il riso con la zucca che faceva mia nonna: riso, zucca bollita e schiacciata, una tonnellata tra burro e parmigiano. Il secondo giorno, se era una domenica, voleva la pioggia d’autunno, poltrona, coperta, tisana e divuddì. E’ un bambino con la mano appiccicosa, è l’odore delle scatole del presepe, è il momento esatto in cui senti l’odore della pioggia sull’asfalto, e l’umidità che sale.
Bisogna conviverci con questa nostalgia del secondo giorno. Con la pillola non mi succedeva, ma quando è tornata me la sono ricordata, sissì,l’ho sempre avuta.

 

Ancora edilizia 10,Agosto,2009

Lunedì.
E va tutto molto meglio.
Questo week-end è stato disseminato di piccole sventure, una serie di sfortunati eventi, ma, devo dire, l’idea di andare a dormire in una casa senza che il tragitto dalla cucina al letto sembri una gita alla Sagrada Familia mi ha rincuorato. E poi c’è che dalla prospettiva della vasca da bagno del Puntoggì tutto sembra più sopportabile, anche la pittura che si incrosta in mezzo alle dita dei piedi.
La prima mano di colore, ormai, è data in tutte e tre le stanze: adesso il bagno è di un bel viola-meditazione, la stanza è celeste-oceano-atlantico e la cucina verde-vispa-teresa.
Peccato per l’odore di carogna che aleggia un po’ in tutta la casa, nonostante i tentativi di pulire e cambiare l’aria.
Venerdì ho telefonato al Puntoggì, presa dalla disperazione. Cirano è impazzito, sta male, mi fa orribili dispetti del tipo cacca nella doccia. E poi fa la pipì in cucina.
Tolgo la cacca dalla doccia e lavo per terra in cucina.
Nel frattempo io e l’amica Coraline spargiamo fissativo sui muri. Non chiedetemi cos’è il fissativo, va messo e basta. E mica a caso, come abbiamo fatto noi, tanto è trasparente. Il fissativo va proprio spalmato bene, ve lo dico col senno di poi.
Torno in cucina. Cirano ha fatto ancora pipì.
Trattengo la voglia di ucciderlo e dire a Guido che è stato rapito da una ronda di cacciatori piemontesi.
Ri-lavo il pavimento.
E cominciamo a mettere lo scotch di carta per pitturare proprio bene dritto senza andare fuori dai margini.
Torno in cucina.
Sposto leggermente il freezer.
Sotto è bagnato e penso: non si è asciugato bene.
Poi un lampo.
Un brivido lungo la schiena che finisce con una stretta allo stomaco.
La luce del freezer è spenta.
Tutto è scongelato, irrimediabilmente scongelato.
Per prima cosa chiedo scusa a Cirano.
E poi faccio l’inventario del cibo che dovrò obbligatoriamente cucinare e consumare: due chili di minestrone, cinque pacchetti di bollito, due pacchetti di lingua, un pesce non meglio identificato, qualche delizioso bastoncino di surimi, medaglioni di nasello, otto, un tupperino di crema di formaggi, un ossobuco, due fettine d’annata, un pezzo di fegato e mezza busta di piselli.
Il resto non si può tenere e mi si distrugge il cuore pezzettino dopo pezzettino, a ogni sacchettino di pesto liquefatto, pesto di ortiche, di rucola, di basilico e zucchine.  Tutto da buttare, le fragoline, la pasta fresca della mia mamma, tutto un’orrenda poltiglia.
Mi faccio coraggio: si è visto di peggio.
Butto nel frigo il salvabile, sono condannata a una settimana di bollito-forzato.
