La storia di E.

“E trovo dappertutto la poesia, anche nell’atrio a casa mia, tra odor di chiuso e di brioches”

Evabbè… 29,Ottobre,2009

(Ragazzina aggressiva, sul genere: non voglio pagare l’autobus, facoltà con obbligo di frequenza)

“Signora, io studio all’università proprio per non finire a fare un lavoro come il suo…”

 

Auguri Nessi!!!! 28,Ottobre,2009

 

27,Ottobre,2009

Ho un raffreddore orrendo.
Ho un raffreddore così tanto orrendo che ho la pelle tutta irritata e verde, perchè le sfighe non vengono mai sole, ma sempre e sempre in contemporanea alle mestruazioni.
Così me la giro per l’ufficio, verde, irritata e mestruata, con il fazzoletto premuto contro il naso che cola e maledico Marlon, l’untore, che ha avuto anche il coraggio di ironizzare: è la vendetta india, ti restituisco quello che avete fatto al mio popolo. Soffro al posto di Sebastián de Belalcázar e non sono neanche spagnola.
Ma stasera andrò comunque ad allenamento, non sarà un raffreddore, perquanto noioso, a fermarmi.

 

26,Ottobre,2009

Archiviato in: Strampalate recensioni — diversamentequilibrata @ 9:53 am

“Ci occuperemo gli uni degli altri e dormiremo tutti ammassati”.

(Trailer prima di vedere Tarantino)

 

Rugby 23,Ottobre,2009

Ho corso fino a sputare i polmoni per terra. Il respiro fa un rumore sinistro quando è un bel po’ che hai il fiatone: fischia e rantola.
Ho corso nelle pozzanghere e nel fango, riducendomi i pantaloni una schifezza.
Poi ho corso con un pallone in mano e un’altra ragazza attaccata addosso. Poi sono stata atterrata dall’allenatore.
Poi ci siamo sdraiati sull’erba bagnata, abbiamo fatto ginnastica, e ho scoperto che i miei addominali, ottimi per la palestra, non mi schiodano da terra e che non sono capace di fare le flessioni.
E mi sono riempita le gambe di lividi e mi fanno male le ginocchia.
Ma sdraiata sull’erba, col k-way e il culo fradicio, a un certo punto, ho annusato l’aria: erba, terra umida e canfora. Non ho mai sentito un accordo di odori più buono. Nella mia vita niente di così fresco, di così allegro, niente di così verde e vitale come quell’odore.
Sono assolutamente, totalmente e istancabilmente innamorata di questo sport.

 

22,Ottobre,2009

La vita è lunga e fa molti giri.
E quindi ti può capitare che un giorno sei in ufficio, ti giri per vedere chi sta entrando, e ti trovi davanti un Pasticcere Trotzkista che non vedi da cinque anni.
Cinque anni fa avevamo avuto una storia molto breve e molto instabile da cui avevo ricavato una commedia e una settimana di paranoia in cui ero sicura che sarei finita accoltellata come Carmen.
E adesso eccolo lì, il pasticcere Trozkista dinuovo davanti alla mia scrivania, ancora molto bello, ancora molto tatuato: noto con un brivido di piacere la macchia di colore che esce dal polsino della felpa. E’ sempre lui.
Gli sorrido, ci salutiamo da vecchi amici. Mi spiega che è stato in analisi, che nel periodo in cui ci siamo conosciuti ha fatto il botto, che è finito in una comunità di recupero e adesso fa il contadino. E poi mi guarda respira e fa: “Abbiamo fatto un casino, eh, io e te, quando ci siamo conosciuti…”.
Io lo tranquillizzo, gli dico che va meglio, che ho lavorato tanto su di me, anche io. Gli do qualche consiglio sul lavoro, gli trovo da fare un colloquio in fretta e lo mando allo sportello.
Nel frattempo parlo con un ragazzino latinoamericano simpatico che vuole fare un’iscrizione.
Quando il Pasticcere torna mi chiede un foglio e una penna, si siede davanti a me e scrive:
“Io non so perchè ti comporti così bene nei miei confronti”
Io, a quel punto, prendo la penna e rispondo:
“Perchè un conto sono le persone, un conto sono i casini che fanno incontrandosi: noi siamo due belle persone con un’interazione pessima”
“Ecco perchè provo un bel sentimento nei tuoi confronti e l’ho sempre avuto, non mento, non ne sono capace mi farebbe piacere…anche solo un caffè se ti fa piacere 34*§&$92*§”.
Io piego il foglietto, lo ripongo sotto la tastiera e gli dico solo: “Ti chiamo!”
Lui mi sorride e io mi sciolgo: ha gli incisivi accavallati. E se ne va lasciando dietro di sè una scia di ormoni in festa.
Si avvicina il ragazzino che stava planando intorno alla scrivania già da un po’. Si siede, mi sorride e vedo nei suoi occhi qualcosa di tremendamente familiare: il taglio indio degli occhi del mio improbabile fidanzato macho latino. Gli sorrido di rimando, lui respira, un po’ imbarazzato e mi chiede:
“Ma tu sei la fidanzata di Marlon?”
A me passa davanti agli occhi tutta la scena del Pasticcere, ma anche tutti i discorsi delle ultime ventiquattrore sulle coppie aperte, i mostri dagli occhi verdi e i sentimenti di possesso, mi passa anche per la testa che forse tutta la comunità latino americana mi spia e anche l’idea che sto diventando paranoica, soprattutto quella, e soprattutto la certezza che questa stupidaggine mi candiderà alla prossima edizione del Premio Smarrone della Comune-ty Awards.
Ingoio il rospo e rispondo solo:
“Fidanzata è una parola grossa…”

