Ne avevamo già parlato ai tempi delle discussioni su Semprelottomarzo. Sembra passato un secolo. E’ successo di tutto.
E poi, alla fine, me lo sono portato in vacanza e l’ho letto di getto, una notte a Istambul, alla luce del lampione che rischiarava tutta la camerata, cinque letti a castello più un divano.
Il libro si chiama Malamore, è di Concita De Gregorio, è una raccolta di storie di donne che si fanno un male porco e bastardo senza un motivo comprensibile. E l’allegria e la spensieratezza giravano per l’ostello addormentato, quella notte.
Il libro è scritto molto bene, la Concita ha una bella prosa, anche se, non so come, serpeggia sempre un sospetto di paraculaggine che non riesco a definire più precisamente. Come la certezza di prendermi per il cuore che così me lo compro sicuro. E infatti io me lo compro sicuro, così ne ho una copia tutta mia da sottolineare. E’ inevitabile.
Il tema centrale è la violenza sulle donne, che detta così sembra che la violenza sulle donne è il marito che ti mena e tu dici che sei caduta dalle scale. E invece le storie che ci sono dentro sono molto più sottili, molto più quotidiane. E’ la storia della topolina che sposa un gatto e si fa divorare il giorno del matrimonio, convinta che, per amore, si sarebbe salvata e sarebbe vissuta felice e contenta. C’è la storia della ministra che ha una relazione con un uomo molto più giovane di lei che la respinge, quella di una tipa che somatizza il dolore nella paura di volare, che è tutta mia, quella della prostituta, che è convinta di fare un lavoro utile all’umanità, fino a quella dell’attrice che è stata picchiata a morte dal suo compagno cantante.
E ci si chiede perchè succede così a noi femmine che certe relazioni non vogliamo mai che finiscano, anche se ci fanno un male della madonna e, piuttosto che farle finire spostiamo sempre la soglia del dolore un po’ più in là, per questo il sottotitolo è esercizi di resistenza al dolore.
Poi ci sono quelle che ne fanno qualche cosa di buono, che riescono a trasformare un’esperienza negativa in qualcosa di istruttivo per sè. E quelle che non ne escono più.
Ma è interessante anche il discorso sul perchè questa faccenda del malamore picchi così duro sulla nostra generazione che dovrebbe essere felicemente figlia delle conquiste femministe, perchè noi che siamo indipendenti, libere, perchè noi che lavoriamo e ci manteniamo da sole, perchè noi che non abbiamo paturnie religiose e genitori ingombranti finiamo per infilarci in queste relazioni disastrate? Perchè siamo così presuntuose da pensare di cambiarli, di migliorarli, di resettarli i nostri uomini? Perchè vogliamo sposarci con un vampiro che succhia il sangue delle persone e pretendere che il nostro non lo succhi, che ci ami al punto di non succhiarlo? Trama che spopola tra le ragazzine nei libri di Twilight, tra l’altro. Una generazione di donne votate al macello quelle che l’hanno letto a dodici anni, bisogna ricordarci di avvisarle, cazzarola, che non è vero, che se dividi la tua vita con un vampiro non ce la farai mai a sopravvivergli.
C’era addirittura l’avvocata di un centro antiviolenza che azzardava un qualche legame fra disturbi alimentari e tendenza a buttarsi in queste relazioni distruttive. Ovvio, chi soffre di disturbi alimentari ripiega la rabbia su di sè, si autodistrugge per non far male, è capace di sopportare tutto, perchè tutto sfoga in segreto e altrove. E poi quel meccanismo ti rimane addosso, come un modo che hai imparato e che non se ne va più, se non ci stai attenta.
E sopporti quando lui lascia la tavoletta alzata, non è capace di raffazzonarti una cena quando torni tardi, lo sopporti quando sbircia la scollatura delle tue amiche. Non è che non ti sembrino gravi queste cose, ti danno fastidio, ma pensi sempre che sei tu che sei troppo severa, dopotutto la sua storia, dopotutto non è capace, dopotutto ha anche lui i suoi problemi. E sposti il limite un po’ più in là, sempre un po’ più in là. Poi non è sicuro che ti ama, ma poi sì. Poi finisce che sfonda le porte a testate e ti mena se sospetti che abbia un’altra storia, cosa che, per altro, è vera. E tu sposti ancora un po’ il limite.
Ci sono passata e adesso so che sono vaccinata. Una storia del genere non mi avrà mai più.
Ho letto quel libro nel momento preciso in cui era giusto leggerlo, per non sentirmi l’unica idiota al mondo che ha sopportato tutto questo.
Perchè dopo essermelo vissuto giorno per giorno, i silenzi, i rancori, le litigate e il dolore, e la paura, e la solitudine di non volerlo mai dire a nessuno, neanche a me, dopo tutto questo ci metto una pietra sopra e penso che Lella Costa aveva già capito tutto molti anni fa.
E costoro, dopo aver passato gran parte della serata in appassionati monologhi (in tutti i sensi, abbiate la compiacenza di credermi), a un certo punto partivano con la classica sindrome dello sguardo perso nel vuoto “Che cosa c’è?”"No, non è niente.”"Oo, ma dimmelo.”"No, non puoi capire, dormi!”"Va bene, almeno riposa!”. Fai appena a tempo a posare il capino sul cuscino “Ah!”, urlo di dolore di lui trattenuto ma inconfondibile. “Chiamo la guardia medica.”"No, non è niente.”"No, ma dimmelo.”"No, non mi puoi capire.”"No, ma dimmelo”"Mi dispiace devo andare il mio posto è là!”
Ci ho messo dieci anni a capire che l’unica risposta possibile a quel punto era
“Ti chiamo un taxi”.

beh, io praticamente ci ho fatto su la tesina, solo che, ripensandoci, forse era più appropriato che fosse la Concita a fare la tesina su di me, che mi ci ritrovo paro paro in queste storie di sopportazione gratuita, e lo capisco ma rimando sempre il momento in cui imparerò a viverlo
stavo per iniziarlo a leggerlo anceh io.
chissà why..
un abbraccio
Leggilo.
Poi ci dici
Un bacio a te, amica.
[...] che è meglio rinunciare, che non ci sto ad avere una storia se il prezzo da pagare è un continuo esercizio di resistenza al dolore. Che non è buttandosi nel letto di un uomo che si guadagna il premio di significargli qualcosa, e [...]
che gioia amica, sapevo che era il libro per te (e per me, e per noi). e meno male che ti compri la copia tua e la mia non la sottolineiiiiiii!!
p.s. il libro della topolina esiste veramente, lo ha appena pubblicato un’editore spagnolo che pubblica anche in italia. l’ho spedito a Concita…
MA LO VOGLIAMO IL LIBRO DELLA TOPOLINA!!!!
A natale una copia per tutti!
ok, amiche, ve lo racconto nelle fredde sere d’inverno se imparate a memoria malamore di concita e nessuna entro la fine del 2009 si fa mangiare dal gatto!!!
(me compresa, naturalmente).
l’ho letto e un po’ di paraculaggine c’è perchè ti confermo che è la raccolta dei suoi articoli su repubblikit degli ultimi anni, come del resto “una madre lo sa”, che mi è piaciuto di più e ti consiglio. per la madre che c’è in noi, madri e non. sempre una raccolta, sempre di concita, che mi ha fatto davvero bene al cuore.