Mentre Coraline finisce di spennellare le pareti con quella roba bianca e appiccicosa io metto le mie cose nei sacchetti della coop, come una profuga, diosà perchè non ho un borsone. Arriva l’Amicapaola con le pene d’amore, ma è il giorno sbagliato per averci le pene d’amore, perchè siamo stanche e ormai la ridarola si è impossessata di noi. Trasportiamo i primi sacchetti: la roba scongelata e la spazzatura dove è finita qualsiasi cosa dai cadaveri del freezer a poco probabili rifiuti organici. Arrivate dal Puntoggì un sacchetto comincia a sgocciolare sangue, l’Amicapaola, nota giallista, ci fa notare che, tecnicamente, io e Coraline siamo due donne che stanno cancellando tracce di sangue dal frigorifero di un uomo che non è in casa, forse è partito o forse è finito a pezzi nel freezer.
Il secondo giro sono vestiti e la famigerata borsa di Naomi Campbell, dove ho messo il minimo indispensabile in fatto di creme e truccosetti. Pesa come un morto grasso e comincia a essere difficile convincere l’Amicapaola che l’olio per il corpo menta e limone è importante come quello zenzero e cannella e come quello ai fiori di bach e che non posso farne a meno.
Il terzo giro è la gatta, imbragata in un guinzaglio per gatti e trasportata in una borsa di juta. Pensavo peggio, pensavo che si spaventasse molto, invece se l’è goduta tutta quella passeggiata lungo via della Maddalena. Giusto a metà di via della Maddalena, però, sentiamo un rumore come un camion che stesse scaricando ghiaia. Mi giro, l’Amicapaola mi guarda come se avesse appena scoreggiato rumorosissimamente, un misto di vergogna e di odio che deve ancora decidere dove indirizzarsi: la cassettina del gatto si è aperta e ha rovesciato sabbia e escrementi ovunque.
Scambiamo uno sguardo risoluto e complice tipo le Charli’s Angels e, senza dirci una parola scappiamo via e ci volatilizziamo.
Ma il trasbordo è finito e anche la giornata più lunga di tutte.
Sabato e domenica si è pitturato a oltranza e nessun maschio potrebbe credere che dopo tre giorni di lavoro, due persone, non abbiamo ancora finito.
Curiosamente il mio Innamorato dallo strano mestiere, a proposito di maschi a cui raccontare cose, si è volatilizzato, non un cenno, non un saluto, nulla. Sparito nel nulla dopo i miei capricci di giovedì.
Io, di mio, ho deciso che ho chiuso con il genere maschile almeno fino a quando partirò per la Bosnia. Un periodo di armonia con il mondo, tranquillità e meditazione. Un periodo di riequilibratura di me stessa.
L’unica cosa che mi concedo è sorridere al fruttivendolo sotto casa del Puntoggì, che è il minimo sindacale.
Oggi andrò da Castorama a prendere la pittura che mi manca, altro scotch di carta e qualche cosa che mi tornerà in mente solo quando sarà troppo tardi.
Altri due giorni per i muri.
Poi, mentre gli Elfi Domestici pulicono tutto il pulibile, ristrutturerò i mobili.
Ovviamente non ho ancora contattato gli Elfi Domestici: ho perso il numero.
Quando i mobili saranno asciutti, e gli Elfi avranno sterilizzato ogni superficie di quel luogo che chiamo casa, presumibilmente il prossimo week-end, a essere personcine oltremodo ottimiste, ci sarà da ri-trasportare tutto nel vicolo.
E sarà allora che avrò bisogno di ogni braccio, di ogni muscolo, ogni nervo e ogni goccia di sangue di comune-tari e extra-comune-tari ancora in città.
Ci vuole qualcuno che carichi e scarichi il furgone, ma anche quelli con i consigli su dove mettere la roba, quelli che fanno il thè, quelli che danno una rispolverata alle cose, quelli che sono capaci di usare il trapano, quelli che sanno dove vanno i fili dello stereo, quelli che non distruggono una parete per piantare un chiodo, quelli che passano la spirapolvere, quelli che, con la scusa, si fanno anche due chiacchiere.
Ieri sera, passando il verde in cucina, pensavo a questa cosa qui, pensavo che questo agosto è come un bagno turco.
S’ha da sudare.