 

C’è da oggi in libreria 21,Ottobre,2009

Archiviato in: Strampalate recensioni — diversamentequilibrata @ 8:51 am
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Vi segnalo questo libro qui

E c’è anche il book-trailer, tanto per farvi un’idea.

Io l’ho letto in anteprima, perchè ho l’onore di essere amica dell’autrice, ci siamo conosciute proprio qui sul blog.
Ci sono dentro un sacco di cose, in questo libro, e non ve ne anticipo neanche una. Leggetelo e poi ne parliamo!

 

Tutt’oc. 20,Ottobre,2009

C’è stato un lungo periodo della mia vita in cui sono stata fatalmente attratta da uomini d’età. Poi mi è passata, vuoi l’analisi, vuoi che sono diventata grande e a trent’anni non c’è più gusto.
C’è una parte di me che si chiama Lolita e si è messa d’accordo con tutte le altre, adesso fa parte del gioco di squadra.
In questo periodo, da qualche anno, finisco per essere fatalmente attratta da uomini con un lato oscuro che neanche Voldemort e tutti i Mangiamorte che fanno il girotondo. Uomini che non crescono, uomini Peter Pan che promettono di comportarsi da bravi bambini per portarti a rammendare calzini e a raccontare fiabe all’Isolachenoncè.
C’è una parte di me che si chiama Wendy e cerca sempre di giocare attaccante, senza passare la palla.
Fortuna che Peter è un bambino e non è mai capace a usare il computer, o fortuna che, magari, mi porto dietro il karma delle immagini rivelatrici.
Fatto sta che oggi pomeriggio Wendy si è sorbita una lunga ramanzina negli spogliatoi, sotto gli occhi divertiti delle sue compagne di squadra.
E tutte le cose sono tornate alla loro giusta dimensione.

 

Ancora un lunedì di zucchero, finirà per venirvi il diabete. 19,Ottobre,2009

Lunedì mattina.
Mi sento emersa dopo un week-end lunghissimo, venerdì, sabato e domenica. Sono stata a Roma per la manifestazione antirazzista, ma prima sono stata da mia zia, ma prima sono stata accompagnata al treno in una scena che era tremendamente Casablanca, ma prima ho salutato tutti gli amici, ma dopo ho cominciato a capire, ad annusare, che c’era qualcosa, qualcosa di nuovo, ma ci sono voluti ancora due giorni e dopo ci sono arrivata che quella cosa nuova è un ciclo della mia vita, cristosanto, vent’anni, un’era della mia vita che si è chiusa, del resto, non è un caso che io il nove di novembre finisco l’analisi: finisco l’analisi!, non è un evento da tutti i giorni, mi dicevo, al buio, sul treno, cullata dalle luci del paesaggio, dal sedile morbido e dal respiro sfinito di Marlon. Un week-end lunghissimo, dicevo, luminoso e freddo di tramontana e poi grigio di scirocco, e poi ancora caldo, a maniche corte, a San Pietro, a guardare i pellegrini e pensare che quello sì era un momento perfetto. E le chiacchiere, di politica fino a tardi, con mia zia e i miei cugini ritrovati, e gli amici siciliani in manifestazione, e quanto sono stata baciata io questo week-end credo di aver battuto il record. Ovunque c’era qualcuno da abbracciare, da ritrovare.
Sono felice. E non dovrei stare qui a scrivere il blog, ho i test per la mia Classe Bella da pensare, i conti da fare, devo telefonare a scuola, spostare l’appuntamento al patronato, devo scrivermi i compiti della settimana. Ma ho questo languore, questa gioia che mi si è appiccicata addosso come una caramella frizzolina, una gioia che fuori è dolce e dentro ti pizzica le papille gustative.