 

Ultime notizie dal cantiere… 7,Agosto,2009

Stamattina non ce la facevo, no, ad alzarmi e ho anche valutato, nel dormiveglia, la possibilità di dare le dimissioni immediate, lasciare la casa a un’agenzia, per venderla e scappare a Cuba.
Metto su un chiosco che fa le piadine romagnole. Mi dovrà servire, prima o poi, nella vita, l’aver avuto una nonna romagnola. Potrei mettermi d’accordo con l’associazione italia-cuba per farmi portare il sangiovese. Avrei un successone. Magari non divento ricca, però mi passo il week-end su un’amaca, un mojito in una mano, un libro nell’altra e un fidanzato mulatto, che mi gira per casa chiamandomi Amòr, come solo i cubani. Una specie di Hemingway in versione lambrusco-salsiccia.
Pensavo a questo quando sono salita su un trentaquattro affollato e in ritardo. C’era un uomo seduto davanti a me con un cartellino appuntato sulla camicia: scritta bianca su fondo azzurro acceso “Siate vigilanti!”.
Bizzarro.
Poi mi guardo intorno e realizzo: sono circondata. Tutto il resto dell’autobus, tranne me e un ragazzino che sembra Syd Barrett hanno lo stesso cartellino addosso.
“Siate vigilanti!”, col punto esclamativo.
Forse mi sarei sentita meno precipitata in un film di fantascienza degli anni cinquanta se fossi stata un po’ più sveglia, o anche un po’ meno disperata, o se avessi avuto il tempo di farmi una doccia.
Ieri la vita è rimasta ferma, inutile e in bilico fino alle quattremmezza ed è scivolata nel delirio dalle quattro e trentuno in poi.
Sono uscita dall’ufficio al telefono con mia madre che mi avvisava che oggi sarebbe partita per le vacanze. Mia madre e le sue partenze bibliche, esodi improvvisi e faticosissimi. E questo è il motivo per cui io parto con il bagaglio a mano, dovessi stare via un mese.
Il fatto è che mia madre si porta in vacanza la Cana e vuole sia pulita, linda e pettinata, lavata di fresco e profumata. E io non ce l’avevo il tempo di lavarla, con la casa esplosa, i lavori da fare.
Vado da una toelettatura per cani e prendo il primo appuntamento disponibile: stamattina dieci e trenta.
Io non posso portarla, lo chiedo a lei.
E lei esplode, perchè non ce la fa, perchè deve partire, perchè deve fare i bagagli, perchè avrei dovuto farlo prima, perchè lo sapevo, perchè me ne frego del mondo e altre cose da mamma sull’orlo di una crisi di nervi.
Nel frattempo io ho caldo, ho la pressione ai minimi storici, la pressione-salma-di-lenin, nel frattempo mancano due giorni al mio ciclo e sono arrabbiata da morire con il mondo in generale, e con questa mamma, in particolare, su cui non si può mai contare, che mi fa cadere i favori dall’alto, che si comparta con me come se fosse un top-manager degli anni ottanta che non ha tempo, non ha mai tempo. Nè ha voglia, nè ha energie. E poi si vede che mi odia anche un po’.
E vi giuro che la sensazione di stare sulle palle alla propria madre è orribile, specie prima delle mestruazioni, specie in mezzo ai lavori di casa, specie dopo l’inverno di Stalingrado che ho passato, specie quando ci si mette di  mezzo anche la sensazione che, invece, il tuo Biondofratello no, lui lo ama.
Lo so che sto delirando, c’è una vocina dentro di me che, in maniera molto calma e professionale, mi dice che non mi sono pagata quattro anni di analisi per rispondere ai capricci di mia madre con i miei capricci, che non sarà urlare più forte di lei che la convincerà ad ascoltarmi, che bisogna prima respirare due volte o tre, e profondamente. E poi sparare.