 

Una donna che è sopravvissuta 14,Ottobre,2009

C’è chi lascia una valigia a Berlino.
C’è chi lascia uno zainetto in treno…
Io ho lasciato un polmone allo stadio Carlini. E, tanto per capirci, per chi non è di Genova, questo stadio Carlini.
Io non pensavo di arrivarci sul serio a fare allenamento, ma è un periodo, questo, da equilibri precari, così sto attenta a fare sempre tutti i compiti, in modo che niente, dentro di me, impazzisca d’ansia quando è il momento della fantasia e delle gite e dei week-end in cui non so mai quando ricompaio.
Quindi ieri sono andata a parlare con il Professore Gentile, che non si ricordava come mai mi aveva chiesto di tornare a parlare con lui, mi ha dato qualche dritta e il nome di un’altra insegnante che dovrebbe aiutarmi con il piano di studi, poi mi ha rilasciata in tempo per buttarmi sul diciotto col borsone e arrivare in orario.
Lo spogliatoio, rispetto a quello di una palestra, anche di una palestra disastrata come la mia, è impressionante: non c’è uno specchio, non c’è il phon e le docce sono una stanza, senza tende, senza muri, come quelle dei maschi.
Allora io arrivo in questo spogliatoio sconosciuto e mi cambio insieme alle altre ragazze che si presentano, sono carine, sono allegre. Poi chiudiamo la porta e andiamo verso il campo.
E qui mi succede una cosa incredibile, una cosa bellissima: ma voi ci avete mai provato a entrare in uno stadio passando per gli spogliatoi? E’ micidiale, ti si appiccica all’immaginazione e non te la togli più questa sensazione di spazio e di respiro e di luce che ti investe alla prima occhiata. E’ bellissimo il campo visto dall’uscita degli spogliatoi, non vedi l’ora di cominciare a correre.
L’allenatore è un signore sulla sessantina, ha l’aria di qualcuno che va a pescare d’estate e per funghi d’autunno. E’ un signore carino, con una fisicità da spallate, neanche un occhio lungo, un uomo di quelli che potrebbero avere i sottotitoli e non vergognarsene. Mi piace. E poi quando fai bene le cose ti dice brava, quando le fai male ti dice vabbè. Le compagne vanno, effettivamente dai diciotto-liceali ai boh, ma io credo di essere la più vecchia.
Rantolo, dopo pochi minuti di corsa ho il fiatone, dopo pochi minuti di fiatone mi fischiano i polmoni e mi fanno male. Le gambe, bene o male reggono. Il fiato è corto, cheddico corto, il fiato è da Malato di cuore, di De Andrè: guardavo le compagne e mi chiedevo come diavolo fanno a riprendere fiato.
Il resto dello stadio è tutto occupato dalle squadre maschili, peccato non riuscire a respirare, peccato che il sudore mi stia colando sugli occhi e sul trucco, peccato che l’importante sia solo non stramazzare al suolo, non inciamparsi sulla palla e capire come cazzo è che a un certo punto devi fermarti e tornare indietro.  Peccato, potrebbe essere un bello spettacolo se non fossi impegnata a prendere a spallate una diciottenne con i codini.
Ma mi piace, mi piace un sacco questo nuovo sport. Ho voglia di continuare e, chissà, magari un giorno capirò le regole. Per adesso mi sembra come la prima lezione di greco antico, impari a memoria in attesa di capirci qualcosa.
Ritorno nello spogliatoio e mi faccio la doccia insieme alle altre, proprio una doccia da maschi che dura poco, nel senso che ci sono i turni: ti bagni, poi ti togli dalla doccia per insaponarti per lasciare il posto a una compagna, e poi ti risciacqui di corsa mentre lei si sta insaponando. Mi guardano strana mentre mi metto la crema idratante. E’ proprio molto diverso dalla mia palestra.
Così esco contenta, con i capelli umidi, il trucco sparpagliato per tutta la faccia, felice e dolorante. E non ho ancora toccato una sigaretta.

 

Oggi vado a provare il mio primo allenamento di rugby! 13,Ottobre,2009

Archiviato in: Tuttigiorni — diversamentequilibrata @ 10:05 am

 

Lunedì di zucchero. 12,Ottobre,2009

E mi ritrovo nel lunedì caramellato che segue un week-end pieno di cose belle. La prima uscita pubblica dell’Amicapaola come Autrice, le chiacchiere sotto i tuoni, la mia estemporanea gita a Santa Margherita, a recuperare le chiavi di casa, i miei parenti piacentini. E poi Marlon, la sua incredibile storia, le nostre ore leggere. Passare la notte sdraiati sul divano ad ascoltare musica, fare le chiecchiere e leggere Pavese e accorgersi che sono le sette dal fatto che sta venendo chiaro, e avevamo talmente tante cose da raccontarci e da mostrarci e da ascoltare insieme, che non avevamo ancora fatto l’amore. La domenica della semina, il clima bello a casa Cioccolatte, gli amici.
Sono felice, oggi. Mi sto coccolando.
E’ un autunno caldo anche in questo senso.
Stanotte ho sognato che ero a scuola e una professoressa ci faceva fare un compito in classe su un libro bello, di qualche genio tipo Virginia Woolf, qualcosa di imperdibile. Ogni capitolo del libro era un dialogo dell’autrice con un personaggio, e parlava di femminismo, di scrittura femminile, tipo una stanza tutta per sè, ma non era quello.
Allora c’era questo compito in classe a crocette, ma io non pensavo che fosse così dettagliato, io sapevo di cosa si trattava e avevo dato un’occhiata all’introduzione, ma non l’avevo studiato bene.
C’era di buono che potevamo consultare il libro, quindi ho provato a chiedere alla professoressa, che era carina e simpatica come la mia analista, quanto tempo avessimo a disposizione. Lei mi rispondeva che mancavano solo venticinque minuti alla consegna e io realizzavo che non ce l’avrei mai fatta, che tanto valeva consegnare subito in bianco con grande scazzo.
La Paola, invece, che era la mia compagna di banco, sapeva tutte le risposte.
Vi ho aggiornati, ma non vado oltre: devo finire di pensare al mio bislacco piano di studi, domani ho appuntamento con il professore gentile con cui avevo parlato questa estate. E poi devo riguardarmi le dieci pagine che ho scritto e su cui ieri sera mi sono addormentata.
Sono giornate dolci e difficili e piene e colorate e felici, queste in cui si rassettano gli equilibri.

 

Un post sentimentale 9,Ottobre,2009

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http://www.facebook.com/profile.php?id=522282871&v=wall#/album.php?aid=112943&id=522282871 (qualcuno sa dirmi cosa significa?)

Piove e sembra che l’autunno è arrivato.
I miei colleghi hanno smesso di parlare di pesca e hanno cominciato a parlare di funghi.
E il mondo si sta colorando di tinte bellissime.
E io sono felice. E’ inutile, mi sembra meraviglioso oggi il mondo, mi godo il temporale che sta flagellando di goccioloni le finestre dell’ufficio, il rumore dei tuoni, la luce che manca e sembra che qualcuno, da un momento all’altro, debba entrare con una torta tutta accesa di candeline. Mi godo il cuore leggero e la sensazione di cioccolata calda.

“Marlon, perchè hai deciso di rivedermi?”
“Per come dici meraviglioso, tu dici meraviglioso e io comincio a sorridere. Dev’essere una cosa del tuo mondo meraviglioso, perchè Guido lo dice esattamente allo stesso modo, e come lo dite voi, meraviglioso, si sente che è meraviglioso sul serio”.

Ci siamo raccontati com’è strano il tempo, quando si tratta di noi due, come ci sembrava di esserci ritrovati dopo un secolo e invece era passata una settimana.

“Dobbiamo smetterla di vederci di giovedì, l’ultima volta ci siamo lasciati”.

E abbiamo girovagato per il porto, siamo andati a vedere i traghetti che partono, abbiamo fumato tantissimo ma non abbiamo bevuto neanche un po’, e siamo andati a letto presto, ognuno a casa sua.

“Voglio portarti a sentire un odore speciale: l’hai mai sentito che profumo fanno i panettieri di notte?”