Così disdico l’appuntamento con l’uomo che lava i cani e vado a casa di mia madre. Respiro, conto fino a tre, poi respiro ancora e più profondamente, poi conto dinuovo fino a tre e comincio a urlare, faccio uno show inutile di una ventina di minuti e esco sbattendo la porta. Ma prima di uscire sbattendo la porta le programmo la sveglia del telefonino alle sei e dieci, l’ora in cui mi alzo, tanto per darle un’idea del mondo dal mio punto di vista.
Sono una stronza.
Sono più arrabbiata con me che con lei. Ancora non sono capace di tenere la giusta distanza, so che tornerò a casa, farò i miei lavori e poi non sarò capace di non lavare la Cana, in qualche modo. Non ce la faccio a dirle di no.
Sotto sotto so che finirò a casa del Puntoggì a un orario assurdo per lavarla nella sua vasca.
A casa mi aspetta Coraline, l’amica che mi sta dando una mano a fare i lavori. Ci stiamo appassionando all’edilizia, non c’è che dire. Ci raccontiamo le cose mentre sudiamo e raschiamo e incolliamo scotch di carta. A un certo punto arriva mio padre a portarmi una scala pesante. Non mi dice niente, ma io lo so che lui lo sa che cos’è per me questo lavoro qui di riordino della mia vita. Che non avrei potuto lasciarla così la mia casa. Che l’ultimo atto di elaborazione del lutto è concedermi un posto nuovo, per la mia vita nuova. Concedermi un universo privato che sia mio e dove non spuntino lettere d’amore a sorpresa a tagliarmi le gambe.
Non le ho buttate, le ho chiuse dentro l’opera omnia di Virginia Woolf. Paolino ebbe da dire che è quello che si merita un uomo come il mio ex: essere chiuso per sempre dentro le seghe mentali di una vecchia lesbica.
Io lo adoro il cinismo dissacratore di Paolino, tutte dovremmo averne uno a portata di mano, di Paolino, al momento giusto.
Quindi mio padre non mi dice niente, ma solo fa la parte di mio padre, consiglia cose, guarda il barattolo dello stucco con espressione shakespeariana. Io interpreto questa cosa qui di essermi venuto a portare la scala pesante come un regalino, come quando i gatti ti lasciano le prede che hanno cacciato. Non mi dirà mai quello che vorrei sentirmi dire, che è orgoglioso di me, ma ho imparato ad accontentarmi di quello che il suo autismo mi concede.
Alle nove di sera io e Coraline abbiamo finito di carteggiare lo stucco e abbiamo appiccicato tutto lo scotch di carta che avevamo, siamo stanche e sudate.
Io mi scrollo un po’ di polvere di dosso, mi vesto e esco. Devo andare in Vico Dolcezza a dare da mangiare al Piccolo Siberia che mi aspetta.
Mentre cerco la sua scatoletta mi sovviene che la Nessi mi aveva parlato di un tupper di lenticchie, lo trovo e ringrazio tutto il creato per avere messo una cena sulla mia strada, in quel momento difficile. Sono fredde, però, e se qualcuno di voi ha mai avuto la sensazione di essersi mangiato un alieno vivo, non ha mai provato un piatto freddo di lenticchie a due giorni dalle mestruazioni. Dopo le lenticchie trovo nel frigo anche un budino alla vaniglia. Decido che me lo merito. Saranno più di vent’anni che non assaggio un budino in scatola, dalle elementari, forse. Hanno un gusto rassicurante i budini alla vaniglia. Mi scende anche una lacrimuccia mentre lo mangio, è la prima cosa piacevole che faccio durante la giornata. Mi sono andata a cacciare in una bella situazione di merda , che cavolo mi è venuto in mente.
Ricomincia la lagna da capo.