Ci siamo stupiti di come siamo arrivati a vedere le stesse cose, percorrendo strade straordinariamente diverse e partendo dai lati opposti del mondo.

“Quel signore che corre…”
“E’ la terza volta che lo incrociamo.”

Ci siamo raccontati tutte le volte che abbiamo rischiato di morire.

“Hay un chico en el auto… y esta muerto!”"

E abbiamo fatto il punto delle cose che ci stiamo scambiando, roba che anche il pedagogista più cattivo del mondo, roba che anche Gennari avrebbe avuto gli occhi a cuore a vederci seduti in un parcheggio in cima al mondo.

“Io ero arrivato a un punto che mi faceva schifo il tuo paese, che ti fa sentire sempre uno straccione, il tuo paese con i vostri vini di merda, la vostra cucina di merda, che ti fa sentire un barbaro, il vostro fottuto modo di essere chicchettoni. Poi ti ho conosciuta e ho capito il meglio dell’Italia, ho capito che non tutta l’Italia è Vissani, ho capito le stalle e da dove viene l’amore per le tagliatelle”.

“Io avevo una cognata ecuadoriana che era una stronza. Ma veramente il peggio, lavorava in un’ospizio e rideva quando raccontava che le suore picchiavano i vecchi. E io, per un sacco di tempo, ho pensato: ho bisogno di un’amica ecuadoriana, perchè mi vengono in testa pensieri che non vorrei mai avere. E poi ti ho incontrato.”

Perchè se ce la facciamo a prendere le misure come si deve, c’è la mia Parte che conta i denti ai francobolli che gli fa venire in mente cose incredibili a quest’uomo: leggere libri, andare a teatro.

“Portami a vedere qualcosa che ti piace.”

E c’è la mia Parte che insegue i piccioni che è completamente, meravigliosamente, ciecamente ammaliata da lui.

“E’ un manipolatore”

Dice la mia Parte che conta i denti ai francobolli, con la voce del Puntoggì.
Sarà un manipolatore, ma anche io non scherzo.

Abbiamo deciso di andare insieme a Barcellona, ci sono cose che sia io che lui abbiamo lasciato là. Cose che dobbiamo tornare a prenderci. Lui deve scoprire la verità sull’incredibile storia di suo padre, che è ilprimo passo per ritrovarsi. Io devo ritornare sulla statua di Cristoforo Colombo dove sono stata male l’anno scorso. Ci devo tornare adesso che sto bene, per capire che il problema non era la statua, non era l’altezza, per capire che io non soffro di vertigini, soffro di autolesionismo e di testadicazzitudine, come direbbe il Dottor Freud.

E stanotte mi sono addormentata sorridendo, ma, ovviamente, sono riuscita a sognare come se avessi dormito venti ore, dopo aver mangiato peperoni fritti. Ho sognato che era il giorno dopo una grande festa e mi svegliavo, senza memoria, sul tavolo della cucina di questa mia ex-(per-fortuna)-cognata.
Cercavo Marlon, ma lui non sapeva che cosa fosse successo la notte prima e io continuavo a pensare: hai visto che cosa succede a fumare crack?

Credo che tutta questa storia mi insegnerà molto dell’importanza che ha per me tenere sempre tutto sotto controllo e sullo spavento e sulla vertigine che mi dà pensare che posso lasciar andare, anche solo un pochino, all’irrazionalità. Nuovi equilibri.
Potrebbe essere la volta che ricomincio a prendere l’aereo.

Hay dialogos a baja voz que entran en tu mente,
y por mas que se intente se niegan a salir.

 

8,Ottobre,2009

Dunque entro nel dibattito politico che ha infiammato i blog della Comune-ty in questi giorni.
Ci entro comoda e privilegiata, perchè penultima, e ci entro di buon umore. Lo si diceva su facciabuco stamattina che la Costituzione è l’eredità più bellissima che ci potessero lasciare e che i padri costituenti dopo che ci hanno salvato il culo durante la guerra, sono stati così meravigliosamente previdenti che ci stanno salvando il culo anche oggi, io adoro quest’idea: se la Costituzione era un maschio, così noioso, così formale, così protettivo, io me lo sposavo sicuro.
Anyway, si discuteva della manifestazione a Roma, quella sulla libertà di stampa che io ho rischiato di far saltare per la seconda volta spernacchiando un alpino.
Io penso così, penso che è stata una manifestazione per la libertà di stampa organizzata dal sindacato dei giornalisti. E penso che noi ci siamo andati per due ordini di motivi: il primo è che a noi ci piace un casino la libertà di stampa e il secondo è che c’abbiamo una voglia di autunno caldo che, ad averci un mese di ferie, io me ne stavo a Roma direttamente.
Ma una manifestazione organizzata da una categoria è, per forza di cose, una questione trasversale. Quindi è ovvio che fosse una manifestazione piena, anche, di facce da culo, in una percentuale rappresentativa di questo paese, cioè tante.
Io sono stata fortunata perchè qualcosa dentro di me, che credo sia il mio leggendario istinto di sopravvivenza, mi ha guidata istintivamente ad accoccolarmi sotto lo stand del Manifesto e rimanere lì. Mi sono annoiata a morte, ho passato il tempo a torturare chi c’era facendo foto assurde e dopo un po’ non riuscivo più a star ferma. Ma almeno non ero circondata di orribili democratici e di individui che non avevano niente di meglio da fare che applaudire uno stupido pupazzo rosso.
C’è anche da dire che io non ho particolari aspettative riguardo ai giornalisti di questo paese: mio papà fa l’elettricista. Certo, se mai ci fosse stata una manifestazione dei metalmeccanici con gli stessi toni, ecco, forse non mi sarei accontentata di un posticino all’ombra del Manifesto.
Ma non penso che la Nessi sia stata tremendamente snob. Penso che abbia espresso nel modo antipatico di cui è capace solo lei quando è stanca e amareggata, un’amarezza che abbiamo tutti, l’amarezza di non ritrovarsi i compagni intorno nel momento in cui dei compagni ci sarebbe bisogno, l’amarezza di essere pochi e non sai dove sono finiti quelli che non ci sono.
Io e la Nessi ai tempi della nostra gioventù mortale abbiamo fatto manifestazioni gomito a gomito con i leghisti, per la Val Susa, tanto per dirne una, ma c’era un clima diverso. C’era il clima di quelli che stanno lottando, di quelli che prima facciamo e poi vediamo chi sta da quale parte. Anche questo è mancato alla manifestazione della stampa. Era tremendamente parlata, c’era un sacco di gente che si parlava, soporiferamente, addosso.
Nella mia classe classe carina dei ragazzini del pomeriggio c’è quello che viene dal liceo classico e che alza la mano per prendere la parola. L’altro giorno, durante un dibattito sulla democrazia ad Atene, ci ha detto che fa politica. Io l’ho squadrato un po’ e gli ho chiesto: ma quale partito?
E lui “Io sono democratico”.
E io, lo giuro, di getto, stavo per rispondergli “Anche io, caro, tutti siamo democratici. Ma tu di che partito sei?”
E poi ho realizzato che democratico è un partito, e quel ragazzino di diciassette anni, con la camica e la riga di lato è veramente iscritto al Piddì.
Un giovane democratico nella mia classe. Avrei avuto voglia di prenderlo in giro come facevamo con quelli del Pìdiesse quando avevamo la loro età. Avrei voluto tirargli le palline di carta, ah, sfigato, avrei voluto fargli lo sgambetto quando è uscito dall’aula, alla fine dell’ora. Ma non si può.
Non tanto perchè sono la sua insegnante e non ho diciassette anni, ma perchè, anche in una classe carina, uno che fa politica è una mosca bianca e te lo devi tenere caro. Ti trascina avanti tutti gli altri. Accende la discussione in maniera corretta e ha imparato a parlare.
E’ un giovane, fottuto, democratico, ma è prezioso, è prezioso per tutti gli altri.
E quindi cerco di non fargli i dispetti.
E’ la stessa cosa della manifestazione. L’hanno organizzata e siamo lì, tutti insieme, a parlare della libertà di stampa.
Ci tocca a tutti insieme, come se eravamo in classe.
E deve c’entrare anche col fatto che mi è capitato di leggere una questione privata e non chiedetemi com’è che non l’avevo mai letto: è bellissimo.
E lì si vede bene la differenza tra partigiano e partigiano, i nostri che facevano la fame e i badogliani invece no. E poi la guerra è finita e c’è stata l’Italia da fare, che noi l’avremmo fatta anche meglio di così, secondo me. Ma qualcosa di buono c’è uscito: la Costituzione, di cui sopra, che ancora oggi ci salva il culo.
E allora io penso che se loro fossero un po’ più come noi sarebbe meglio. Ma non sono come noi, sono orribili, orribili democratici.
Ma ci tocca costruire qualcosa insieme.
Anche stavolta.