Se questa fosse la sceneggiatura di un film francese sicuro sarebbe il momento di inserire un innamorato che sta staccando dal suo strano mestiere. Un innamorato che, dal primo momento in cui mi ha conosciuta mi ha detto che ci sarebbe stato, nel bene, e va bene, ma anche nel male, eh, mi raccomando,una spalla su cui piangere, un aiuto, qualcosa, usami, sul serio. Sono qui per renderti migliore la vita.
Lui chiama, io sto finendo il budino. Lancio un razzo di segnalazione dal fondo del tunnel, ehi, c’è nessuno? Ti ricordi quando mi dicevi che c’eri? Essici! Dai, è il momento giusto.
E invece lui è confuso, non sa cosa fare, non sa cosa dire, si è cucito un ruolo addosso che non è suo. E sa che sta giocando con il Pifferaio Magico, sa che ha fatto promesse e adesso si rende conto che non può mantenerle, bella situazione schifosa, anche la sua. Vorrei aiutarlo ma sono arrabbiata.
E’ tutto il giorno che c’è una parte di me che sfumazza seduta in poltrona analizzando la situazione in modo calmo, freddo e corretto. E poi c’è il resto di me che è esploso.
Provo a parlargli, non c’è verso. Riesco solo ad avvitarmi in una cazzo di spirale di risentimento nei confronti del mondo intero. L’unica cosa che mi viene in mente è quella scena di Via col Vento dove quella donna riesce a fare tanto casino quanto me, ma Rhett Butler ha una prontezza di riflessi notevole, se la carica sulle spalle e la porta in camera da letto. La scena dopo è una Vivien Leigh con un sorriso smagliante.
Anche io volevo un sorriso smagliante tutto mio.
Ma se è un uomo Rhett Butler quello di cui ho bisogno, uno che sia capace, al momento giusto, di sedarmi, ho sbagliato persona.
Anzi, ho sbagliato persona in generale. Gli mando un messaggio: chiudiamola qui. Meglio chiuderla che pensare di sentirlo il giorno dopo, come se niente fosse. Non sopporto di delirare davanti a persone troppo regolari. Un conto è delirare tra noi, un giorno io e un giorno tu, ci diamo una mano.
Quindi, nel tragitto tra Vico Dolcezza e la Bat-caverna, dove sto andando a lavare la Cana, riesco anche a lasciare l’innamorato.
Arrivo a casa del Puntoggì, faccio per aprire il portone.
Chiuso.
La chiave non gira.
Non c’è verso.
L’hanno cambiata.
A quell’ora non posso chiamare nessuno per farmi aprire.
Piango un po’, appoggiata al portone, mi faccio coraggio, mando un sms a mia madre: G. ha cambiato le chiavi del portone, non posso lavare il cane. Se vuoi puoi lasciarla a casa, preferisco tenermi il cane che sentire te.
Quindi alle undici crollo, in maniera definitiva.
E riaccendo il cervello solo sull’autobus, circondata dai cartellini: “Siate vigilanti!”
Hanno ragione loro, gli alieni, bisogna vigilare sulla propria salute e sul proprio equilibrio. Lo dicevamo con Coraline, tempo fa, non c’è n’è all’infinito di energie. Non è come quando avevamo vent’anni. Bisogna avere il senso della riserva e, a un certo punto, dire basta, dire non ce la faccio, dire è troppo per me.
Così io oggi prendo Cirano e la Gattamelata e trasloco nella Bat-caverna, a tempo indeterminato. In modo da avere un posto dove farmi la doccia, la sera, e staccare. E poi penserò, leggerò e starò un po’ zitta, ho bisogno di stare tranquilla. Progetterò il mio viaggio. Mangerò sano. Guarderò qualche film.
Capovolgerò questo periodo frenetico in un periodo di cura per me e per la mia casa.
Alla ricerca dell’equilibrio perduto.
Dovevo prendere il trentaquattro con gli alieni per arrivarci.
Siate vigilanti…