 

7,Ottobre,2009

Archiviato in: La rubrica del sorriso minimalista — diversamentequilibrata @ 11:11 am


Volevo dare il mio contributo al dibattito politico della Comune.
E invece nel mio ufficio si delira, in questi giorni, e, così, ciccia, niente dibattito.
Solo una cosa, che terrei a rimarcare: “Neeeeeeeeeeeessi!!!! ERA ENZO BIAGI!!!”
Prrrrrrrrrrrr!!!!

 

6,Ottobre,2009

Archiviato in: Mirabili cronache del collocamento — diversamentequilibrata @ 2:06 pm

 

Dalle otto e mezzo di stamattina io ho parlato con settantacinque persone.
Settantacinque persone in sette ore nette.
Più il telefono.
Ho il cervello frollato.

 

Il personale e il politico 2,Ottobre,2009

Ieri, uscita dall’ufficio, sono rimasta un’ora e mezza bloccata nel traffico, sul diciotto, in piedi, galleggiando nell’umidità, sembrava una serra sulle ruote.
E poi dovevo andare dalla Nalista, mancano quattro incontri all’ora ics della nostra separazione, a cui, per altro non mi sento preparata, solo triste,  e intanto mi perdo le mezz’ore sull’autobus. Sentivo i canini che spingevano contro le gengive, sempre più lunghi, sempre più aguzzi.
All’improvviso una signora comincia a parlare con una sua amica: “Ma pensa che alla Commenda ci volevano fare la moschea”. Io provo a replicare, mi batto, mi batto bene, argomento, ci sto quasi riuscendo, le faccio ragionare, troppe bottiglie, troppi ubriachi alla commenda, i musulmani non bevono, sarebbe stata una grande idea. Stavo vincendo su tutti i fronti quando mi è entrata, fallosamente, in scivolata, una terza maledetta vecchia: “Le badanti uccidono gli anziani”. E le altre, in coro: “E’ vero, è successo proprio qui a sampierdarena”. E io: “Ma non è vero, non è possibile”, e loro, tutte e tre in coro: “Signorina, non li legge i giornali?”. Perdute, è bastata un’osservazione buttata lì, a caso, senza che c’entrasse nulla. Le ho perse sul più bello.
Così arrivo dalla Nalista stanca e mazziata. Mezz’ora dopo ho le orecchie basse e il sappino, quando esco dal portone e arrivo all’appuntamento con la mia nuova fiamma che si presenta con camperos lucidi a punta, improbabili jeans, camicia bianca, giacca di pelle, riccioli tirati indietro col gel. Sembra il personaggio di una canzone di Julio Iglesias, un pirata ed un signore, con una rosa lunghissima e rossissima in mano. Mi ama, dice che pianta tutto per stare con me: fidanzata crucca, alcolismo cronico e adolescenza infinita. Vuole stare con me, per tutta la vita.
Io sento nell’anima un guizzo, tale quale uno scaccaraccio che senta calare una ciabatta su di sè. Vedo il mio futuro, un futuro di Heineken nel frigo. Una bella vita vicino a un vero macho latino dai bicipiti tatuati. E mi viene il nervoso a pensare che la gente ci deve mettere l’Amore, sempre l’Amore in mezzo. Ma non si può stare bene e basta? Non ci si può tenere compagnia? Non si può, quest’uomo bellissimo, accontentare delle gite in bicicletta e dei miei bizzarri passatempi? Perchè io mi accontenterei. Ma perchè l’Amore deve essere una suocera che ci mette lo zampino, che ti guasta le feste.
Così rifiuto l’ennesima proposta di matrimonio dall’ennesimo squilibrato e mi ributto sull’autobus, sognando il mio soppalco, la mia copertina e il portatile sulla pancia a scaldarmi.
Ma prima chiamo l’amica Paola, decido di andarla a trovare per il tempo di una sigarettina, quindi scendo dal diciotto in via Gramsci e taglio per i vicoletti perpendicolari a via Prè.
Davanti a me c’è un gruppo di ragazzini latinoamericani, li guardo e penso che è stato proprio un peccato, un vero peccato che le cose con questo mio fidanzato abbiano preso una piega così difficile, che avremmo potuto divertirci un sacco insieme, che se avessi saputo che ci saremmo lasciati prprio stasera mi sarei portata dietro la copia di Cent’anni di solitu… Mi si materializza davanti una di quelle speci di ronde che ci sono qui a Genova: uno sbirro e due alpini, in rotta di collisione con i ragazzini.
Il vicolo è buio e stretto, quando si incrociano, da vero bullo, quello vestito di blu (e ho bisogno di un corso di divise avanzato, perchè continuavo a guardarlo e non capivo se fosse un poliziotto o un carabiniere) si para davanti al ragazzino come un bullo, giuro, come nei bagni degli istituti tecnici, solo che, invece che chiedergli i soldi, o la merenda, gli dice “Dammi un po’ i documenti”. Io sono subito dietro, mi fermo, guardo il ragazzino e gli faccio: “Tutto bene?”.
E lo sbirro: “A lei cosa gliene frega?”
“E’ il mio vicino di casa, caro, se hai bisogno io sono qui…”
“No, lei se ne va”
“C’è una ragione precisa per cui me ne devo andare, agente, tipo un articolo di legge?”
“C’è che mi deve lasciar fare il mio lavoro!” (sempre più incazzato).
“Ci mancherebbe, agente, il suo lavoro è importantissimo e non mi permetterei mai di interferire, semplicemente aspetto il mio amico, così torniamo a casa insieme”
“Mi dia i documenti!”
“E’ tanto, agente, che non li chiede a un’italiana?”
Tiro fuori la carta d’identità, lui scrive e io comincio: “Non mi è sembrato educato come ha fermato questa persona. L’educazione è importante, agente. Non vorrei dover fare una segnalazione ai suoi superiori.”
“Chiami il centododici e faccia tutte le segnalazioni che vuole”
“Centododici? Non avete un ufficio apposta? Tipo un ufficio relazioni col pubblico?”
Mi guarda esasperato, mi restituisce la carta d’identità e si gira dai due alpini:
“Tenetemela lontana!”.
Così, mentre l’ominoblù controlla i documenti ai ragazzini io comincio a spiegare agli alpini (uno giovane e piacente che non può fare a meno di sorridermi, e uno più zitto) che il senso dello stato è importante, che bisogna essere all’altezza del compito che hanno, che la divisa impone un certo tipo di comportamento, che c’è tanta delinquenza in giro, ma che loro devono dare il buon esempio, che cosa insegnamo a questi ragazzi?
Giuro, un pistolotto da riforma Gentile, così severo, così formale che alla fine avevano lo sguardo vacuo dell’Orchetto. Cercavano di giustificarsi: “Lei non sa che cosa ci fanno a noi, per le strade, questi…”.
Voi dovete essere migliori, voi dovete dare l’esempio, tutta l’Italia vi guarda.
Alla fine ci hanno lasciati andare.
E, da una parte, ero contenta, è il fiore del partigiano, è che se ognuno di noi sottolinea ogni comportamento che ritiene inappropriato, sicuramente questi squadristi, perchè non riesco a considerarli in altro modo, squadristi, sicuramente cominceranno a stare più attenti a come si comportano. Questo non li aiuterà a non menare i manganelli, appena possono, ma stabilirà un confine che abbiamo già lasciato andare un po’ troppo in là. Riconquistiamo la civiltà perduta, un passettino dopo l’altro. E passando per qualcosa che possono capire, che condividono: l’onore, la patria e il rispetto, anche della divisa. E’ un godere riprendere uno sbirro perchè non è rispettoso della divisa che porta, provateci, non c’è di meglio, neanche la torta sacher.
Ma d’altra parte c’è che in questa specie di ronda, nelle vecchiette sull’autobus, ormai ha messo radici questa distinzione tra noi e loro. Ormai ci sono loro che sono diversi, loro che uccidono i nostri vecchietti, loro, sempre loro, che sono altri da noi. Nui aaatri.
E mi chiedo se ci sia modo di tornare indietro, se ci si può mettere una pezza, se ce la facciamo a invertire la tendenza, tenendo duro e non lasciando correre mai.
Io ci provo. Ma confesso che ieri mi sono spaventata.

 

Grazie banca etica! 1,Ottobre,2009

http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/economia/fisco-2/banche-scudo/banche-scudo.html

E io sono la donna più orgogliosa del mondo di averci un conto nell’unica banca che a questa schifezza ha detto di no.