 

6,Agosto,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 12:59 pm
 

Progetti bellissimi 5,Agosto,2009

Oggi va meglio.
Ho ritrovato il passaporto. L’ho ritrovato nello scatolone in fondo all’ultima pila, in terza fila, dentro il magazzino dove ci sono le mie cose che fanno la nanna aspettando che tutto sia bellissimo, a casa, per accoglierle dinuovo.
Ieri, poi, ho deciso la nuova disposizione dei mobili. Ce l’ho fatta anche a farci stare una specie scrivania.
Vi faccio vedere i disegni…

Questo qui sotto è il progetto del mio nuovo angolo-libereia-scrivania.

Immagine

E qui c’è il progetto di tutta la casa.

Vic'olio

Dovevo fare l’architetto, di lavoro, io…

 

4,Agosto,2009

Archiviato in: Progetti bislacchi — diversamentequilibrata @ 2:01 pm

Martedì.
Vi dico che c’è un calendario dei lavori, adesso che ho finito di far scatoloni e portare via cose da casa.
Esco da questo luogo gelato e noioso fra poco.
E poi vado a casa dei miei a prendere tutti gli strumenti del mestiere: nastro di carta, pennelli, rulli acquaragia, giornali, scala lunga lunga, carteggiatrice e spatole varie.
Poi vado a casa.
Comincio a decidere come voglio riposizionare i mobili.
Tanto il Puntoggì non c’è e ne approfitto, che questa cosa di spostare i mobili a lui lo ansia un sacco.
Mi faccio un disegno così non mi dimentico.
Arriva mio fratello.
Carichiamo sul furgone i suddetti mobili.
Li portiamo dalla Nessi.
Vado a cercare negli scatoloni stivati uno sopra l’altro in un magazzino piccolissimo, quello dei documenti, dove giace, speriamo, il mio passaporto.
Se ho perso il passaporto la mia Compagna di Viaggio mi uccide. Mi impicca con le mie interiora, ne sono sicura. Pregate che il mio passaporto sia lì.
E ho tanta voglia di uscire da qui.

 

Ogginò. 3,Agosto,2009

Archiviato in: Prossima fermata Lourdes — diversamentequilibrata @ 8:02 am

Stamattina è una mattina di quelle no.
Stamattina, se potevo, mandavo a quel paese il lavoro, la pittura di casa, mandavo a quel paese la cana che deve uscire, le cose da fare, e me ne andavo al mare. E poi mi accorgevo che c’è un tempo schifoso.
Ci sono quelle mattine così, che non c’è niente che funziona, mille utenti fuori dalla porta, l’autobus che non arriva mai, un senso di nervosismo sulla pelle.
Stamattina, mentre una parte di me bestemmiava perchè l’amt vanifica tutti i miei tentativi di arrivare in ufficio in orario, l’altra parte di me si stava chiedendo dove minchia ho messo il passaporto. Ho svuotato tutta la casa, non mi ricordo di averlo visto.
Poi sono arrivata in ufficio e mentre una parte di me si infastidiva per ogni minuzia: la scarsa igiene orale dei colleghi, l’adorazione al direttore, la voglia di fare le chiacchiere che hanno tutti quelli che passano davanti alla mia scrivania, cristosanto, sono proprio sulla rotta che va dalla porta alla macchinetta della timbratura, è micidiale. Dovrei mettere un cartello, “stamattina no, grazie!. E mentre una parte di me, dicevo, era infastidita da tutto il mondo, l’altra parte di me leggeva l’estratto conto della banca e si sparava un colpo in testa come Raoul Gardini.
Calcolo i giorni: è la settimana sbagliata, non sono io. Sono i miei ormoni, non sono io. E’ il mio cervello che funziona come windows vista, certe mattine bisognerebbe chiudere tutte le finestre, arrestare il sistema, far raffreddare tutto e, se mai, ricominciare.
Stanotte, a dispetto delle poche ore di sonno, già nervose, già infastidite, già troppo calde e troppo umide; a dispetto di una notte di tre ore, in cui, a sorpresa, le zanzare erano talmente fameliche da cibarsi anche di me. Maledette zanzare, mentre mi risicchiavano senza pietà, io stanotte ho fatto un sogno.
Camminavo su una specie di autostrada, con le macchine e le gallerie, ma più consumata di un’autostrada normale, con l’asfalto rotto e l’erba che spuntava, come nei film di fantascienza dove la terra è stata abbandonata a sè stessa.
Dalla parte opposta arrivano due persone che mi dicono che c’è un cane, aiuto aiuto, lo investono. Allora io chiamo questo cane e lui arriva e io penso menomale, e lo prendo in braccio. E’ un cucciolo bellissimo, bianco e marrone, piccolo, con il muso schiacciato. Dobbiamo andarcene via dall’autostrada e allora cammino cammino con questo cane in braccio, non è pesante, sta in una mano. Ci sono altri cani che sono stati investiti, ma non sono schifosi, sono come gli animali morti che si vedono a bordo strada nei paesi caldi, sono mumificati. Ma penso, posto di merda, e continuo.
Scelgo la strada giusta, aggiro le buche, vado avanti con calma e bene. A un certo punto c’è una specie di piccolo precipizio, dove devo fare un salto un po’ troppo alto per me. Accorcerei molto la strada, sarebbe la cosa giusta da fare, ma per me è troppo alto e penso che è meglio allungare, che è meglio avere pazienza con me stessa, così prendo un’altra direzione, e penso che potrei telefonare al Puntoggì, vedere se è vicino per due chiacchiere e una passeggiata insieme.